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*la Sinistra del XXI secolo*

Pubblicato in Sinistra Sarda

L'autogoverno della Sardegna parte dalla centralità politica del Lavoro

Lunedì, 30 Novembre -0001 01:00 Scritto da 

Trascrizione ampliata della relazione tenuta all'assemblea regionale di Sinistra Italiana Sardegna, tenutasi a S. Cristina di Paulilatino (OR) il 2 aprile 2017, alla presenza del coordinatore della segreteria nazionale di Si, Sen. Peppe De Cristofaro.

L'autogoverno della Sardegna parte dalla centralità politica del Lavoro

1. La "vertenza Sardegna"

La Sardegna non è solo il centro geografico dell'area Euromediterranea, ma rappresenta anche un ottimo punto di osservazione dei conflitti che attraversano il Mare Nostrum sotto il profilo socio-economico e socio-istituzionale. Nel conflitto fra capitale e lavoro nei luoghi della produzione sociale e nel conflitto tra centro e periferie nei luoghi della riproduzione sociale, la Sardegna è un vaso di Pandora. Il centro-sinistra sardo ha palesemente fallito la sfida storica del fronteggiare la variante isolana della ristrutturazione capitalistica espressasi in una crisi economica epocale che in Sardegna ha inciso su di un tessuto economico, sociale ed industriale già strutturalmente debole.

Al fine di non lasciare i lavoratori e i cittadini in balia del Capitale che si riorganizzava, il centro-sinistra avrebbe dovuto fare proprie le istanze di rinnovamento chiaramente espresse dal popolo sardo nel 2014. La giunta Pigliaru ha, invece, completamente disatteso tali aspettative, abdicando fin da subito al ruolo di guida nella soluzione delle micro-vertenze locali che costituiscono i tasselli della decennale macro-vertenza chiamata "Sardegna"nominando in assessorati strategici, come quello all'industria, persone che dopo appena due mesi dall'insediamento ammettevano candidamente di non avere idea di cosa fare che necessitano di scelte strategiche.

Ancora oggi, il Partito democratico (italiano e sardo) polemizza sui leader piuttosto che sulle scelte conservative dei gruppi dirigenti: la riduzione effettiva della partecipazione ai processi democratici dei lavoratori e dei cittadini, italiani e sardi, non è stata solo opera, dunque, del capitalismo e del liberismo.

2. Un progetto di governo credibile

In una situazione di profondo disagio sociale, tutta la sinistra ha il compito di ritrovare una utilità sociale e dunque una credibilità politica. E' anche nostra responsabilità se la tessitura di una trama unitaria a sinistra è stato, spesso, un discorso prevalentemente abusato nei comunicati e nelle conferenze stampa: in questo senso, il Congresso di Rimini non ha fatto tutto quanto fosse in suo potere per evitare a Sinistra Italiana una scissione che ha fatto perdere molto radicamento al partito.

In Italia come in Sardegna, una presenza marginale all'interno delle istituzioni democratiche non farà di Sinistra Italiana una forza utile al proprio blocco sociale di appartenenza (i lavoratori) e al popolo in generale. E se è vero che sono pesanti gli interrogativi aperti nell'area progressista dalla divisione tra partiti di sinistra che in Parlamento sostengono il Governo Gentiloni e partiti di sinistra che vi si oppongono, la nostra sfida, tanto nel partito (nazionale e sardo) quanto verso il Governo (nazionale e sardo), è aprire il ragionamento sulle proposte prima che sui leader. 

Per rimettere in moto l'insieme delle forze vive della nostra società, attive dentro e fuori i partiti, serve un progetto di governo credibile che non si risolve in proposte politiciste. L'ambizione di rappresentare i lavoratori impone un patto chiaro e preventivo sui grandi temi, anche di rilevanza internazionale, affinché sia realmente possibile proporsi di governare, piuttosto che la discesa sull'accidentato terreno del pansindacalismo (come ho affermato nella direzione nazionale dello scorso 4 marzo rispetto all'atteggiamento di mero appoggio alle iniziative referendarie del sindacato), né la pur ottima resistenza difensiva alle modifiche della forma di Stato-governo repubblicana, come accaduto con la riforma costituzionale (che in Sardegna ha visto il NO prevalere con il 73% contro il neocentralismo dei governi liberali). 

Una proposta alternativa di governo, discussa e condivisa in forum partecipati, costruita sull'intreccio tra sovranità e partecipazione democratica, centralità del conflitto capitale-lavoro, trasparenza ed etica pubblica, può essere la base da cui muovere insieme verso il riscatto del Paese e della nostra Isola.

3. Il ruolo di Sinistra Italiana nella sinistra sarda

"C'è alternativa", slogan del congresso nazionale fondativo di Sinistra Italiana, significa dunque sviluppare un'offensiva programmatica che, sì, parta dalla completa immersione dell'intera sinistra nei conflitti, ma con la finalità di una proposta di governo capace di ascendenza non solo sugli elettori delusi, ma anche sui delusi che non sono più elettori: quell'area del non voto che è drammaticamente sempre più consistente. 

