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Da nuit debout al socialismo costituzionale. Lezioni per la sinistra italiana

Mercoledì, 15 Febbraio 2017 14:35 Scritto da 
Prima e quarta di copertina del volume Prima e quarta di copertina del volume Transform!Italia - Transform!Europe

Da nuit debout al referendum costituzionale. Lezioni per la sinistra italiana

Visto lo stile di governo a cui siamo stati abituati negli ultimi due anni, non è difficile immaginare la reazione suscitata nell'esecutivo dai fatti francesi e dagli scioperi ad oltranza che stanno congestionando il paese: la conflittualità di piazza, sociale e sindacale, non solo è fattore di ingovernabilità – si dirà – ma piccona la dimensione della democrazia rappresentativa, esautorando organi e cariche elettive e neutralizzando la dialettica che si realizza al loro interno. Come se, d'altronde, il problema delle moderne democrazie rappresentative, l'origine della loro crisi di efficacia normativa – che intrattiene con quella della rappresentanza una relazione biunivoca – fossero addebitabili ad un eventuale protagonismo di massa e delle parti sociali e non, semmai, a quella spoliazione e a quel travaso di sovranità operato dai principali agenti del ciclo neoliberale (grandi concentrazioni economiche ed organismi tecnocratici) a danno dei corpi dotati di legittimazione democratica.

Processo, quest'ultimo, a cui si somma, essendone al tempo stesso effetto e concausa, l'ulteriore opera di sterilizzazione delle democrazie costituzionali prodotta da quel leaderismo populista perfettamente incarnato dal premier. Una visione della democrazia e delle sue dinamiche, quella fatta propria dal renzismo e dall’insieme delle élites liberali, che non solo ignora (o fa finta di ignorare) l'essenza stessa delle democrazie di massa novecentesche. Ossia, il fatto che il coinvolgimento (attivo e secondo moduli pluralistici) delle parti sociali nei processi di formazione delle decisioni politiche, e l’aprirsi perciò di un circuito alternativo ed eccedente la semplice dimensione parlamentare, abbiano rappresentato un elemento centrale della stagione del costituzionalismo democratico-sociale e della sua capacità di canalizzare virtuosamente i processi di massificazione della società. Ma che, per di più, fa proprio un sostanziale doppiopesismo rispetto alle due possibili (e opposte) deviazioni dal modello liberale di Stato rappresentativo, ostentando cioè fastidio e insofferenza verso la de-formalizzazione della democrazia operata dai corpi sociali nel vivo del conflitto, e rimanendo invece indifferente o mostrando addirittura accondiscendenza (e la partita greca di un anno fa lo dimostra chiaramente) nei confronti di quelle dinamiche postdemocratiche e oligarchiche che vedono un assoluto protagonismo in termini decisionali di influenti poteri economici privati.

Nuit debout (e su questo concordiamo con Marta e Simone Fana), attraverso l'opposizione politica di massa all'inasprimento dei meccanismi di sfruttamento e di valorizzazione del capitale che ha saputo esprimere, può insomma fornire una grande lezione alla sinistra italiana. Specie, aggiungiamo noi, rispetto alle modalità e alla filosofia di fondo che dovrebbe segnare la campagna referendaria. Come ha sottolineato Michele Prospero, più che aggrapparci ad eventuali tecnicismi impliciti nell'opposizione al disegno di contro-riforma costituzionale, una battaglia vincente in difesa della Costituzione deve invece far leva sui rischi di svuotamento e di neutralizzazione della democrazia a cui condurrebbe il modello plebiscitario predisposto da Renzi. Per non far rimanere però puramente negativa ed elitaria questa battaglia, e per non presentarsi alla società italiana come il fronte della conservazione e della difesa dello status quo, la sinistra dovrebbe invece farsi promotrice di un’idea più ricca e articolata di democrazia, opponendo una progettualità riformatrice alternativa. Piuttosto che puntare ad una semplificazione in senso verticale dei meccanismi di governo, bisognerebbe invece riconnettersi alle radici stesse del costituzionalismo democratico-sociale e approfondire quelle direttrici socialiste presenti nella Carta (le stesse additate da J. P. Morgan come ostacolo di cui sbarazzarsi), riconoscendo e promuovendo processi decisionali ed istituti di autogoverno popolare e dei soggetti del lavoro. Alla crisi di governo e di rappresentanza delle odierne società complesse, non si può quindi rispondere contraendo i canali di raccolta delle domande sociali, esorcizzando il conflitto che a queste è inevitabilmente connesso, ma semmai riconoscendo la centralità e la rilevanza costituzionale del conflitto stesso. Che non significa abbandonare a sé stessa e ai suoi possibili esiti corporativi la dialettica presente nella società civile, quanto piuttosto canalizzarla, istituzionalizzarla e metterla a sistema. È chiaro come ciò implichi l'allargamento dei canali a cui si è accennato e la predisposizione di nuovi (o rafforzando quelli già esistenti) organismi deputati a portare a sintesi il particolarismo e la frammentazione propria di queste domande. Mai come oggi, infatti, la funzione di governo della società risulta dipendente dalla capacità di istituzioni e corpi intermedi di rappresentarla e di farsi pervadere dalla stessa.

