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Sinistra XXI - www.sinistra21.it

per l'Alternativa di Società

Per un'alternativa programmatica.

Mercoledì, 20 Giugno 2012 13:52

In estrema sintesi, la tesi di Zamponi e Riccio ci pare affermi che i dirigenti del centrosinistra stiano lavorando all'obbiettivo delle elezioni del 2013 con gli occhi puntati più sulla tenuta interna e sul terremoto del centrodestra berlusconiano, che sul messaggio di cambiamento delle forze sociali colpite dalla crisi economica.

Mettere insieme il minimo di forze indispensabile per una coalizione "dei meno perdenti alle scorse amministrative" e che non allarmi i mercati e le tecnoburocrazie è idea comune a molti leaders del centrosinistra, che nelle elezioni greche hanno potuto saggiare l'attivismo di Merkel e soci nell'alimentare la paura per la vittoria di opzioni radicali come quella di Syriza. La linea Maginot è stata posta proprio sul versante della riacquisizione della sovranità popolare sulla politica e l'economia come sotteso al No al memorandum di Tsipras.

Le figure apicali della sinistra italiana patiscono inoltre una visione della crisi economica nella sua specifica variante italiana (che incide su un tessuto economico, industriale e sociale strutturalmente debole) che non si rapporta col tema dei rapporti di forza internazionali (è un po' tardivo il parziale dietrofront del segretario del PRC sulla necessità di rivedere l'affrettato abbandono della categoria dell'imperialismo, di cui all'ultimo comitato nazionale).

Questo si riverbera nell'altra specificità attuale del caso italiano evidenziata da Belligero e Oggioni: l'incapacità della sinistra "di rappresentare un’alternativa credibile all’astensionismo e al grillismo" e di "rideterminare la scala di priorità” del Paese oggi spostatasi dalla macroscopica questione economica alla questione morale e istituzionale.

Ecco che allora si rischiano due derive:

  • la prima è credere di risolvere tutto importando un modello straniero vincente, salvo poi sostituirlo alla prima sconfitta con un altro (prima Linke, poi IU, poi Front de Gauche, poi Syriza). Un vizio comune a quella sinistra che più gridava contro il mito del "Paese guida";

  • la seconda è confondere "il vuoto per il pieno": convocare le primarie senza avere la coalizione, determinare le alleanze senza analizzare i programmi e giungere ad una mediazione soddisfacente. Modalità che accomunano sinistre di governo e di opposizione.

"Può la domanda di partecipazione e la disillusione nei confronti dei partiti vedere solo una risposta tattica ed elettorale? Basta una “lista civica” per mascherare una risposta gerarchica e propagandistica alla richiesta di costruire dal basso una nuova sinistra?" - si chiedono Zamponi e Riccio. I GC rispondono che non basta e affermano la necessità di un "salto di qualità vero" da costruire intorno a tre punti:

  • un programma alternativo di governo netto e radicale che, partendo dalle piattaforme della Fiom e di Syriza, torni a dare risposte concrete a problemi concreti;

  • il superamento responsabile delle divisioni e delle fratture che hanno portato ad una condizione di minorità e di inconsistenza, dando vita a breve ad un’alleanza permanente tra le reti, le organizzazioni politiche, sociali e associative all’opposizione del governo Monti che condividono un programma antiliberista (a sinistra del Pd);

  • il rinnovamento contro la debolezza dovuta alla sopravvivenza di soggetti politici logorati e contraddittori e di leader che si autoriproducono. Partendo dalle reti di precari, dal movimento studentesco e sindacale, dalle organizzazioni giovanili politiche della sinistra si propone di "prendere la parola, moltiplicare i momenti di confronto e di azione [...] senza incoscienza ma con la fretta data dalla fase di crisi costituente.” La proposta si dovrebbe concretizzare in una grande manifestazione di massa unitaria dopo l'estate.

