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Il mercato mondiale: meccanismo unitario e diseguale all'origine della questione migratoria

Martedì, 01 Giugno 2021 23:18 Scritto da 
Il mercato mondiale: meccanismo unitario e diseguale all'origine della questione migratoria Foto di Capri23auto da Pixabay

Appunti a partire da P. Basso, Dalle periferie al centro, ieri e oggi, in P. Basso - F. Perocco (a cura di), Immigrazione e trasformazione della società, Franco Angeli, Milano, 2000, pp. 25ss

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Mondializzazione e globalizzazione

I termini “mondializzazione” e “globalizzazione” indicano la formazione e il funzionamento del mercato mondiale, che è il principio storico e logico della questione migratoria.

Si tratta di due termini fuorvianti, poiché rimandano al movimento di un’entità innominata (il capitale o il capitalismo) e ne suggeriscono la diffusione mondiale, lineare e omogenea; diffondono, cioè, la falsa idea del mercato come grande livellatore, spazio unico ed eguale che tende a omogeneizzare le condizioni di sviluppo dei Paesi: una sorta di “eguaglianza delle opportunità” su scala internazionale.

In realtà, il mercato è un meccanismo unitario, ma ineguale e che produce ineguaglianze, tanto nel “libero” scambio tra capitale e lavoro quanto nei rapporti tra Paesi.

La mondializzazione finanziaria e quella del neoliberismo

La mondializzazione si compone di due aspetti indivisibili, economico e politico-culturale, che si alimentano a vicenda: la mondializzazione finanziaria e quella delle politiche e delle idee del neo-liberismo, dalla cui combinazione discende il trionfo delle leggi del mercato e della mercificazione del lavoro.

La mondializzazione finanziaria è stata il salto di qualità nel processo di centralizzazione del capitale, dopo il quale il capitale finanziario ha ripreso decisamente l’egemonia su quello industriale e commerciale. Ciò è accaduto per mezzo del vertiginoso aumento della sua libertà e velocità di circolazione, provocato dalla destrutturazione del vecchio sistema monetario e bancario avvenuta negli anni ‘70-‘80 anche in risposta al blocco del processo di accumulazione intervenuto con la crisi del 1974-’75.

Il secondo aspetto è la mondializzazione del neo-liberismo, che si autorappresenta come de-regolamentazione, moto liberatore-libertario da vincoli innaturali che coartano l’economia e gli individui. In realtà, è un movimento di nuova regolamentazione dispotica delle relazioni sociali, sindacali, culturali e personali, in diretto accordo con le priorità del mercato: il neo-liberismo esalta la legge della concorrenza in ogni ambito sociale e la concorrenza sul mercato, forza autoritaria per eccellenza, esige con volontà inflessibile la massima “flessibilità” di chi lavora.

Colonialismo tradizionale e colonialismo finanziario

Il sistema mondiale precapitalistico non aveva un centro (o aveva più “centri”). Il suo lungo equilibrio relativo fu spezzato dal processo di formazione del mercato mondiale, che ha creato un sistema sempre più unificato e polarizzato, con un solo centro mondiale in posizione di supremazia. La concentrazione e l’accumulazione di possibilità, mezzi materiali e umani dello sviluppo capitalistico nel centro del sistema economico mondiale è avvenuto mediante la precoce distruzione ed il freno permanente dell’accumulo delle altre parti, declassate progressivamente a periferie e legate al centro, nel mercato mondiale, attraverso il meccanismo della divisione internazionale del lavoro. Le condizioni preliminari per il decollo economico di tale polo periferico furono espropriate con la forza e concentrate in specifiche aree del mondo lungo cinque secoli di progressiva, non lineare né incontrastata, mondializzazione del capitalismo. Mentre il colonialismo tradizionale giunto fino al XX secolo ha usato la violenza fisica diretta nello sfruttamento della forza-lavoro migrante (e non), nel colonialismo finanziario teso a costituire un’economia mondiale unitaria sempre più fortemente integrata (e squilibrata), è stata la violenza indiretta del mercato a determinare i flussi migratori.

