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Internazionale progressista

Giovedì, 06 Settembre 2012 16:08

Nel dicembre del 2018, il Movimento per la Democrazia in Europa (DiEM25) e il Sanders Institute lanciarono una chiamata a tutte le forze progressiste per formare un fronte comune. “È tempo che i progressisti di tutto il mondo si uniscano.” L’Internazionale Progressista è la risposta a quell’appello, per unire, organizzare e mobilitare le forze progressiste che condividano la visione di un mondo trasformato.

 

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La guerra scatenata dal capitale - caduta dei redditi da lavoro (salari, stipendi, pensioni); tagli al welfare; aumento dei prezzi; pressione fiscale; esplosione dei debiti pubblici provocata dalla socializzazione delle perdite private (salvataggio di banche d'affari e imprese decotte); disoccupazione; licenziamenti facili - per affermare il suo dominio sul lavoro può essere affrontata da una forza internazionale che agisca su un piano globale.

Le classi lavoratrici, con un vistoso processo di proletarizzazione del ceto medio, subiscono un gigantesco processo di redistribuzione (verso l'alto) della ricchezza (e del potere politico) in linea col trentennio neoliberista: questa è una guerra. La crisi è una guerra contro chi non è in condizione di difendersi e perde reddito e lavoro,  una «guerra sociale scatenata dai super-ricchi che pretendono di essere esentati dal contratto sociale» (Paul Krugman).

La guerra sociale si traduce in milioni di disoccupati e di nuovi poveri, un esercito che si moltiplica per garantire benefici all'oligarchia autoctona e globale. «Guerra», si badi, non è una metafora. Si tratta di una guerra di nuovo tipo, senza visibile spargimento di sangue. Si tratta della prima guerra capitalista in senso proprio, se è vero che il capitale aspira a comandare ricorrendo alla pura coazione economica. Il suo sogno è governare per mezzo del solo mercato.

Ma perché è finalmente possibile questa nuova guerra, veramente fredda? Perché esistono finalmente le condizioni sistemiche per combatterla: la possibilità di delocalizzare ovunque le produzioni alla ricerca di condizioni più favorevoli per il capitale industriale; e la possibilità di spostare in tempo reale masse gigantesche di capitale finanziario, decidendo dei tassi d'interesse e di rendimento su tutti i mercati.

Oggi il pianeta è unificato sotto il dominio del capitale. Questo non significa che non sussistano, al tempo stesso, fattori di crisi strutturale. La guerra contro i corpi sociali consegue alla caduta del saggio di profitto e a sua volta la riproduce, radicalizzandola. Ma finché la sovranità sarà esercitata dal capitale, ci troveremo a vivere in quest'incubo.

La crisi è una guerra che il capitale scatena per consolidare il proprio dominio sui popoli e in particolare sul lavoro vivo. Per combatterla sulla trincea contrapposta è necessario, come dalla metà dell'Ottocento, creare un contropotere altrettanto globale, seguendo l'intuizione che il movimento operaio ebbe allora, quando diede vita alla prima Internazionale.

Mentre la concorrenza tra i capitali ne favorisce la centralizzazione, quella, eteronoma, tra i diversi segmenti della classe operaia ostacola l'unità del lavoro. Tuttavia la sinistra anticapitalista deve investire ogni sforzo per costruire la propria unità politica sul piano transnazionale, a cominciare dal livello europeo e, qui, dai paesi più esposti agli attacchi del potere finanziario.

Da Alberto Burgio, Un contropotere anti-crisi, Il Manifesto, 25 agosto 2012

Ultima modifica il Venerdì, 25 Giugno 2021 16:15
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