Qui ci preme fare una nota di metodo: per unire simili (e non uguali) è necessaria una proposta unificante e non escludente. Alla richiesta di minore elettoralismo e tatticità, non si può rispondere indicando vagamente un programma alternativo di governo netto e radicale, di cui si ignorano i soggetti deputati a realizzarlo. La piattaforma della FIOM è condivisibile (ma non è generale visto che la FIOM fa il sindacato e non il partito, con sommo dispiacere di alcuni), ma, ad esempio, non è quella di Syriza. Ed è chiaro che ambedue non siano, oggi, maggioritarie (si veda chi ha risposto all'appello della FIOM e in che termini). Ma un'alternativa di governo deve ambire ad essere percepita come potenzialmente maggioritaria: è inutile porsi il tema del programma di governo se si parte  dal presupposto di rifiutare la mediazione programmatica, così votandosi automaticamente all'opposizione. A quel punto è meglio che si scelga la linea di un'opposizione dura e antisistemica, senza promettere "mari e monti" per poi chiudersi in una prospettiva di mediazione a tutti i costi (come nel 2006) o di convinta autosufficienza (come nel 2008).

Per una sinistra (politica) che non ambisca alla marginalità, la costruzione del programma di governo deve essere il frutto della condivisione con la sinistra (sociale) che esiste: la CGIL (come soggetto di rappresentanza categoriale e generale dei lavoratori), l'ARCI, l'ANPI ed altri soggetti e reti associative, comprese quelle studentesche, di cittadinanza e del mondo cristiano radicale, la cui partecipazione al movimento dei movimenti creò un forte scompiglio nelle gerarchie ecclesiastiche. Con questi soggetti e con il loro corpo militante deve essere intrattenuto un proficuo rapporto di condivisione programmatica, rifuggendo da operazioni organizzativistiche (come proporre un frontismo "sudamericano" che per la rivendicazione di autonomia della sinistra sociale italiana e per le condizioni date è oggi improbabile) e elettoralistiche (come le candidature-spot di esponenti della "società civile" sradicati dalle realtà di crisi). Forti di un tale programma si potrebbe verificare l'agibilità delle forze che lo sostengono nel centrosinistra (la cui esistenza e composizione sono ancora incerti), garantendosi la possibilità di scegliere di porsi in completa alternativa, ove la mediazione raggiunta fosse insoddisfacente.

La programmaticità è anche il valore e il metodo su cui costruire il "superamento responsabile delle divisioni" della sinistra per dar vita ad un'alleanza - qui di tipo frontista - delle opposizioni antiliberiste. Programmaticità che eviterebbe l'inconveniente di dover descrivere come antiliberista quanto sia "a sinistra del PD", salvo poi magari collocare in tale area anche l'IDV (con buona pace di Di Pietro che rivendica essere "né di destra, né di sinistra"), benché il suo profilo in Europa la collochi alla destra delle socialdemocrazie e del PD. Verifichiamo sul campo se nell'IDV, nello stesso PD e - perché no? - nei Cinque Stelle vi siano sensibilità antiliberiste, magari tra gli iscritti insofferenti, che possano contribuire e riconoscersi in una piattaforma antiliberista.

Per finire. Il rinnovamento - tema a noi caro perché fondante del progetto di Sinistra XXI - merita un approfondimento su come ultimamente sia stata affrontata la questione della rappresentanza generazionale. Pensavamo che i compagni dei GC avessero trovato in RibAlta-Alternativa Ribelle il "soggetto unitario delle lotte della nostra generazione". Il silenzio con cui pare essere stato accantonato quel progetto, salvo smentite ufficiali, è l'esempio più recente di un errore ricorrente della sinistra: voler rappresentare il tutto (una generazione) con una parte (la federazione GC-FGCI). Per rinnovare le classi dirigenti e rappresentare istanze e bisogni generazionali non si possono ripercorrere le stesse modalità con cui hanno fallito quei gruppi dirigenti che critichiamo (ciò vale sia nella versione dell'“unità tra strutture” di RibAlta che in quella “liquida e carismatica” di TILT). Programmaticità, democrazia sostanziale e rispetto dei differenti ruoli e obbiettivi devono guidarci durante un processo unitario che porti ad un forum sociale dei soggetti generazionali e dei giovani antiliberisti che costruisca percorsi di mobilitazione e di alternativa che superino indenni la risacca che segue all'autunno di lotta e si lancino nella sfida di progettare il futuro.

 


Da http://ilcorsaro.info/editoriali/640-sinistra-cronaca-di-un-suicidio-imminente

 

Sinistra: cronaca di un suicidio imminente

Scritto da Lorenzo Zamponi e Claudio Riccio on .

