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Pubblicato in La pagina dei Blog

La crisi in atto non è del governo ma di sistema: è crisi della politica, della democrazia parlamentare, dei valori e della società.

Giovedì, 22 Agosto 2019 16:58 Scritto da  Giacinto Botti, Maurizio Brotini

Care compagne, cari compagni,
come molti di voi, abbiamo assistito da spettatori un po’ allibiti alla più bizzarra crisi di governo, l’esito della quale è ancora incerto dal momento che tutto è possibile. In Parlamento giorni fa è andata in scena la classica commedia all’italiana, la raffigurazione di una politica impregnata di ipocrisia, di camaleontismo, di opportunismo, di un trasformismo senza uguali e senza pudore e di colpevoli rimozioni delle responsabilità che gravano sulle spalle delle forze di governo e di tutti gli attori politici in campo. Crediamo che lo stesso disgusto abbia colto molti onesti cittadini, tutti coloro che ancora credono nelle istituzioni democratiche e nel ruolo fondamentale che dovrebbe spettare alla politica. Un confronto parlamentare di basso livello e di poca sostanza nel quale il mondo del lavoro non c’è mai. Questa è la classe politica italiana, questi sono i partiti che hanno in mano le sorti del paese e che ne sono lo specchio, e da qui occorre ripartire.

Al Senato si è intanto consumato l’ultimo atto del governo. Il discorso del Presidente Conte, le accuse lanciate a Salvini, dopo avergli permesso tutte le nefandezze per 14 mesi con la complicità dei 5 stelle, e la determinazione con la quale ha rimarcato la conclusione del suo mandato, di fatto hanno segnato la conclusione ufficiale del governo giallo-verde. Ora si apre una nuova fase tutta da costruire.

In attesa che la politica e i partiti decidano sul che fare, con i tempi scanditi dal Presidente della Repubblica, nel Mediterraneo, vicino alle nostre coste, centinaia di persone, uomini, donne e bambini, naufraghi salvati da una morte atroce per annegamento, da 20 giorni sono segregate in condizioni indecenti sulle navi delle Ong. Tra Il 25 e il 26 luglio sono morte 150 persone in fuga dalla Libia: la tragedia più grave di quest’anno, già archiviata e rimossa. Dal 3 ottobre 2013, data del naufragio di Lampedusa, i morti nel Mediterraneo sono stati oltre 18.500. Come si può rimuovere il fatto che migliaia di migranti, di profughi in fuga dalla miseria e dalle guerre, sono stati uccisi, torturati, seviziati nelle carceri libiche? Lo ha denunciato con durezza sui social anche il medico di Lampedusa e parlamentare europeo, Pietro Bartolo: “Li ho visti scuoiati vivi, le ho viste stuprate fino alla paralisi. E questo è quello che può essere raccontato. Perché ho visto anche cosa succede a chi scappa dalla Libia e viene riportato lì. No, quello non si può neanche raccontare, va ben oltre le torture nei campi di concentramento nazisti, tecnologicamente più avanzati dei lager libici, dove non c’è il gas a stordirli prima della fine. Lui, il signor ministro che non voglio neanche nominare, non ha idea di quel che dice, quando invita la “Alan Kurdi” a dirigersi verso Tripoli. Però ascolti chi ha visto l’orrore: nessun essere umano deve essere riportato in Libia. Nessuno”. Lo slogan demagogico e ipocrita “aiutiamoli a casa loro”, si traduce in sostanza in “aiutiamoli a morire a casa loro”

È un crimine abituarci all’orrore, all’indifferenza, all’accettazione della ferocia e della disumanità che circola nel nostro “bel paese”. Dobbiamo continuare a indignarci, a non rassegnarci, a non giustificare; dobbiamo riprendere a lottare con vigore e fierezza in ogni luogo, in ogni occasione, contro ogni atto di inciviltà, di violenza verbale o fisica e di razzismo verso gli immigrati a cui assistiamo, perché il nostro comportamento individuale è un atto politico che nessuno deve e può portarci via, ed è base stessa per la ricostruzione di una sinistra con una forte e definita identità, con le radici nel mondo del lavoro, capace di strappare dalle mani della destra l’esercizio di una forte egemonia culturale e politica.

