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Global compact vs. local impact. L’autovalorizzazione del lavoro migrante: Riace come paradigma?

Venerdì, 30 Agosto 2019 18:43 Scritto da 

1. Per una critica del regime regolatorio globale delle migrazioni

Ci troviamo, dunque, nel campo della global governance e, in particolare, del migration management, termine sotto il quale vengono compendiati strumenti e politiche atti a definire un regime globale di gestione delle migrazioni, di cui il Global Compact for Safe, Orderly, and Regular Migration è il più recente esempio a livello internazionale; esso delinea una cornice normativa e un insieme di standard non vincolanti orientati a favorire un processo di convergenza delle politiche migratorie a livello globale sotto monitoraggio dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni.

Il migration management previsto dal Global Compact prefigura una molteplicità di differenti canali d’accesso legali e flessibili sulla base delle esigenze “demografiche e del mercato del lavoro”, per valorizzare il capitale umano di cui sono portatori i migranti, promuoverlo in termini di skills e “impiegabilità” nei diversi contesti. Secondo la critica non ostile alle migrazioni, l’accordo cela un progetto realistico di governo capitalistico delle migrazioni a livello globale, una loro normalizzazione nel senso di una definizione di una “misura media” della valorizzazione del lavoro e della vita dei migranti fondato su tre punti:

  1. il riconoscimento del carattere strutturale delle migrazioni quale elemento da rendere produttivo;
  2. la proposta di un insieme di strumenti flessibili per renderle produttive, in ultima istanza secondo la logica neoliberale del “capitale umano”, mediante schemi di reclutamento dei migranti improntati a una essenziale flessibilità, considerata necessaria tanto per i cambiamenti strutturali del mercato del lavoro nei Paesi “recettori” quanto per intercettare e valorizzare le caratteristiche sempre più turbolente e imprevedibili degli stessi movimenti migratori;
  3. l’enfasi sui diritti dei e delle migranti come elemento di non distorsione della concorrenza di mercato.

In un contesto europeo di crisi migratoria e di innalzamento di muri (fisici e non), l’Italia ha risposto al sovraccarico delle richieste d’asilo negoziando con i Paesi di origine e di transito dei migranti una serie di accordi e investimenti economici finalizzati al loro respingimento e allontanamento forzato, mentre il Governo Conte ha disertato l’incontro di Marrakech per non firmare l’accordo, ma tale contrarietà non è stata giustificata sulla base dell’incompatibilità dei principi fondamentali della Costituzione con i presupposti neoliberali del Global Compact.

I richiami nazionalistici al “ritorno alla sovranità” e al “primato nazionale”, in verità, hanno nascosto la difficoltà dell’arretrato capitale italiano a cogliere la logica dell’uso della forza-lavoro migrante come strumento dello sviluppo economico globale.


2. Le alternative al Global Compact: la gestione securitaria dei governi italiani e quella del modello Riace

La gestione e la limitazione delle migrazioni sono uno dei punti principali dell’agenda delle destre globaliste/liberali e sovraniste/nazionaliste, rappresentate in Italia dai ministri dell’Interno Minniti e poi Salvini: il primo ha chiuso accordi con la Libia per limitare l’accesso dalla rotta del Mediterraneo centrale, che hanno causato la quasi totale cessazione degli sbarchi a fronte di brutali violazioni dei diritti umani delle persone migranti; il secondo ha cercato di limitarle direttamente sul mare, facendo quel “lavoro sporco” prima fatto dai libici.

Si è dunque passati da una sorta di displacement attraverso i campi di detenzione e tortura in Libia alla retorica della destra fascista e la limitazione delle migrazioni in mare come strumento di governance per il raggiungimento del consenso: da una governance di terra a una di mare, per parafrasare Carl Schmitt.

Sul fronte interno, attori pubblici e appartenenti al terzo settore hanno in certi casi interagito fra loro delineando inediti scenari di governance e interpretazioni dissimili rispetto a quelle derivanti dal discorso “securitario” predominante a livello europeo e nazionale.

Tuttavia, pur in presenza di riconoscimenti ufficiali da parte di poteri e organismi dello Stato (prefetture, magistratura, ecc.), il Governo si è caratterizzato per una parallela lotta al modello alternativo di messa a valore della forza-lavoro migrante, fondato sulle  best practices locali rette da un’esistente legislazione ordinaria nazionale e regionale

Queste considerazioni si esemplificano in Calabria, che negli ultimi due decenni ha ricevuto un continuo flusso di rifugiati che hanno spinto alla promozione di soluzioni abitative innovative e politiche di rinnovamento, con il particolare riferimento della cittadina di Riace (comune dell’area metropolitana di Reggio Calabria), dove da anni coabitano orientamenti culturali e programmi di accoglienza di segno radicalmente opposto rispetto a quelli riconducibili al fenomeno della securitizzazione dei flussi.

Il tipo di governance etico sviluppato dal modello di Riace integra le politiche finalizzate all’accoglienza di richiedenti e beneficiari di protezione internazionale con programmi rivolti alla sperimentazione di nuove forme di housing sociale e sviluppo solidale, da realizzare in una comunità interessata da un crescente spopolamento; il caso Riace rappresenta un perfetto modello di autogoverno democratico, andando contro la propaganda politica degli ultimi anni caratterizzata da ostilità verso l’accoglienza inclusiva, dalla criminalizzazione dei migranti, e della supposta incompatibilità culturale.

Sebbene tra il 2016 e il 2017 vengano stilate tre diverse relazioni ispettive della prefettura, nel 2017 Domenico Lucano viene indagato dalla Procura di Locri e il 3 ottobre 2018 viene sospeso dalla carica di sindaco e i fondi destinati a Riace vengono bloccati. L’ordine di arresto per il sindaco rappresenta solo il momento culminante di una sorta di persecuzione politica in atto da molti mesi.