Un anno fa, Milano, Napoli e Cagliari eleggevano sindaci "eretici", nati e cresciuti a sinistra dell'asse bipartitico Pd-Pdl, e, poche settimane dopo, 27 milioni di italiani, la maggioranza assoluta dei cittadini elettori di questo paese, votavano sì a quesiti referendari distanti anni luce dalle posizioni dei soggetti politici presenti in Parlamento. L'opposizione sociale al governo Berlusconi, partita dalle scuole e dalle università nell'autunno 2008, superava i confini che le erano stato imposti, e metteva in scacco, direttamente sul terreno della politica, tutto il quadro di gestione bipartitica e bipartisan delle politiche neoliberiste, dalle privatizzazioni all'amministrazione locale.

Un anno dopo, le amministrative danno un altro scossone al sistema politico, ma è impossibile darne una lettura altrettanto univoca: tra coalizioni politiche e sociali frammentate e spurie e dinamiche locali impazzite, l'unico dato chiaro è il crollo di Pdl e Lega (più del primo che della seconda, in realtà), che si riversa in gran parte sull'astensione o sulla quasi-astensione grillina. Ma se Berlusconi e il blocco di potere costruito intorno a lui sembrano avere definitivamente perso, chi ha vinto?

Il Pd è primo partito solo perché cala meno dei propri concorrenti, e questi ultimi, a differenza di un anno fa, sono difficilmente caratterizzabili a sinistra, e vincono cavalcando più una generica incazzatura contro il sistema politico che l'onda lunga delle battaglie antiliberiste. Non solo Orlando non è De Magistris e Pizzarotti non è Pisapia, ma soprattutto il dibattito sulla corruzione e sul finanziamento ai partiti ha sostituito quello su saperi, lavoro e beni comuni che aveva caratterizzato il 2010-2011.

La comprensibile e crescente sfiducia nelle istituzioni e nei partiti non ha ancora travolto le classi dirigenti, ma rischia di chiudere ogni spazio ad ogni opzione politica in senso stretto che sia radicalmente alternativa all’attuale assetto politico-istituzionale. Il ciclo berlusconiano e i primi mesi del post-Berlusconi rischiano di aver privato di legittimità qualunque distinzione su base ideale; la politica viene sostituita con l'amministrazione dell'esistente, pronta ad essere affidata o ai tecnici o, nell'accezione grillina del termine, ai cittadini, non schierati politicamente, ma incensurati e volenterosi. Sono due facce della stessa medaglia, risposte tra loro speculari, che chiudono ogni spazio alla costruzione di una società diversa.

Se il panorama è questo, è davvero incomprensibile la situazione di assoluta immobilità in cui si trova la sinistra sociale e politica italiana. Abbiamo un governo che, nel silenzio assoluto di gran parte degli attori sociali e politici e dei media, ha già fatto passare una finanziaria lacrime e sangue, la riforma delle pensioni e il pareggio di bilancio e sta per far passare nello stesso identico modo la riforma del mercato del lavoro, eppure nessuno sembra interessato a occuparsene. La ragione è sottintesa: questo governo è a termine, Monti ha già chiarito che non si ricandiderà, e al momento l'opzione del partito dei tecnici sembra non essere mai nata, perciò perché affannarsi a fare opposizione al governo, con il rischio di inimicarsi chi lo sostiene? Meglio stare fermi e aspettare che passi la nottata, tanto la destra è allo sfascio e il centrosinistra non può perdere.

Non ci stupisce il cinismo di questo ragionamento, che passa con leggerezza sopra le vite dei tanti italiani che subiscono gli effetti concreti delle manovre di Monti, a quello siamo abituati. Ci stupisce la sua incredibile miopia.
Si tratta della stessa miopia che caratterizzò i mesi a cavallo tra il 2007 e il 2008, quando Walter Veltroni e i suoi accoliti credettero che fosse possibile, picconando a destra la già precaria e impopolare architettura del governo Prodi, riconquistare un consenso e andare al governo. Ciò che Veltroni non vedeva allora e che oggi sembrano non vedere i vari Bersani, Di Pietro e Vendola, è che non si può vincere a sinistra su un terreno di destra. Che l’autonomia del politico è un mito, che non esiste un momento elettorale asettico e isolato dal contesto in cui si situa, che, soprattutto a sinistra, esiste un nesso inscindibile tra potere politico e rapporti di forza sociali.