La crisi parlamentare

La crisi parlamentare, sancita dalla caduta del governo, è la fine inevitabile di un esecutivo nato in Parlamento con un patto tra due forze politiche diverse per storia, natura e identità: la Lega, trasformatasi in partito nazionale, nazionalista, xenofobo e fascistoide per mano di un segretario spregiudicato e pericoloso e il Movimento 5 Stelle, colpevolmente subalterno a Salvini, con diverse anime al suo interno e reso forte elettoralmente dal voto di protesta di una parte corposa dell’elettorato di sinistra, da pezzi del mondo del lavoro, da lavoratori e pensionati delusi dalle politiche sociali ed economiche del governo di centrosinistra e dal PD renziano.

Il voto del 4 marzo 2018 ha segnato la sconfitta del Partito Democratico e dell’esperienza del governo Renzi-Gentiloni, mentre le ragioni e le cause di quella sconfitta e di quello spostamento di milioni di voti verso il M5S e verso l’astensionismo continuano ad essere eluse. Certo, occorre un governo stabile che rimedi ai danni causati dal governo giallo-verde e affronti la difficile fase economica e sociale, ma non è credibile che a invocarlo sia un ex Presidente che ha governato per oltre quattro anni il paese procurando anch’esso ingenti danni sociali, economici e valoriali e che porta la responsabilità di aver risposto “pop corn per tutti” alla possibilità di fermare l’avanzata della destra leghista praticando la stessa strada che indica oggi per uscire dalla crisi di governo. Quanti altri disastri si sarebbero potuti risparmiare al paese se avesse prevalso allora il senso di responsabilità?

Il governo giallo-verde ha comunque avuto vita breve, e del resto era quasi impossibile far convivere a lungo due forze politiche unite solo dal potere e divise quasi su tutto il resto. Il fallimento di questa alchimia politicista senza basi politiche e programmi reali, dovrebbe essere da insegnamento per le scelte future che il PD, diviso e scisso al suo interno, dovrà compiere. La crisi ha scompaginato il quadro politico e messo a nudo molte contraddizioni e tante divisioni presenti sia tra i pentastellati che tra i democratici.

Una crisi voluta formalmente da Salvini, ma che è stata richiesta e sostenuta dai governatori della Lombardia e del Veneto, smaniosi di ottenere dal prossimo probabile governo di destra la divisione del paese, la “secessione dei ricchi” rappresentata dalla proposta spregiudicata di quell’autonomia differenziata sostenuta anche da alcuni sindaci del centrosinistra, ma soprattutto, in modo preoccupante, da industriali come Zoppas e Riello e da Presidenti di Confindustria e di altre associazioni assai poco interessati al bene del Paese e disposti a consegnarlo ai sovranisti antieuropei e alla destra reazionaria e xenofoba esclusivamente per i loro interessi d’impresa e i loro profitti.

Non si tratta solo di una crisi di governo ma di una crisi di sistema, della democrazia parlamentare, della società e del modello economico.

La deriva etica e valoriale arriva da lontano e ha a che fare con una profonda crisi della politica e dei partiti che si è tradotta in disincanto, disaffezione al voto, lontananza dalle istituzioni di un numero sempre maggiore di cittadini. L’astensionismo come protesta di un solo giorno, rimosso irresponsabilmente dalle istituzioni e dai partiti, è l’ulteriore segno della crisi di credibilità, di un’offerta politica non adeguata che riguarda tutta la sinistra italiana, essendo ormai il “popolo” di sinistra a disertare maggiormente le urne.

La soluzione della crisi non è scontata, molto dipende appunto dal Presidente della Repubblica ma anche da ciò che saranno disposti a fare il M5S il PD e la sinistra parlamentare di Liberi Uguali rispetto all’ipotesi di dare vita a un governo di legislatura, che oggi rappresenta l’alternativa alle elezioni politiche. Sono queste le due opzioni in campo, ed entrambe provocano divisioni, dubbi, preoccupazioni e speranze.

