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Anche il Senato ha approvato il Jobs Act. Come al solito, sono seguite le dichiarazioni trionfalistiche del premier Renzi sui social network Facebook e Twitter. Vediamo la loro fallacia nel dettaglio.

La retorica renziana.

"Finalmente il Jobs Act è stato approvato. Se ne parlava da anni e noi finalmente abbiamo riscritto le regole del mercato del lavoro. Lo abbiamo fatto in primis per chi lavora come e più di altri senza gli stessi diritti".

Renzi parte con la retorica, ma l'unica verità, in questa frase, è il verbo "riscrivere", ma sarebbe meglio dire che il Jobs Act "distrugge" tutto il sistema del diritto del lavoro Italiano. "Chi lavora come e più di altri": è la solita contrapposizione tra "giovani" lavoratori e "vecchi", tipica del Renzismo. Ovviamente il Premier non spiega dove sarebbe l'estensione di questi diritti. Ma andiamo avanti.

Passato il momento dell'insediamento, in cui Matteo Renzi, sulla scia della vittoria rottamatrice, annunciava "una riforma al mese", il fiorentino ha avuto qualche cambio di stile. Forse ha fortunatamente capito che la politica, specie a livello nazionale, conosce pesi e contrappesi democratici: non è quindi tanto facile stradicare tutto da soli.

Ciò non gli ha impedito di procedere con un disegno che incorpora due tradizioni politiche europee, forti anche se sconfitte: un mix di democrazia cristiana e blairismo frutto di una tradizione liberaldemocratica in salsa italiana, che riunisce il liberismo e quel pizzico di populismo e paternalismo. Sul campo delle riforme, ha subito mostrato di voler tagliare quel minimo di rappresentanza di classe che esiste in Italia: alla Camera è già passato l'italicum con l'ulteriore innalzamento dello sbarramento, niente preferenze e niente quote rosa.

Ma come hanno affrontato questa legge elettorale ii partiti e le aree della sinistra?

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