La mondializzazione finanziaria ha moltiplicato la spinta all’internazionalizzazione dell’economia mondiale in ogni suo aspetto: dai movimenti del capitale a quelli dei migranti. Il trionfo del mercato e del neo-liberismo ha un effetto doppiamente polarizzante: a scala mondiale tra il Nord e il Sud del mondo, e a scala interna nelle società occidentali tra la massa del lavoro salariato (buona parte del ceto impiegatizio incluso) e gli upper strata accumulativi e professionali. A scala mondiale si è accentrata la tendenza alla riproduzione allargata delle diseguaglianze di sviluppo che fin dall’inizio ha caratterizzato la formazione e l’espansione del mercato mondiale. La mondializzazione finanziaria ha esaltato a danno di tutti gli altri - via mercato e via piani di aggiustamento strutturale del FMI e della Banca Mondiale - la potenza sia dei paesi che dei detentori quasi-monopolisti dei capitali liquidi, e quindi dei prestatori di denaro.

Mondializzazione e mercato del lavoro

Il mercato del lavoro è parte fondamentale del sistema di economia di mercato, tanto che la storia della formazione ed embrionale integrazione del mercato mondiale può essere rappresentata anche come storia del mercato del lavoro e delle migrazioni internazionali. La struttura e il funzionamento di tali  mercati si comprendono solo nella (diseguale) divisione internazionale del lavoro creata nel capitalismo mondiale. L’utilizzo della forza-lavoro migrante a basso costo e senza diritti, infatti, è coessenziale a costruire il mercato globale, il capitalismo mondializzato e tale utilizzo perdura con il meccanismo economico-sociale e le disuguaglianze di sviluppo che l’hanno generato.

Il ridimensionamento progressivo, la de-strutturazione, in certi casi lo smantellamento, dello stato sociale è stato in Occidente il corrispettivo relativamente soft dei piani di aggiustamento strutturale propinati ai paesi debitori del Terzo Mondo dal Fmi. La concomitante, non identica nelle forme e nei gradi, penalizzazione dei lavoratori del Sud e del Nord rinvia al carattere unitario del mercato mondiale e del mercato del lavoro mondiale, che la globalizzazione neo-liberista ha rafforzato facendo pesare negativamente sui lavoratori dei paesi dominanti la maggiore mobilità dei capitali, e poi utilizzando questi arretramenti per contenere le richieste dei lavoratori dei paesi dominati.

Soprattutto in Asia, la trasformazione capitalistica delle campagne ha liberato enormi contingenti di contadini espropriati ed espiantati dalla terra, la generalizzazione della rivoluzione tecnologica continua a produrre un forte risparmio di lavoro: questi due fattori determinano la sovrappopolazione relativa su scala mondiale, cioè l’esercito proletario di riserva più ampio della storia del capitalismo, del quale una quota è destinata alle migrazioni come riserva di lavoro a buon mercato. La migrazione risulta indispensabile all’accumulazione mondiale, in primo luogo per mantenere socialmente stabili i Paesi occidentali, abbassando il valore generale della forza-lavoro ed erodendo le “garanzie” del welfare state. Almeno fintanto che i migranti accetteranno passivamente il ruolo riservato loro, di capro espiatorio e di ultimo gradino della gerarchia sociale.

Ultima modifica il Sabato, 26 Giugno 2021 13:08
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Alessandro Tedde

(Sassari, 1988). Avvocato e giurista, presidente di Sinistra XXI, in passato ha militato in alcune formazioni politiche della sinistra, anche assumendo ruoli dirigenziali. Nel 2008 è stato uno dei fondatori dell'allora più grande sindacato studentesco d'Italia, la Rete degli Studenti Medi.

Laureato con lode all'Università di Sassari con una tesi in diritto costituzionale sul principio di sovranità popolare, ha conseguito un diploma in Studi e ricerche parlamentari all'Università di Firenze e attualmente è dottorando di ricerca in Diritto dell'Unione europea e ordinamenti nazionali presso l'Università di Ferrara.

Sito web: www.avvocatoalessandrotedde.it
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