Noi non dovremmo fare il toto-governo né dividerci tra chi vuole un governo di legislatura nominato legittimamente dal Parlamento, come prevede la nostra democrazia parlamentare, e chi pensa che la risposta migliore sia il ritorno alle urne, che non avrebbe peraltro un esito scontato dal momento che il voto degli italiani non è più ideologico ma molto mobile. Non siamo direttamente in campo sul piano degli assetti di governo, delle tattiche parlamentari o degli scenari del quadro politico, e non siamo partigiani, né possiamo divenire sostegno o strumento di alleanze politiciste o assumerci l’onere di dirimere lo scontro tra le diverse anime ben visibili e presenti sia nel PD che tra i 5 Stelle. A ognuno il suo mestiere.

Il documento nazionale unitario CGIL CISL UIL, pur richiamando i pericoli e la deriva antieuropeista in atto, riporta in modo netto e autonomo la necessità di avere presto un governo stabile per il Paese, in considerazione della possibile recessione e dei gravi problemi occupazionali che sta già vivendo. In sostanza vengono ripresi i contenuti della piattaforma presentata al governo, che sarà coerentemente la base del confronto con qualsiasi governo futuro, senza fare sconti a nessuno. Per la CGIL una posizione netta e di posizionamento è stata espressa dal Segretario generale nell’intervista del 17 agosto su Repubblica, nella quale si ribadiscono in modo coerente le scelte assunte nel Congresso e nei passaggi negli organismi dirigenti, dal Direttivo all’assemblea dei delegati e delle delegate. È bene che gli attori politici in campo sappiano che Il mondo del lavoro non è più disponibile a sobbarcarsi una finanziaria di lacrime e sangue e a pagare per tutti come in passato.

La CGIL deve mantenere la sua autonomia, che non è indifferenza rispetto agli esiti istituzionali, salvaguardando i suoi i valori e le sue radici. Il nostro riferimento sono gli interessi generali e non corporativi del mondo del lavoro dipendente. Il bene del Paese, il suo futuro, per noi, coincidono con il lavoro e il riconoscimento del suo valore. Abbiamo sperimentato e pagato le scelte economiche e sociali dei governi ”tecnici” o istituzionali. Il mondo del lavoro ha già dato ed è ormai vaccinato contro il canto delle sirene e i proclami, vuole vedere cose concrete, scelte alternative rispetto a quelle fatte dai vari governi, a partire dall’ultimo governo Renzi.

Pesano ancora, nel giudizio di coloro che rappresentiamo, la “buona scuola”, il jobs act, l’eliminazione dell’articolo 18, la difesa a oltranza della legge Fornero, i mancati investimenti per la sanità, la scuola pubblica, lo sviluppo e l’occupazione. Pesa nel giudizio anche la riforma costituzionale, per fortuna giustamente bocciata con il contributo di tanti costituzionalisti e della CGIL in occasione del voto referendario del 4 dicembre 2016: una riforma che se approvata avrebbe consegnato alla destra nazionalista tutti i poteri. Si sarebbe distrutta la nostra democrazia parlamentare e si sarebbe tradita la nostra Costituzione Repubblicana. L’ex Presidente Renzi, i sostenitori di quella pericolosa riforma costituzionale dovrebbero con buon senso riconoscere l’errore di quella proposta.

La CGIL, ed il movimento sindacale nel suo complesso, devono promuovere da subito mobilitazioni ed iniziative a sostegno della propria piattaforma economica e sociale, in modo da riportare al centro della discussione politico-istituzionale i temi del lavoro e la materialità delle condizioni di vita delle classi lavoratrici e popolari, unica alternativa reale e socialmente connotata. E’ il liberismo economico e le politiche di austerità che alimentano i nazionalismi regressivi, saranno le politiche economiche e sociali keynesiane e programmatorie di rilancio dello stato sociale e di economia mista con una particolare attenzione ai mercati interni che potranno prosciugare il consenso popolare alle politiche reazionarie dei cosiddetti populisti.

