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*la Sinistra del XXI secolo*

Pubblicato in Centro Studi

La crisi di impresa vista dalla parte dei lavoratori In evidenza

Venerdì, 29 Settembre 2017 09:05 Scritto da 

1. La prospettiva market oriented dominante nella dottrina giuridica

A tenore delle mie attuali conoscenze, non esiste un compendio scientifico sulla crisi economica dell'impresa che non sia viziato, nell'analisi del fenomeno giuridico, dalla presunzione della valenza positiva del libero mercato indotta dall'ideologia liberista, che descrive una realtà mitizzata, che

"non solo non esiste se non in momenti casuali o in singole nicchie economiche, ma che non può nemmeno essere accettata dal sistema capitalistico in quanto creatrice di condizione per la progressiva riduzione del saggio del profitto e cioè per la sua eliminazione." (Ferrari:2012, 13)

In generale, i manuali di diritto commerciale più diffusi - salvo rare eccezioni come il Galgano - diffondono un'analisi degli istituti giuridici fondata su di una preminenza del fattore Capitale sul fattore Lavoro, che non trova appigli nel testo costituzionale e vieppiù non dovrebbe trovarne in interpretazioni dottrinarie che, ove non diversamente specificato, si presumono conformi a Costituzione. Una prospettiva costituzionalmente orientata, invece, dovrebbe essere di tipo labor oriented, proprio perché la democrazia repubblicana si fonda sul Lavoro, tanto nel suo significato oggettivo (come attività) che soggettivo (i lavoratori).

I più importanti manuali universitari assumono, spesso esplicitamente, una prospettiva market oriented, cioè fondano le proprie analisi "scientifiche" su di una scelta di politica del diritto alla quale piegano l'interpretazione delle norme. Un caso macroscopico - trattandosi dell'esordio di uno dei più diffusi manuali di diritto commerciale -  è il seguente, in cui l'autore muove dal riconoscimento della proprietà privata e della libertà di iniziativa economica disposta negli artt. 41 e 42 della Costituzione per sostenere che è la Carta stessa che

"inserisce il nostro paese fra quelli che prescelgono un modello di sviluppo economico basato sull'economia di mercato" (Campobasso: 2010, 1)

e che cioè presuppone

"a) la libertà dei privati di dedicarsi alla produzione e alla distribuzione di quanto necessario per il soddisfacimento dei bisogni materiali della collettività (di svolgere cioè attività di impresa);

b) la libertà di competizione economica fra quanti sul mercato operano secondo scelte ispirate dalla logica del tornaconto personale (massimo guadagno)" (Campobasso: 2010, 1)

L'attività dell'interprete giuridico non può non essere viziata dal pregiudizio ideologico che porta ad affermazioni come quelle succitate e che, ad una stretta analisi del testo costituzionale, si rivelano quantomeno opinabili (se non proprio false). In particolare, ricercare il fondamento scientifico di una visione market oriented nei citati articoli della Costituzione economica come prodotto di una scelta dei costituenti a favore di un modello capitalista di economia di mercato quale modello naturale di sviluppo economico equivale esattamente a negare il senso dei principi generali della Carta e della cd. costituzione economica (Titolo III della Parte Prima), che mostrano invece un legislatore costituzionale particolarmente attento nel limitare (se non proprio ad escludere) la costituzionalizzazione dei presupposti di tale modello economico.

Sempre motivi di politica del diritto presiedono alla scelta di espungere dai manuali di diritto commerciale una ricerca di una prospettiva labor oriented (cioè conforme a Costituzione) nell'analisi degli istituti - specie di quelli legati a fenomeni come la crisi di impresa che mettono in serio dubbio l'interpretazione liberista -, per relegarla alla trattazione nelle sezioni dei manuali di diritto del lavoro sulla sospensione collettiva del rapporto di lavoro, la sua estinzione e gli ammortizzatori sociali, secondo una logica che vede la diminuzione dell'occupazione come patologica, e non fisiologica, nel sistema economico capitalista di libero mercato e conseguentemente la prospettiva labor oriented sussunta nel principio processual-lavoristico del favor prestatoris.

Questi motivi di politica del diritto che sono alla base della scelta dell'interprete giuridico risultano ncora più gravi ove si noti che l'inerzia del legislatore ordinario ha lasciato ampio spazio all'inteprete (giurisprudenziale e dottrinario) nell'individuare l'interpretazione conforme a Costituzione, di molte norme codicistiche non conciliabili con l'ordinamento repubblicano. Ma un'operazione di esegesi del diritto minata nella premesse non può che portare ad un sillogismo interpretativo viziato anche nelle conclisioni

3.1. La differente tutela della "iniziativa" e della "intrapresa" (impresa) economica.

Nel testo costituzionale, infatti, non è rinvenibile alcuna evidenza a favore della libertà d'impresa tout court.

