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Lunedì, 05 Dicembre 2016 07:00

Lavoro contro Capitale

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Le alleanze che si formano prima delle elezioni, anche sotto forma di coalizioni plurali di centro-sinistra o di centro-destra, non hanno la capacità di rappresentare la frammentazione sociale presente nel Paese.

La semplificazione è piuttosto il prodotto storico del lavorìo di una serie di meccanismi antidemocratici finalizzati a produrre due poli politici interclassisti (dunque non socialmente omogenei), che hanno nascosto la persistente attualità del bipolarismo di classe, il Lavoro contro il Capitale.

L'esistenza di tale bipolarismo sociale, nucleo del più ampio pluralismo sociale, è riconoscita della Costituzione repubblicana che, di fronte ad uno storico partito delle élites sostenitrici del capitale, ha legittimato la strutturazione politica di un partito "lavorista" che, per il tramite della stessa Costituzione, porti tutti colori i quali sono soggetti al lavoro e, più in generale, gli oppressi a sostituirsi alle élites borghesi nel governo della Repubblica.

E' possibile fuoriuscire dalla crisi della sovranità in via non extra-legale?

Lo squilibrio tra libertà ed uguaglianza è una costante della storia delle costituzioni, ma negli ultimi tempi lo sbilanciamento a favore del primo termine è stato ancor più accentuato dalla fuga della componente economica dei diritti liberali dal controllo democratico del circuito politico – rappresentativo.

Oggi, l’intero sistema democratico nazionale è costretto a muoversi entro compatibilità economiche e giuridiche esterne a quel circuito e lontane dal conflitto sociale, che restringono i margini delle politiche di redistribuzione e garantiscono alla proprietà di sottrarsi dal perimetro della sovranità nazionale.

Ormai da tempo il mercato reclama per sé alcune funzioni secolari delle istituzioni politiche e statali.

La dottrina prevalente, ancora legata al punto di vista statocentrico ereditato dal cd. modello di Westfalia e fondato sui dogmi dell’unicità della sovranità e dell’indivisibilità dei requisiti dell’indipendenza e dell’effettività dell’ordinamento sovrano, ha finora letto il fenomeno secondo lo schema dell’erosione delle sovranità statali da parte della Ue e, in subordine, della sovranità della Ue da parte del mercato.

In realtà, la vicenda dello sviluppo dell’Unione Europea mostra una duplicazione della sovranità conseguente alla duplicazione delle constituencies: l’UE, infatti, si presenta come un iperstato che assume i connotati di sovranità e statualità secondo modalità compatibili con un ordinamento sovranazionale, che cioè si pone al di sopra della comunità degli stati nazionali (dai quali sussume i caratteri fondamentali della statualità), ma al di sotto dell’iperspazio pubblico globale, dominato dal sentiment dei mercati finanziari.

La sovranità dell’Ue è dunque duplice e derivata: essa attinge la propria autorità dalla sfera globale del mercato e la esercita mediante la rara prerogativa di poter “bucare” la sovranità degli Stati membri con norme direttamente applicabili ai loro cittadini. Il requisito statuale dell’indipendenza le è garantito dalla dipendenza dalla constituency economica del mercato (che superiorem non recognoscens), mentre quello dell’effettività è integrato direttamente dalla constituency politica rappresentata dalla recognitional community degli stati membri che le hanno trasferito parte della loro sovranità.

Questa configurazione corrisponde al nucleo fondamentale dell’ipotesi teorica della postdemocrazia, cioè di una forma statuale postmoderna in cui ai profili esterno ed interno della sovranità corrispondono due constituencies differenti (e non più una sola come nel modello moderno, democratico e nazionale), secondo un paradigma precedente all’affermazione degli ordinamenti fondati sul principio di sovranità popolare.

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