Lo abbiamo scritto e detto: la lotta politica, economica e sociale dev’essere accompagnata da una battaglia etica, valoriale e culturale. Il fenomeno dell’immigrazione non è altra cosa, affrontarlo e risolverlo fa parte di quella risposta alternativa, di quel progetto generale capace di guardare oltre il proprio particolare, in grado di creare egemonia proponendo un’idea di società, un’utopia del possibile, un modello sociale, economico, sociale e valoriale per il Paese, per l’Europa e per mondo globalizzato, oggi governato da un capitalismo alla ricerca ossessiva del profitto, a fronte di governi piegati, di una politica disarmata, subalterna agli interessi delle grandi multinazionali e dei grandi gruppi di potere. È limitativo e non risolutivo affrontare il problema epocale dell’immigrazione avendo come riferimento solo i pur essenziali principi morali e i valori umani. Si deve ritrovare l’umanità perduta, è un bene commuoversi davanti al dramma cui stiamo assistendo, ma non basta. Occorre riconoscere le nostre responsabilità, rivedere in profondità le nostre politiche commerciali predatorie, i nostri rapporti economici con l’Africa e i paesi più poveri, dettati e imposti da un capitalismo barbaro, spinto solo dal mero profitto a tutti i costi. La politica come fonte di progresso civile ed economico, di giustizia e di libertà deve ritornare in campo. C’è un’analisi fuorviante dei fenomeni migratori e della loro natura che permette agli stati e alle formazioni politiche xenofobe e razziste di affrontarli con brutali misure repressive e di respingimento, senza tentare di governarli con politiche e scelte strategiche. L’Europa e il ricco occidente sono complici silenti, le stesse nazioni ricche del Medio Oriente e dell’Asia sono corresponsabili del disastro umanitario in atto. Responsabili e ciechi davanti alle peggiori catastrofi naturali o conseguenza dell’azione dell’uomo. Guerre per il potere economico e il controllo delle risorse, conflitti locali e civili, fame e siccità, indigenza e malattie sono il frutto amaro di scelte e di politiche di governi, di nazioni forti e di superpotenze che impongono condizioni commerciali per lo sfruttamento delle risorse e delle terre dell’Africa sub-sahariana, con la complicità di governi fantoccio, corrotti e subalterni alle nazioni potenti del cosiddetto mondo sviluppato.

Pensiamo che queste grandi sfide vadano riportate all’ordine del giorno e debbano essere centrali nel confronto tra forze politiche ancora così diverse come il PD i 5 Stelle e la sinistra di Liberi e Uguali, per ritrovare un comune denominatore, il senso e il valore politico e programmatico di un’alleanza che possa giustificare e permettere la nascita di un nuovo governo di legislatura. Non durerebbe se nascesse solo per un aleatorio “bene del paese” o per fermare, come?, l’aumento dell’Iva. Nessuna alleanza dura se costruita nella mancanza di chiarezza sulla prospettiva politica, per mera convenienza e per calcoli di bottega, o peggio per ambizioni personali e smania di potere.

Oggi più che appelli all’unità e a sante alleanze di corto respiro pensiamo che servano attori politici e sociali credibili e alternativi non a parole ma sul merito delle cose, attorno a un progetto di società e di sviluppo del paese, nel nome di interessi e di valori condivisi.

Certo, il pericolo di consegnare il Paese all’attuale Ministro degli Interni e a una destra liberista, xenofoba e sovranista c’è ed è grave. L’effetto del maggioritario trasformerebbe il 50% del centrodestra nel 65% dei seggi, il che significherebbe avere nel Parlamento una maggioranza elettorale di destra in grado di cambiare la Costituzione da sola e senza ricorso al referendum, di eleggere il prossimo Presidente della Repubblica e di alterare i pesi e i contrappesi sui quali si è costruita la nostra democrazia parlamentare. Saremmo di fronte alla dittatura della maggioranza e a un’opposizione lasciata ai margini del gioco politico. Questo è il risultato anche di una legge elettorale fortemente voluta e firmata dal PD che sottolinea l’urgenza di tornare rapidamente al sistema proporzionale.