A lui vengono contestati i reati di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche ai danni dello Stato e dell’Unione Europea, concussione e abuso d’ufficio: in particolare, sotto la lente degli inquirenti finisce il rapporto tra il comune e le sei cooperative che gestiscono, senza aver vinto una gara pubblica ma solo attraverso delle convenzioni, i quasi due milioni di euro all’anno che finiscono a Riace per l’accoglienza.

In questo contesto la sinistra non è riuscita ad elaborare una narrazione e una strategia efficaci contro le politiche delle destre liberali e nazionaliste: scopo di questa ricerca è capire se i casi di gestione alternativa delle migrazioni, come quello di Riace o di Satriano, possano definire un paradigma strategicamente alternativo, su più versanti (giuridico, politico, mediatico) e livelli (locale-nazionale, europeo, globale). La ricerca che proponiamo intende valutare il “caso Riace” secondo tre aspetti:

1. Governo capitalistico delle migrazioni vs. autogoverno dei produttori migranti: globale-locale, direttrici giuridiche e costituzionali, con uno sguardo alla giurisprudenza nazionale e sovranazionale (Alessandro Tedde).

Il migration management realizzato a Riace condivide con il Global Compact l’idea che le migrazioni siano un dato strutturale da rendere produttivo attraverso l’uso di strumenti flessibili, ma rigetta la logica neoliberale del “capitale umano”, rifacendosi ad una lettura coordinata degli artt. 2, 3, 4, 10 della Costituzione. Altresì integra l’enfasi sui diritti dei migranti con il riferimento ai doveri collegati alla responsabilità verso la collettività.

La centralità sull’autogoverno e sull’autonomia è in antitesi dialettica con il modello preconizzato dal Global Compact e con quello securitario dei respingimenti, ma Riace può essere considerato anche un modello alternativo di migration management sul piano giuridico, sulla base delle fonti di diritto e sulla giurisprudenza attualmente esistente? Oppure sono necessarie implementazioni sul piano costituzionale nazionale e su quello sovranazionale ed internazionale per fornire copertura ad un modello realmente alternativo?

2. Riace, efficacia economica e sociale delle politiche dell’accoglienza: una policy analysis (Francesco Nurra). 

Una valutazione dei pro e dei contro dell’approccio delle amministrazioni Lucano alle politiche di integrazione, nonché al seguito al di fuori del territorio di Riace: quali sono le eventuali criticità sul piano dell’efficacia delle politiche dell’accoglienza in termini economici e lavorativi.

Al di fuori di Riace, attualmente alcuni modelli lavorativi e settori hanno una prevalenza di manodopera migrante, spesso con uno di sfruttamento lavorativo estremo rappresentato ad esempio dall’economia della raccolta degli ortaggi, uno dell’informalità (informalità qui intesa anche come modo imprenditoriale di sopravvivenza all’interno del sistema capitalistico) e uno della gratuità, che avviene ad esempio quando le amministrazioni comunali sfruttano le persone migranti attraverso le corvée del decoro urbano o di altro genere; un altro settore è il lavoro domestico e di cura che, in tutto il mondo, viene svolto da una maggioranza di lavoratrici migranti, talvolta questo settore si lega anche a quello informale. 

Le politiche adottate dal modello Riace sono state efficaci rispetto agli obiettivi che si erano prefissate? Se vi sono state, quali politiche economiche e di inserimento lavorativo alternative ai modelli già esistenti in relazione alle migrazioni? Attraverso un’analisi delle criticità tramite la policy analysis si indagheranno anche le cause della discontinuità dal punto di vista elettorale, con la vittoria della Lega alle ultime elezioni amministrative. 

3. Fake news e immigrazione (Fulvia Teano).

Il caso Riace è stato caratterizzato dalla creazione di fake news ad hoc volte a screditare il personaggio di Domenico Lucano ed il suo partito. Attraverso l’analisi mediatica, è possibile condurre, procedendo dal particolare al generale, un’analisi dei modelli di fake news che riguardano il tema migratorio, con particolare enfasi sul ruolo di portali di fact checking nel contrastare la disinformazione. Sarebbe poi interessante fare un parallelo nella la lotta contro la discriminazione e la xenofobia tra il panorama italiano e quello spagnolo. La Spagna è attualmente all’avanguardia nel campo delle strategie anti-fake news, sviluppate in loco primariamente grazie a Dani de Torres (attuale direttore della RECI, Red Española de Ciudades Inteligentes) e al Municipio di Barcellona, e successivamente applicate a livello globale.

Tra le azioni e gli strumenti che si useranno si indicano: l’analisi delle dichiarazioni  degli attori coinvolti, con possibili interviste; di quelle provenienti dall’area del Governo e delle istituzioni (Ministeri) in cui si mette in dubbio la procedura; l’identificazione dei media e delle notizie più pertinenti da analizzare; interviste semi-strutturate ai responsabili dei portali di fact checking.

Ultima modifica il Venerdì, 30 Agosto 2019 18:57

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Alessandro Tedde

(Sassari, 1988). Avvocato e giurista, Presidente Nazionale di Sinistra XXI e componente della Direzione Nazionale di Sinistra Italiana.
Laurea con lode in diritto costituzionale all'Università di Sassari, diploma post-laurea in Studi e ricerche parlamentari all'Università di Firenze. Ho fondato la Rete degli Studenti Medi (2008) e Sinistra XXI (2012).
Mi occupo di ricerca sui seguenti temi del diritto pubblico: sovranità, globalizzazione, socialismo costituzionale, forme di stato-governo, partiti

Sito web: www.avvocatoalessandrotedde.it

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