E non si vede davvero come il dibattito politico di questi mesi possa preparare uno sbocco elettorale in qualche maniera progressista. Il governo Monti, assolutamente privo di opposizione, in parlamento come nella società, sta mettendo in pratica una politica apertamente conservatrice, e nei dirigenti della sinistra si fa strada l’idea che, tutto sommato, non sia così male: il governo tecnico si fa carico delle “riforme impopolari che l’Europa ci chiede”, e così, tra un anno, un nuovo governo può andare da Angela Merkel, mettere sul piatto i sacrifici fatti dal popolo italiano, e pretendere in cambio margini di manovra un po’ più ampi.

Ma si tratta di puro wishful thinking, privo di qualsiasi razionalità. Perché mai le élite economiche che in 6 mesi di governo Monti hanno già portato a casa gran parte di ciò che Berlusconi aveva promesso loro 20 anni fa, cioè riforma delle pensioni, parziale liberalizzazione dei licenziamenti, facilitazioni e incentivi all’utilizzo di contratti precari, apertura alla privatizzazione dei servizi pubblici locali, riduzione del pubblico impiego, ennesimo blocco del turn over all’università ecc., dovrebbero poi accontentarsi, e non trovare un nuovo campione a cui affidare le sorti del paese, a meno che chiaramente il presunto “centrosinistra” non sia disposto ad adottare l’agenda Monti? E perché mai Bce, Fmi e governo tedesco dovrebbero concedere a Bersani ciò che non hanno voluto concedere a Berlusconi e che oggi, vedi vertice europeo della settimana scorsa, non concedono neanche al fidato Monti? Ma, soprattutto: perché mai i cittadini italiani dovrebbero votare per chi promette di fare domani il contrario di ciò che vota in parlamento oggi, che è a sua volta il contrario di ciò che prometteva ieri? Quale sarebbe la proposta politica di un eventuale centrosinistra agli italiani? Sarebbe il portato delle mobilitazioni anti-austerity degli ultimi 4 anni, con la difesa dell’università pubblica, l’acqua come bene comune, la battaglia contro la precarietà e contro il modello Marchionne, oppure sarebbe l’agenda di Monti?

Due mesi fa facemmo una domanda, a chi proponeva la foto di Vasto come base per una proposta di governo basata sulla lotta alla precarietà: “se il governo non fosse disposto a modificare la riforma in parlamento (ad ora non ci sono stati segnali pubblici in questo senso) e se il Pd, come del resto ha più volte ribadito Bersani, scegliesse di votarla a prescindere, cosa succederebbe? Possiamo ipotizzare una coalizione politica basata sulla lotta alla precarietà con al centro un partito che vota la sostanziale liberalizzazione dei licenziamenti?”

Ciò che temevamo è successo, il Pd si è allineato sul ddl Fornero, eppure a sinistra non è successo assolutamente niente, ad eccezione della meritoria ma palesemente insufficiente manifestazione della Federazione della Sinistra il 12 maggio: Sel e Idv continuano a invocare un centrosinistra al momento invisibile quanto improbabile, mentre la sinistra sociale, sia sul piano sindacale sia su quello di movimento, sta subendo la riforma del lavoro con una passività davvero sconcertante.

Eppure il dibattito verso le elezioni del 2013 pare assolutamente scollegato dalla realtà economica e sociale quotidiana, viaggia su binari fantasmagorici, tra Bersani che annuncia le primarie senza aver individuato la coalizione e tutta una serie di soggetti presuntamente alla sua sinistra che si scannano su un’improbabile lista “civica” in grado di tenere insieme i movimenti e Carlo De Benedetti. Può la domanda di partecipazione e la disillusione nei confronti dei partiti vedere solo una risposta tattica ed elettorale? Basta una “lista civica” per mascherare una risposta gerarchica e propagandistica alla richiesta di costruire dal basso una nuova sinistra?
A queste domande, non solo nostre, le forze della sinistra politica fanno orecchie da mercante. Troppo rischiosa sarebbe per quei gruppi dirigenti l'ipotesi di lasciare le sicurezze del “Nuovo Ulivo” per avventurarsi sul terreno tanto difficoltoso quanto necessario della costruzione della sinistra. Ci si nasconde dietro l'idea che Monti rappresenti una fase transitoria, non cogliendo la differenza con ciò che realmente è, cioè una fase di transizione. Cambiano poche lettere, che fanno tutta la differenza del mondo.