La riforma costituzionale “renziana” era sbagliata com’è sbagliata e fuorviante la proposta di riduzione dei parlamentari, vissuta dai 5 Stelle come la madre dei tutte le battaglie. C’è una spinta all’antiparlamentarismo e all’antipolitica molto pericolosa, una vena di disprezzo verso il Parlamento e i deputati che ricoprono le “poltrone” che sottende l’idea di fondo di rottamare il nostro sistema democratico e la nostra democrazia parlamentare. C’è il progetto di svuotare le istituzioni e di accentrare i poteri nelle mani di pochi, di un uomo solo al comando. C’è il disconoscimento del ruolo e delle funzioni delle rappresentanze sociali considerate un orpello e un freno allo sviluppo del paese. La disintermediazione è stata la cifra e il prodotto di quella rottamazione lanciata con supponenza dall’ex Presidente Renzi, un politico smanioso di tornare protagonista, in negativo, per giocare la sua partita personale, con la solita frenesia di potere, nella gestione della crisi di governo e nello scontro all’interno del PD.

La prossima legislatura rischia concretamente di tingersi interamente di nero, e questo non ci lascia indifferenti, è un problema immenso che riguarda tutti i democratici, gli antifascisti, i progressisti e tutti coloro che si richiamano alla sinistra. Non ci sono scorciatoie, e sarebbe un errore e una semplificazione se pensassimo che il Paese sia in queste pessime condizioni economiche, sociali e valoriali solo per responsabilità delle Lega nazionalista o di un M5S accondiscendente e corresponsabile.

Il Paese di oggi è il prodotto di anni di governi di centrodestra e di centrosinistra, di politiche economiche e sociali sbagliate e classiste piegate al mercato e all’impresa, di noncuranza verso le diseguaglianze e le nuove povertà, verso la precarietà di lavoro e di vita delle nuove generazioni. È il risultato di disattenzioni e umiliazioni verso il Sud, della lontananza dal paese reale e dal mondo del lavoro. L’Italia ha iniziato da tempo a declinare a destra, a perdere valori e cultura, a dissociarsi dalla sua Costituzione, mentre la sinistra divisa e litigiosa ha abbandonato la lotta politica al sistema, perdendo le sue storiche radici e la centralità e il riferimento del mondo del lavoro. Si è perso per ignavia (la Bossi Fini non cancellata, lo ius soli non realizzato, l’accordo con la Libia sui migranti) lo scontro culturale e la capacità di fare egemonia, lasciando campo libero alla destra. La deriva valoriale e culturale, la xenofobia e il sovranismo ne sono una conseguenza. Il salvinismo imperante in Italia si può sconfiggere se non viene considerato una malattia ma il devastante e pericoloso prodotto di mancanze e di miope incuria da parte dell’Europa e dei gravi errori fatti su vari fronti dalla sinistra, quella riformista e governativa e quella radicale, divisiva e inconcludente.

Non si esce dall’onda nera, non si sconfiggono i barbari, non si salvano l’Italia e l’Europa se non si affrontano i grandi temi di ordine mondiale del ridisegno geopolitico del mondo e dello scontro in atto tra le superpotenze, con le armi o con i dazi, per il controllo dei mercati e delle risorse. Non si risolve con le semplificazioni o le risposte populiste e demagogiche, né perpetrando stupidamente strade vecchie e fallimentari, con alchimie politiciste e opportunistiche che non rimettono in discussione le scelte politiche, economiche e sociali sinora seguite. Non si risolve ignorando la centralità dell’emergenza climatica e l’urgenza di una proposta innovativa, coraggiosa, di ampio respiro su un nuovo modello di sviluppo sostenibile di produzione e di consumo. Non si risolve se non si difende il sistema pubblico, se non redistribuisce la ricchezza prodotta, se non si crea buona occupazione. Se non si difendono i diritti universali nella società e nel mondo del lavoro.

E non rinasce e non si ricostruisce una sinistra se non si rimette al centro il lavoro e la condizione lavorativa, se non si sceglie con chi stare e cosa fare, se non si ha come riferimento primario la classe lavoratrice anziché l’impresa e il mercato liberista, se non si ridà senso e forza ai grandi valori che hanno segnato le ragioni di esistenza e la forza della sinistra italiana ed europea.


21 agosto 2019

Ultima modifica il Giovedì, 22 Agosto 2019 16:58

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