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*la Sinistra del XXI secolo*

Pubblicato in Analisi politiche

Reddito garantito e salario minimo: insieme e nel nome della piena occupazione.

Sabato, 02 Marzo 2013 09:37 Scritto da  Daniela Palma

Nel quadro della drammatica crisi in corso, il fatto che spesso si faccia confusione tra i due termini e che non di rado si riportino dichiarazioni politiche di intenti che fanno riferimento all’uno mentre la proposta è riferita all’altro, non sembra essere importante. Se sostenere i redditi è l’obbiettivo – si pensa - e se questo sostegno in un modo o in un altro viene “garantito”, non si capisce perché preoccuparsi di dover fare tanti distinguo tra l’uno strumento e l’altro. E a maggior ragione nessuna esigenza di chiarimento è manifestata da parte di chi, direttamente colpito dai nefasti esiti della crisi, guarda con speranza alla possibilità che siano istituite delle reti di sicurezza anche per la sola sopravvivenza. Sennonché, proprio il disfacimento economico e sociale che la crisi sta provocando, con rischi anche molto forti per ciò che riguarda lo smantellamento dei sistemi di Welfare pubblico – come fatto rilevare più volte anche dall’economista Paul Krugman – dovrebbe, all’opposto, indurre ad una riflessione più profonda sul tema, per evitare che all’uscita dal marasma ci si ritrovi con meno diritti e con meno democrazia.

“Il diritto di avere diritti” – scrive Stefano Rodotà nell’omonimo libro recentemente uscito – “connota la dimensione stessa dell’umano e della sua dignità, rimane saldo presidio contro ogni forma di totalitarismo”. Quella di Rodotà è la riflessione su un mondo che è cambiato e che sta ancora cambiando velocemente e profondamente, nel quale si è voluto celebrare la “fine delle ideologie”, dove pesa da decenni “l’ideologia del mercato come unica salvezza”, e che necessita più che mai di una nuova lotta per i diritti, “la sola in grado di contrapporsi alla volontà di imporre al mondo una nuova e invincibile ‘legge naturale’, quella del mercato, con la sua pretesa di incorporare e definire anche le condizioni per il riconoscimento dei diritti”. E tra i tanti aspetti di questa “difesa dei diritti” emerge quello del “diritto all’esistenza” che riporta immediatamente al tema del “reddito di cittadinanza” e ai suoi perché. Il punto focale dell’analisi di Rodotà è rappresentato proprio da quella dimensione dell’essere umano connotata dalla dignità, che si pone alla base dei diritti. L’“esistenza” dovrà essere libera e dignitosa a garanzia di una “cittadinanza” intesa come “patrimonio di diritti che appartengono alla persona in quanto tale”. L’obiettivo a cui tendere dovrà essere pertanto quello di costruire le condizioni di inclusione che consentono il realizzarsi di una cittadinanza piena e universale. Così, a scanso di qualsiasi interpretazione riduzionista, Rodotà ricorda che è indispensabile accompagnare il diritto all’esistenza con qualificazioni come quelle che compaiono nell’art.36 della Costituzione italiana, dando concreta attuazione al “modello” di riferimento generale indicato nell’art. 3 dove si afferma che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Nell’articolo 36 si stabilisce infatti “il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Ma poiché in capo a tutto sta l’articolo 1 della Costituzione per cui “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, se ne conclude anche che l’articolo 36 riguarda tutte le persone, affidando al carattere della retribuzione l’obiettivo di far sì che sia garantita una esistenza libera e dignitosa (e dunque non di mera sopravvivenza).

Alla luce di quanto precisato da Rodotà, non vi dovrebbero essere particolari motivi per mettere in piedi una querelle che intende distinguere o (peggio) talvolta contrapporre “reddito minimo garantito” e “salario minimo”. Basterebbe infatti ricordare che il “convitato di pietra” della discussione ha una identità ed un nome ben definiti e si chiama “lavoro”, come d’altra parte la stessa Costituzione italiana mette in evidenza. E che pertanto, se si intende perseguire politiche mirate alla piena realizzazione dell’inclusione sociale, dovrebbe essere sufficientemente chiaro che quelle politiche debbono avere come loro principale obiettivo quello della piena e buona occupazione. Questo aspetto non appare tuttavia esplicitato nel dibattito corrente, nel quale sembra invece far premio l’ottica dell’ “emergenza” per lo più svincolata dalla scarsità “strutturale” di domanda di lavoro che sta frantumando l’economia europea. Ma se non si insiste su questo aspetto, se non si radica qualsiasi concetto di reddito alla sua ragion d’essere, che è il lavoro, si va direttamente ad incappare in aberrazioni come quelle che possono essere desunte da realtà che si vanno sempre più radicando nei paesi europei, con conseguenze enormi in termini di disfacimento delle condizioni fondanti della democrazia e dunque di una cittadinanza realizzata alla quale si vorrebbe mirare.