L'unica garanzia effettiva riguarda l'iniziativa economica, una nozione che, pur rimandando linguisticamente a quella nozione di impresa per le parentele lessicali esistenti tra "iniziativa economica" e "intrapresa economica", rappresenta una parte del secondo concetto (che è alla radice del moderno concetto di impresa), "per la sequenza 'intrapresa economica - impresa economica - impresa senza aggettivo, che è alla radice dell'odierno concetto di impresa (l'impresa economica essendo riguardata come «impresa» per antonomasia)".

La locuzione utlizzata dalla Costituzione («iniziativa economica») sottolinea sul piano linguistico il momento «propulsivo» e «creativo» dell’attività dell’imprenditore, che era presente nell’originario concetto di intrapresa e che l’odierno, oggettivato - come negli art. 43, 46 e 47, comma 2o, Cost. - concetto di impresa ha perduto e che la cultura industriale odierna recupera utilizzando la schumpeteriana qualificazione dell’imprenditore come «innovatore») (Galgano:2010, 599).

La Repubblica assume l'impegno a garantire, in positivo come in negativo, la libertà nel momento propulsivo, cioè della ideazione di una nuova impresa economica, lasciando al legislatore la scelta se tollerare o meno che tale libertà iniziale si estenda alla gestione dell'impresa, ma certo non rinunciando alla possibilità di modulare, regolare e, infine, pianificarne l'attività economica. Siamo di fronte alla negazione di uno dei presupposti dell'economia di mercato, cioè la piena libertà dei privati di gestire, dall'inizio alla fine, la propria impresa, che non è una libertà garantita dalla Costituzione.

La Carta, infatti, non prescegliendo il sistema economico di mercato, non statuisce alcuna garanzia rispetto ai suoi necessari presupposti. Anzi, mentre non garantisce nulla sul piano della gestione dell'impresa, al comma II dell'art.41 introduce un ulteriore limite all'iniziativa economica privata, la quale "non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana": la Repubblica, dunque, non tutela la libertà della fase creativa dell'impresa se in essa già si intravvede uno sviluppo imprenditoriale capace di porsi in contrasto con l'utilità sociale ovvero di recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana (un particolare che il legislatore dovrebbe tenere a mente quando non pone in essere i preventivi mezzi di contrasto a fenomeni come quelli della gig economy).

 


2. La gestione ordinaria della crisi come fase solo patologica ed eventuale della vita dell'impresa

Nell'analisi della crisi dell'impresa, cioè di un rappresentativo fallimento dell'economia di mercato, il fattore lavoro è emarginato dalle trattazioni accademiche come conseguenza dell'adesione ideologica al libero mercato, nel quale è proprio la

"priorità della conservazione e della crescita del saggio del profitto - che è cosa diversa dalla conservazione e dalla crescita del capitale - che relega inevitabilmente in secondo piano il lavoro sino a eliminarne la presenza con la speculazione finanziaria." (Ferrari:2012, 13)

La difesa ideologica dell'economia di mercato si riverbera, dunque, anche sullo studio giuridico dei fallimenti del mercato, giungendo ad inficiare la lettura della fattispecie della crisi economica dell'impresa, la quale è prevalentemente piegata ad un atteggiamento cd. T.I.N.A. (There Is No Alternative), cioè di assenza di alternative alla gestione ordinaria della crisi.

Nei testi di diritto commerciale, la crisi economica dell'impresa è presentata come una fase patologica, eventuale e transitoria, dell'impresa che opera in una economia di mercato, sebbene l'espulsione progressiva dal mercato degli imprenditori marginali sia una conseguenza della naturale tendenza delo stesso alla concentrazione dei capitali. L'interprete giuridico, tuttavia, non se ne cura e in ogni caso assume l'interesse dell'imprenditore e quelli dei suoi creditori, prevalentemente imprenditori, come preponderante:

"la crisi economica dell'impresa ed il conseguente dissesto patrimoniale dell'imprenditore sono eventi che coinvogono una gran massa di creditori [i quali] sono a loro volta in gran parte imprenditori (fornitori, banche, ecc.) e la mancata realizzazione del credito concesso può provocare, di riflesso, la crisi economica delle loro imprese." (Campobasso:2010, 575)

I lavoratori assumono rilevanza prevalentemente nel caso di grandi imprese, le cui crisi potrebbero rappresentare un problema per l'ordine pubblico, perché

"coinvolgono interessi collettivi ulteriori e talvolta confliggenti con quelli dei creditori. Primo fra tutti, l'interesse alla salvaguardia dell'occupazione attraverso il risanamento dell'impresa e la continuazione dell'attività quando la crisi è temporanea e reversibile." (Campobasso:2010, 575)

Sul piano economico, l'interprete giuridico si limita ad accompagnare la gestione ordinaria della crisi, che segue generalmente un iter scandito da tre fasi temporali (Gaddi:2010, 107-108):