La transizione verso la terza repubblica sarà lunga e difficile, e non potrà prescindere né dall’operato del governo Monti né dal quadro di poteri nazionali e internazionali in cui è nato. Credere che bastino le primarie per ricostruire il legame tra opposizione sociale e alternativa politica che il governo Monti ha rotto significa credere alla propria stessa propaganda. Non c’è alternativa e non c’è sinistra, oggi, che possa prescindere dall’opposizione a questo governo e al sistema di potere finanziario transnazionale di cui è emanazione. Non c’è cambiamento possibile, oggi, senza l’investimento forte su un conflitto democratico e costituente, in grado di mettere in discussione i dogmi della compatibilità e di mettere in primo piano i bisogni e le aspirazioni della società.

La sfida della crisi, per l’Italia, è tutt’altro che finita: è appena iniziata, e il peggio deve ancora venire. Per resistere, e vincerla, servono determinazione e senso di responsabilità, ma soprattutto serve il coraggio di mettere in discussione le rendite di posizione e le tentazioni dei sondaggi, di mettere al centro la battaglia contro l’austerity e per un’alternativa di società, di costruire intorno a essa un fronte di resistenza e alternativa in grado di ricostruire il rapporto tra società e politica. Difficile? Certo, ma qual è l’alternativa?
Eludendo questi punti, aggirando l’operato del governo Monti e sfuggendo alla domanda di radicale rinnovamento che viene dai cittadini, non c’è vittoria possibile, checché ne dicano i sondaggi. E fingere di non vedere i rapporti di forza in campo nella società, invece di provare a cambiarli, non è segno di maturità e volontà egemonica, ma solo di miopia e opportunismo.