E’ esemplare in tal senso il caso della Germania, dove con le riforme Hartz implementate dal governo socialdemocratico di Gerhard Schröder, il mercato del lavoro è profondamente cambiato: i lavori a tempo pieno e indeterminato hanno lasciato via via il posto a forme di impiego precarie e sottopagate, integrate dall’assistenza pubblica. Il 20 dicembre scorso Eurostat ha inoltre comunicato che con il 22,2% la Germania ha la più alta quota di lavoratori con un basso salario di tutta l’Europa occidentale. Ma ciò che va sottolineato di tale contesto, è che i redditi derivanti dai bassi salari possono sommarsi al “reddito minimo garantito” istituito in Germania. In assenza di un regime di “salario minimo garantito”, l’istituto del “reddito minimo” in Germania ha in pratica funzionato da “cavallo di Troia” per la precarizzazione del mercato del lavoro dove stanno imperversando i cosiddetti mini-jobs, ossia i lavori sottopagati. Il Welfare è diventato così un surrogato per sostenere una massa crescente di “lavoratori poveri”.

E si arriva dunque al punto sul quale bisogna soffermare l’attenzione. La realtà tedesca – pur dotata di “reddito minimo garantito” – non traduce infatti altro che la realizzazione di un modello liberista del mercato del lavoro, che ha aperto la strada al lavoro precario e sottopagato. Purtroppo si tratta di un modello che dagli anni ’90 in poi si è affermato tra molti progressisti europei (inclusi quelli italiani) favorendo sempre più il disegno di un Welfare snaturato rispetto alle sue originarie funzioni di garanzia di diritti fondamentali quali l’istruzione o la salute. Un Welfare che invece vada a compensare i bassi salari e la precarietà è ciò che hanno sempre proposto i liberisti e, non a caso, il “reddito minimo garantito” si ritrova oggi nell’Agenda Monti. Tra i primi a proporlo vi fu Milton Friedman: secondo l’economista americano lo Stato avrebbe dovuto stabilire un reddito minimo, ad esempio 1000 dollari al mese: chiunque percepisse un reddito da lavoro inferiore a tale cifra avrebbe ricevuto un’integrazione fino a quella soglia. L’espressione usata da Friedman era “tassa negativa sul reddito” (in inglese NIT: negative income tax): invece di pagare le tasse allo Stato, è lo Stato che paga il contribuente, al fine di mantenere in piedi il sistema basato sui consumi. Secondo Friedman la NIT, inserita all’interno di uno schema di tassazione non più progressivo – come nella tradizione sia americana che europea – ma “piatto”, cioè con un’unica aliquota uguale per tutti, avrebbe dovuto sostituire le previsioni del welfare state tradizionale ed essere accompagnata dall’eliminazione dei minimi salariali. Al contrario, lo stato sociale (un’invenzione, peraltro, dei liberali inglesi attuata dalla sinistra socialdemocratica europea) non è affatto nato per accompagnare la flessibilità e la moderazione salariale, ma ha convissuto con alti salari, mercato del lavoro tendenzialmente rigido, obiettivi di piena occupazione e proprio dagli alti salari e dalla piena occupazione ha tratto prioritariamente le proprie risorse.

Se si guarda all’Italia la situazione è persino peggiore: non siamo infatti in presenza né di un reddito garantito, né di minimi salariali stabiliti per legge, con l’ulteriore aggravante che con il nuovo patto sulla “produttività” firmato dalle parti sociali (Cgil esclusa) i minimi stabiliti nei contratti nazionali di lavoro vengono allentati, eliminando i residui meccanismi di adeguamento all’inflazione, sperando così di imitare la Germania nella sua corsa all’abbassamento del costo del lavoro. Ciò non può costituire tuttavia una valida argomentazione per confondere l’obiettivo di fondo a cui mirare – quello della piena e buona occupazione – con l’obiettivo di realizzare un qualche generico sostegno dei redditi, di stampo prettamente liberista. Mentre è necessario, più in generale, che rinasca una piattaforma europea incardinata sull’obiettivo della piena occupazione, e che su questa rinnovata base sia promossa una reale politica di sviluppo di tutta l’Europa in cui sia esplicitamente dichiarato – come già Keynes sostenne – che il nemico con cui fare i conti è l’“atroce anomalia della disoccupazione in un mondo pieno di bisogni”, generata dalle falle del capitalismo.

Ultima modifica il Sabato, 02 Marzo 2013 09:47

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