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Alcuni appunti sulla governance economica europea

Giovedì, 21 Gennaio 2021 12:45 Scritto da 

È frequente sentir dire che la costruzione dell’Europa in termini di comunità politica attraversa una fase di crisi e che uno dei motivi più importanti di tale crisi risieda nella mancata attuazione dell'ambizioso progetto dell'Europa sociale, cioè della crescita dell’Europa nella coesione politica, sociale ed economica, e non solo nella dimensione mercantile ed in quella territoriale.

Quando non lascia indifferenti, la questione difficilmente allarma. Salvo nei periodi di emergenza, la distanza tra Roma e Bruxelles ci appare infatti amplificata. Sottovalutiamo, così, il fatto che l’Italia sia il maggiore dei Paesi membri dell’UE ad avere introdotto a livello costituzionale la comunitarizzazione della definizione del proprio indirizzo economico, che rappresenta la parte più rilevante dell’indirizzo politico di uno Stato.

Nel 2012, con la modifica all’art. 81 della Costituzione che ha introdotto l’obbligo del pareggio di bilancio, sono stati anticipati gli intenti del Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell'unione economica e monetaria, che ha irrigidito i cd. Parametri di Maastricht che già condizionavano la politica di bilancio dello Stato attraverso il Patto di Stabilità e Crescita.

Le politiche sociali nazionali sono tuttavia fortemente limitate dai vincoli imposti dalla c.d. governance economica europea. In primo luogo, il Patto di bilancio europeo, entrato in vigore nel 2013 e noto ai più come Fiscal Compact, ha determinato un'accelerazione dell’Unione europea sul versante del coordinamento e della programmazione delle politiche finanziarie, senza preoccuparsi di mettere in discussione i diritti sociali fondamentali.

La politica economica e di bilancio nazionale è parte di una negoziazione continua con i restanti Paesi dell’Unione e in particolare con quelli che adottano l’Euro. L’appartenenza alla moneta unica, altro pilastro della governance economica, incide notevolmente sull’effettiva operatività delle politiche di aggiustamento economico nazionale, in quanto gli Stati, non battendo più moneta, non sono neppure più in grado di usare la leva economica della svalutazione.

All’interno dell’Eurozona vige il primato della Banca Centrale Europea e del Sistema Europeo delle Banche Centrali. Si potrebbe pensare che la differenza con il passato risiede nel fatto che ciò che prima si faceva da soli - come decidere l’indirizzo di politica economica, finanziare la spesa pubblica, definire il tasso di svalutazione della moneta - ora si faccia insieme, coordinandosi a livello europeo. E questo potrebbe anche essere un fatto positivo, se fosse del tutto vero.

Uno dei miti da sfatare, infatti, risiede proprio nel ruolo della BCE, una banca centrale rigidamente limitata nelle funzioni che di solito competono alle banche centrali. I Trattati istitutivi dell’Unione, infatti, affidano alla BCE e al Sistema Europeo delle Banche Centrali esclusivamente il compito di perseguire la stabilità dei prezzi come obiettivo primario di politica monetaria, mantenendo il livello di inflazione annuo prossimo, ma inferiore, al 2%; il resto, come ad esempio intervenire direttamente sul mercato delle obbligazioni per ridurre gli spread sui titoli di Stato, non fa “costituzionalmente” parte delle funzioni della BCE.

Gravi emergenze come la crisi del debito sovrano europeo, in passato, o quella attuale dovuta alla pandemia da coronavirus hanno costretto a derogare temporaneamente a tali principi. In generale, però, altri strumenti svolgono, almeno al livello dell’Eurozona, i compiti che di norma competerebbero a una banca centrale: fra tutti, non si può non citare il MES, il meccanismo di stabilità dei paesi appartenenti alla zona Euro, i quali, con un trattato esterno all’Unione (ma da questa autorizzato), nel 2012 hanno concepito un sistema mediante il quale un Paese che si trovi in difficoltà economica può chiedere assistenza finanziaria.

Il cd. fondo salva stati eroga prestiti sottoposti a precise condizionalità ed esclusivamente a seguito della dichiarazione che lo Stato richiedente formalmente dichiari che lo stato delle proprie finanze rischia concretamente di destabilizzare quello del complesso degli altri 18 Paesi dell’Eurozona. Questa solenne dichiarazione, che già di per sé impone uno stigma sul Paese richiedente con ricadute sicuramente negative per la sua esposizione sui mercati finanziari, si accompagna all’accettazione di rigide condizioni, che sostanzialmente prevedono un programma di riforme strutturali sotto la direzione di BCE, Commissione europea e Fondo Monetario Internazionale.

La condizione di accesso all’assistenza finanziaria del MES, dunque, è il sostanziale commissariamento dello Stato da parte della troika, che storicamente ha sempre significato una revisione del bilancio mediante tagli alla spesa pubblica. Così concepito, il MES tutela più i creditori che il richiedente aiuto e, per questa e altre criticità, la gestione dei costi della crisi post-pandemica è stata accompagnata dalla predisposizione di altri strumenti di sostegno al bilancio dello Stato, come il Recovery Fund o Next Generation EU, il piano per stimolare la ripresa economica europea sul lungo termine, sperando che non serva a far ricadere i costi dell’attuale crisi sulla prossima generazione europea.

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Alessandro Tedde

(Sassari, 1988). Avvocato e giurista, presidente di Sinistra XXI, in passato ha militato in alcune formazioni politiche della sinistra, anche assumendo ruoli dirigenziali. Nel 2008 è stato uno dei fondatori dell'allora più grande sindacato studentesco d'Italia, la Rete degli Studenti Medi.

Laureato con lode all'Università di Sassari con una tesi in diritto costituzionale sul principio di sovranità popolare, ha conseguito un diploma in Studi e ricerche parlamentari all'Università di Firenze e attualmente è dottorando di ricerca in Diritto dell'Unione europea e ordinamenti nazionali presso l'Università di Ferrara.

Sito web: www.avvocatoalessandrotedde.it
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