Da  http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/archives/3802

Tre proposte per il futuro della Sinistra

di Simone Oggionni e Anna Belligero, portavoce nazionali Giovani Comuniste/i

La riflessione che ci propongono Lorenzo Zamponi e Claudio Riccio (1) è convincente e soprattutto ha il merito di guardare in avanti. Muove da un punto di partenza oggettivo: ad un anno di distanza dalle elezioni amministrative e, soprattutto, dalla grande vittoria referendaria, dobbiamo registrare un drammatico passo indietro. Allora la sinistra sociale e quella politica erano state in grado di assestare due colpi fortissimi al governo Berlusconi.
Oggi la stessa sinistra sociale e quella politica (sia pure con diversi gradi di responsabilità, dato il dinamismo e la combattività su questo terreno del partito e della Federazione della Sinistra) sono inerti e senza voce di fronte al governo Monti e alle sue politiche di destra. Oltre a ciò, sembriamo incapaci di rappresentare un’alternativa credibile all’astensionismo e al movimento di Grillo, la cui presa egemonica è impressionante, in primo luogo nella capacità di rideterminare la scala di priorità con cui si confronta il Paese, spostando l’attenzione dalla macroscopica questione economica di un sistema capitalistico squilibrato, ingiusto e che non funziona, alla questione morale di un sistema politico-partitico-istituzionale che si autoalimenta e riproduce senza soluzione di continuità i propri vizi.
Questo è un dato cruciale, a cui ne vanno aggiunti altri due.
Il primo è che – come ha detto Mario Tronti all’iniziativa promossa dalla Fiom settimana scorsa – esiste una classe lavoratrice privata della parola, sola, costretta al silenzio e al ricatto. In questa misura, esiste una classe lavoratrice difesa e organizzata sindacalmente (questo spiega l’attacco senza precedenti ai sindacati conflittuali dentro le fabbriche) ma abbandonata sul piano politico, priva sostanzialmente di rappresentanza politica.
Il secondo elemento è che dentro le maglie di questa classe ma anche fuori da essa esiste una generazione – la nostra – totalmente privata di diritti, salario e cittadinanza. È la generazione rappresentata dalle cifre che ormai conosciamo a memoria: quattro milioni di precari, due milioni senza lavoro né formazione, quasi il 40% di giovani disoccupati. Quella dell’affitto e del mutuo impossibili, della famiglia di provenienza sul lastrico ma unico ammortizzatore sociale rimasto, e della famiglia da formare come un sogno impossibile, perché abitare, spostarsi, addirittura mangiare, ha dei costi insostenibili.
Questa realtà oggi chiede il conto. Perché la sinistra in Italia ha perso la capacità di raccontare un messaggio di trasformazione e cambiamento e, quel che è peggio, ha perso negli anni due alleati determinanti: il lavoro dipendente (nella sostanza dipendente) e le nuove generazioni.
Allora il tema è trasformare questo dramma in opportunità, rompendo l’immobilità e costruendo una prospettiva. In questo senso il titolo del contributo di Zamponi e Riccio (Sinistra: cronaca di un suicidio imminente) è intelligentemente provocatorio, perché ci invita a non attestarci alla cronaca di un disastro inevitabile ma a mettere in campo tutto ciò che è possibile per modificare l’esito, agendo da soggetto attivo.
Determinante, allora, è comprendere il terreno su cui crescono il grillismo e l’astensione, per evitare di entrare in cortocircuito. Il terreno, la sfiducia nei partiti, poggia sulla inadeguatezza, sulla scarsa coerenza e sui ritardi (tattici e di cultura politica) di una parte rilevante dei gruppi dirigenti delle attuali formazioni politiche. Se Grillo è al 20%, l’astensione quasi al 40% e noi siamo al palo forse è anche colpa nostra e, in particolare, di chi non ha voluto o saputo ascoltare i segnali d’allarme lanciati ripetutamente dal Paese reale.
Serve un salto di qualità vero, che si potrebbe costruire intorno a tre punti: innanzitutto un programma alternativo di governo netto e radicale, a partire dalle piattaforme proposte in Italia dalla Fiom e in Grecia dalla coalizione di sinistra di Syriza (che ottiene un risultato storico e non diviene il primo partito per una campagna politica e mediatica internazionale di terrore orchestrata in maniera efficace dall’insieme dei poteri forti che hanno generato la crisi). Un programma radicale che torni a dare risposte concrete a problemi concreti: la scala mobile, un piano pubblico per l’occupazione, un salario minimo garantito e forme di reddito garantito anche per i disoccupati e gli studenti, una tassa patrimoniale seria.
In secondo luogo il superamento responsabile delle divisioni e delle fratture che in questi anni ci hanno costretto in una condizione di minorità e di inconsistenza, dando vita nel più breve tempo possibile ad un’alleanza permanente tra tutte le reti, le organizzazioni politiche, sociali e associative che sono all’opposizione del governo Monti, e che condividono un programma anti-liberista (a sinistra del Pd, quindi), come accade nella gran parte dei Paesi europei.
In terzo luogo, infine, il rinnovamento. Lo ripetiamo: parte della nostra debolezza è imputabile ad un teatrino stucchevole in cui ciò che sembra contare di più è da un lato la sopravvivenza utile solo a sé di soggetti politici logorati e pieni di contraddizioni e dall’altro lato la visibilità di leaders che spesso occupano la scena da venti, trenta o quarant’anni. Come scrivono Zamponi e Riccio: assistiamo ad un dibattito che parla solo di primarie, liste civiche, fotografia di Vasto, sconnesso dalla realtà economica e sociale di un Paese piegato dalla crisi e dalle politiche del governo Monti. Un dibattito a cui purtroppo Partito democratico e Sinistra Ecologia Libertà contribuiscono non poco.
Delegare ad altri non è più né possibile né sensato. Ci vuole un po’ di coraggio. Rispondendo a Lorenzo e Claudio ci rivolgiamo a tutti coloro i quali con noi lottano ogni giorno in ogni città, e con l’immensa fatica delle nostre tante solitudini, per lo stesso obiettivo. Alle reti di precari del comitato “Il nostro tempo è adesso”, al movimento studentesco e sindacale, alle organizzazioni giovanili politiche della sinistra: prendiamo la parola, moltiplichiamo i momenti di confronto e di azione. Procedendo senza incoscienza ma anche con la fretta che serve in questa fase di crisi costituente, a partire da noi.
Dopo l’appuntamento del 12 maggio, entusiasmante ma purtroppo non raccolto a sufficienza dalle forze esterne alla Federazione della Sinistra, troviamoci in piazza, subito dopo l’estate, in una grande manifestazione di massa finalmente unitaria contro le politiche di un governo che ci sta rovinando il presente e togliendo il futuro. Questo Paese ha bisogno del nostro impegno.

SIMONE OGGIONNI e ANNA BELLIGERO

Portavoci nazionali delle/dei Giovani Comuniste/i

19 giugno 2012

(1) Lorenzo Zamponi e Claudio Riccio sono stati in questi anni tra gli animatori del movimento universitario dell’Onda e tante altre cose, impegnati a diverso titolo in Link – Rete della Conoscenza

Ultima modifica il Mercoledì, 05 Settembre 2012 13:17
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