La nostra prospettiva è calare il progetto politico della sinistra nella specificità sarda. Ciò significa costruire un percorso autonomo della sinistra sardauna formula politica aperta che tenga conto delle condizioni specifiche della struttura politica e sociale isolana, un progetto strategico di unità nel rispetto delle diversità.

Non più tardi di tre anni, alle elezioni regionali il più grande partito della Sardegna era la "sinistra sarda", cioè l'insieme di quelle forze che nei loro statuti e programmi intrecciavano la tradizione politica-culturale del movimento dei lavoratori con quella proveniente dalla storia dell'autonomismo. 

Questo blocco, che contava circa 150 mila voti (cioè lo stesso numero di voti del PD e 25 mila in più di Forza Italia), si è presentato diviso in 3 coalizioni e, così facendo, ha vanificato la forza di una massa critica tale da poter fondare seriamente i presupposti di una proposta politica di autogoverno della Sardegna a partire dalla centralità del lavoro.

Con questa consapevolezza, dobbiamo lanciare a tutte le componenti della sinistra sarda la sfida dell'approfondimento teorico e dell'unità d'azione al fine di tradurre l'analisi dei dati e dei flussi elettorali in una realtà politica, cioè nella prima forza, per voti e per seggi, del Consiglio Regionale Sardo che giustamente potrebbe ambire al governo della Regione da una posizione di forza tale da rendere inutili, almeno in Sardegna, le discussioni della sinistra sulle alleanze con il PD o con il M5S.

Per questo l'iniziativa unitaria organizzata la scorsa settimana dai compagni di Sinistra Italiana di Pattada è molto importante e assume una valenza regionale: radicareun percorso di confronto-partecipazione-mobilitazione su di un programma da portare all'attenzione di tutti i sardi attraverso un percorso assembleare nei luoghi di espressione delle microvertenze della macrovertenza "Sardegna" è il primo passo per costruire un coordinamento stabile delle forze sarde di alternativa, aperto ad accogliere le istanze di cambiamento.

In quel contesto abbiamo mostrato che, in Sardegna, Sinistra Italiana può mantenere il ruolo di propulsore e baricentro della sinistra, che attualmente pare aver perso sul Continente. Anche il partito sardo ha subito il distacco di alcuni istituzionali, che ha portato al distacco degi iscritti che evidentemente erano a loro legati da vincoli personali. Ma, e lo dico anche ai compagni del Sud, una scissione organizzativa (cioè una diminuzione degli iscritti) non è tanto grave quanto una scissione politica, cioè una maturata non condivisione del progetto politico del partito, a cui, io credo, i compagni sardi che si sono allontanati non credessero più di tanto.

Per questo, oggi, Sinistra Italiana in Sardegna deve guardare al proprio futuro con la consapevolezza che conserva ancora le risorse, politiche ed intellettuali, per assumere un ruolo propulsivo: la nettezza delle posizioni unita all'apertura al confronto stabile produce anche risultati tangibili nel radicamento del partito (quella sera stessa, SI ha incrementato i propri iscritti a Pattada). Non c'è motivo di credere che, in altre zone della Sardegna (e d'Italia, aggiungo io), non possa succedere altrettanto.

Il vero dilemma sono i gruppi dirigenti, tendenzialmente portati all'autoconservazione, tendenzialmente poco autonomi nell'imporre processi di costruzione politica, anche in rapporto dialettico-critico con le dirigenze italiane. Eppure non si può negare, salvo fare un torto alla Storia con la S maiuscola, che la nostra Isola abbia avuto risorse sufficienti non solo a costruire la propria a sinistra, ma anche quella italiana ed internazionale. Bastino tre nomi tra i tanti: Antonio Gramsci, Emilio Lussu ed Enrico Berlinguer.

Sotto questre tre bandiere della sinistra sarda, italiana e internazionale, questo mese dovremo celebrare i congressi federali e quello regionale di Sinistra Italiana con l'obiettivo di fare, almeno in Sardegna, quella sinistra moderna (fatta di volti nuovi e di metodi nuovi) che riprenda a fare meglio che in passato le cose antiche: promuovere lo sviluppo della coscienza dei lavoratori e dei cittadini sui loro diritti e sulle loro potenzialità come soggetto sociale progressivo; costruire legami, non solo ideali ma anche materiali, tra le diverse componenti del movimento dei lavoratori e della società (non solo ideali, ma anche materiali); definire un programma concreto con queste persone che apra la sfida del cambiamento.

Questo il ruolo di Sinistra Italiana in Sardegna, questo il ruolo della Sinistra Sarda in Italia, in Europa e nel Mondo.

Ultima modifica il Venerdì, 18 Agosto 2017 12:11

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Alessandro Tedde

(Sassari, 1988). Avvocato e giurista, Presidente Nazionale di Sinistra XXI e componente della Direzione Nazionale di Sinistra Italiana.
Laurea con lode in diritto costituzionale all'Università di Sassari, diploma post-laurea in Studi e ricerche parlamentari all'Università di Firenze. Ho fondato la Rete degli Studenti Medi (2008) e Sinistra XXI (2012).
Mi occupo di ricerca sui seguenti temi del diritto pubblico: sovranità, globalizzazione, socialismo costituzionale, forme di stato-governo, partiti

Sito web: www.avvocatoalessandrotedde.it

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