  1. Fase della contrazione degli organici
    Nel momento in cui si iniziano a sentire i primi effetti della crisi, le imprese sono portate a ridurre gli organici al fine di ridurre i costi di produzione.
    Si ricorre, pertanto, al mancato rinnovo dei contratti dei lavoratori precari, presenti tanto nel ciclo di produzione (diretti) quanto nelle produzioni indirette. Similmente si procede con i lavoratori (di società terze o cooperative) che gestiscono alcuni servizi connessi al ciclo produttivo (ad es. la logistica), le cui mansioni vengono attribuite ai dipendenti dell'impresa.In questa fase, dunque, ai lavoratori occupati nell'impresa può non essere ancora sufficientemente chiara l'entità della crisi: i livelli occupazionali, infatti, non diminuiscono tra i lavoratori occupati nell'impresa a tempo indeterminato, ma solo riguardo a figure precarie ovvero esterne.
  2. Fase di sospensione della produzione
    In seguito al ridimensionamento occupazionale derivante dalla riduzione di lavoratori precari ed indiretti, la crisi è affrontata con la sospensione della produzione: il rallentamento produttivo e la gestione delle giacenze di magazzino (che producono scorte di prodotto per vari mesi) inducono l'impresa a richiedere l'attivazione degli ammortizzatori sociali. Questa fase è possibile, dunque, grazie al ricorso (spesso massiccio) alla Cassa integrazione.
  3. Fase di riassetto strutturale
    Infine può seguire un processo di pesante ristrutturazione per definire un assetto successivo alla crisi che, a seconda della situazione strutturale, può portare alla contrazione occupazionale oppure alla chiusura dell'impresa.
    In genere, le imprese si propongono di realizzare dismissioni di stabilimenti per concentrare la produzione in un numero ridimensionato di siti produttivi oppure, se i problemi finanziari sono seri (ad es. sussiste un problema di sottocapitalizzazione), piuttosto che intervenire si preferisce ricorrere alla liquidazione dell'impresa, con l'intento di evitare il pagamento dei debiti o alla formula del concordato preventivo.
    Spesso, a seguito dei fallimenti nascono nuove società (NewCo) che subentrano alle precedenti senza tuttavia assumersi i costi pregressi, grazie alla ristrutturazione ovvero alla riduzione del debito derivante dalla procedura di concordato.

3. La prospettiva labor-oriented


3.2. Incompatibilità di una visione equidistante tra Capitale e Lavoro.

"la legge della variazione del saggio generale del profitto resta la chiave di lettura [...] dello stesso sistema capitalistico e della sua instabilità, tanto maggiore quanto più rifugge dagli interventi correttivi o di programmazione. Il fatto è che le crisi conseguenti devono essere superate con il fine di ristabilire le condizioni di sviluppo del tasso di profitto perché altrimenti chi non fa profitto deve portare i libri contabili in tribunale." (Ferrari:2012, 13)

Se l'economia di mercato è improntata al mantenimento del saggio generale di profitto, è evidente che siano prevalentemente motivazioni ideologiche a tenere subordinato al punto di vista del Capitale quello del lavoro, i cui attori dovrebbero limitare la propria tutela alla difesa, se possibile, del posto di lavoro, senza che lo Stato metta in dubbio, ex art. 41 Cost., l'opportunità di garantire nel caso specifico quella tolleranza gestoria che ha condotto alla crisi.

Questa impostazione difensivista, che è tipica anche del sindacato per ovvi motivi di tutela della propria ragione sociale, non permette di far risaltare un aspetto della crisi dell'impresa (meglio: dell'imprenditore), invece centrale per i lavoratori come opportunità di messa in discussione del potere all'interno del processo produttivo, pur di fronte al palese fallimento dell'iniziativa privata dell'imprenditore.


Riferimenti bibliografici

G. F. Campobasso, Manuale di diritto commerciale, IV ed., Utet, Torino, 2010

S. Ferrari, Introduzione, in G. P. Patta, Plusvalore d'Italia, Punto Rosso, Milano, 2012

M. Gaddi, Lotte operaie nella crisi. Materiali di analisi ed inchiesta sociale, Punto Rosso, Milano, 2010

F. Galgano, Trattato di diritto civile. III. Gli atti unilaterali e i titoli di credito, i fatti illeciti e gli altri fatti fonte di obbligazioni, la tutela del credito, l'impresa, Cedam, Padova, 2010

Ultima modifica il Lunedì, 27 Novembre 2017 11:56

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Alessandro Tedde

(Sassari, 1988). Avvocato e giurista, Presidente Nazionale di Sinistra XXI e componente della Direzione Nazionale di Sinistra Italiana.
Laurea con lode in diritto costituzionale all'Università di Sassari, diploma post-laurea in Studi e ricerche parlamentari all'Università di Firenze. Ho fondato la Rete degli Studenti Medi (2008) e Sinistra XXI (2012).
Mi occupo di ricerca sui seguenti temi del diritto pubblico: sovranità, globalizzazione, socialismo costituzionale, forme di stato-governo, partiti

Sito web: www.avvocatoalessandrotedde.it

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