Questa necessità emerge dalla natura stessa e dalla specificità della Carta. Le costituzioni democratico-sociali vivono infatti di dinamicità: sono impossibilitate ad essere costituzioni-bilancio e obbligate ad essere costituzioni-programma.

Ciò deriva principalmente dallo scarto che sussiste tra costituzioni liberali e costituzioni democratico-sociali per ciò che riguarda le modalità di acquisizione e di “legittimazione” nella sovranità: cioè sul “momento” logico-temporale nel quale, o per mezzo del quale, si acquisisce la sovranità. Le prime, fondate sulla nazione sovrana, vedono la sovranità risiedere nell’origine, nella nascita (o natio), ruotando perciò attorno a dei diritti acquisiti come naturali e, quindi, intangibili (è il caso dei diritti di libertà). Per le seconde, invece, fondate sul popolo sovrano, la sovranità sta nel fine: non, dunque, un dato acquisito, ma un farsi, un determinarsi secondo la decisione iniziale. Più specificatamente, nelle costituzioni democratico-sociali, quel fine è il superamento del modo di produzione esistente al momento della loro scrittura per affermare un modello di società antitetico. Una convinzione, quest’ultima, propria di tutta la maggioranza costituente che si riconosceva nell’ideologia comune della costituzione, non solo dei socialcomunisti. E’ questa forma di socialismo costituzionale il fine attuativo della nostra Carta, la cui difesa può solo essere dinamica: può, cioè, solo tendere al suo potenziamento, nel senso del raggiungimento del nuovo stadio sociale (e, dunque, costituzionale), per il quale è stata posta. Solo l’accettazione della indissolubilità originaria tra costituzione e socialismo potrà consentire di lottare per una costituzione materiale che non contraddica in toto quella formale, anziché limitarsi a battaglie per la conservazione dell’attuale discrasia esistente.

È chiaro come a rendersi urgente e imprescindibile sia perciò – in quanto unico e possibile strumento di una simile prospettiva di riforma/attuazione della Carta – una sinistra politica e sindacale capace di ridefinire in maniera compiuta il proprio profilo culturale ed identitario intorno a quel progetto di democrazia economica consegnatoci dalla Costituzione attraverso il combinato disposto delineato dagli art.1, 3, 41 e 46. Un progetto, cioè, tale da riunificare politica ed economia secondo una logica circolare e onnicomprensiva, aldilà tanto degli schemi tecnocratici e di intervento illuminato dall’alto, che di quei modelli corporativi volti ad isolare la dinamica partecipativa delle singole unità economiche dal più generale governo dell’economia. Nel primo caso infatti, verrebbe meno la permeabilità del governo dell'economia al conflitto sociale, rimanendo un fatto “tecnico” (e quindi espressione di quelle classi la cui influenza è strutturalmente connessa agli apparati burocratici) piuttosto che “politico” (che implica al contrario l'immissione  della dialettica politica e sociale nell'ambito dei processi di determinazione delle finalità della programmazione). Nel secondo caso invece, a venire meno sarebbe la connessione dell'attività partecipativa dei lavoratori con il quadro più generale, relegando la partecipazione nell'ambito delle compatibilità esterne e qualificandola come “subalterna”.

È chiaro come una simile prospettiva politico-progettuale risulterebbe ingenua e inefficace se ignorasse gli ostacoli che la costituzione economica europea incorporata nei Trattati le pone davanti.  Ma – e sta qui il valore di una difesa dinamica della Costituzione – è proprio prendendo atto dell'inconciliabilità fra il modello sociale disegnato dal nostro impianto costituzionale e quello imposto invece, a partire da Maastricht, dalla Grundnorm europea, che può divenire possibile chiarire la portata dello scontro rispetto alla “Europa reale” e rendere meno sfuggenti gli sbocchi di una critica da sinistra all'Unione. E ciò, quale che sia il percorso strategico che si intende adottare: sia esso quello della “rottura dell'Unione” piuttosto che quello della riforma radicale dei suoi Trattati.


Alessandro Tedde, Mattia Gambilonghi, "Da nuit debout al referendum costituzionale. Lezioni per la sinistra italiana", in R. Morea (a cura di)"L'enigma dell'Europa", 2016, Trasform!Europe, Partito della Sinistra europea

Ultima modifica il Sabato, 20 Maggio 2017 21:26

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Mattia Gambilonghi

(Catania, 1987), laureato in Scienze politiche a Catania e specializzatosi in Storia contemporanea a Bologna, è nella redazione di Esseblog e della rivista La Costituente, collabora con Revue du projet (rivista politica del PCF) e con i Cahiers d'histoire. Revue d'histoire critique.

Ha scritto sulla crisi delle democrazie rappresentative nel volume “Il reale e gli spazi per la politica” (a cura di L. Caffo, Mimesis 2015); ha contribuito al volume “L'enigma dell'Europa” (a cura di R. Morea, Merlin 2016), annuario 2016 del think tank Trasnform! Europe, e al volume “La ginestra. Contributi per una nuova Sinistra” (a cura di S. Oggionni e R. Gramiccia, Bordeaux, 2017) con un contributo sul pensiero di Pietro Ingrao.

In uscita, per l'ed. Aracne, la sua monografia “Controllo operaio e transizione al socialismo. Le sinistre italiane e la democrazia industriale tra anni Settanta e Ottanta”.

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