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Lavoro e reddito di base come applicazione della Costituzione

Giovedì, 15 Dicembre 2016 18:10 Scritto da 

Questo disagio e la sua manifestazione del resto pone anche seri problemi per la difesa della democrazia, poiché esso può incanalarsi verso il sostegno a formazioni populiste e non democratiche.

L’esito referendario insegna a mio avviso alla Sinistra due cose:

a) la questione dei diritti politici non va mai separata da quella dei diritti sociali e civili in generale, per cui temi come il lavoro e il welfare non vanno contrapposti, ma uniti e correlati sempre più;

b)  la strada per combattere i populismi è la partecipazione e il suo allargamento, strada che noi chiamiamo Socialismo.

La situazione di impoverimento che riguarda i cittadini italiani è una triste realtà segnalata dalle più recenti ricerche statistiche, come quelle dell’Istat risalenti al 6 dicembre che dipingono un Paese dove un italiano su quattro è a rischio di povertà (situazione però che tocca una maggior punta di gravità dove la percentuale si avvicina alla metà della popolazione).

Alla luce della gravità della situazione socio-economica che questi dati mostrano, penso sia doveroso rileggere in particolare gli artt. 4, 35, 36 e 38 della nostra Costituzione che collegano la questione del reddito del cittadino al diritto al lavoro e ad una equa retribuzione, principio che si estende anche ai cittadini che sono inabili al lavoro su cui insiste in particolare l’articolo 38.

Ritengo, nella sostanza, in particolare che la situazione di impoverimento della popolazione italiana non sia slegata o indipendentemente dalla questione del lavoro, ma che sia tutta interna ad essa, per cui l’impoverimento parte dal reddito dei lavoratori che si rarefà sempre di più, aprendo la strada alla precarizzazione del lavoratore stesso e alla sua progressiva emarginazione dal mondo lavorativo, situazione che colpisce in modo più crudele i giovani che devono entrare nel mondo del lavoro così strutturato.

Un lavoro malpagato o sottopagato non è uno strumento capace di promuovere adeguatamente la crescita personale e lavorativa del lavoratore stesso, ma semmai rappresenta per lui un limite oggettivo.

Il modo migliore per bloccare l’impoverimento della popolazione italiana è quindi quella di recuperare il valore dei salari medi: operazione che avrebbe il vantaggio indiretto, ma non meno significativo, di abbassare anche il tasso di precarietà e di disoccupazione, riducendo quindi il problema dell’assistenza.

Penso, in particolare, che due siano gli strumenti - distinti, ma connessi - per combattere questa dinamica: l’istituzione di un salario minimo garantito per tutti i lavoratori e la creazione di un reddito di cittadinanza o di dignità per i lavoratori, strumenti che sostanzialmente vengono a coincidere.

La questione del reddito di dignità è particolarmente discussa, perché questo elemento del welfare solitamente viene riferito alla dimensione della semplice assistenza per i lavoratori che hanno perduto il lavoro o che lo stanno cercando o ai giovani che devono inserirsi nel mondo del lavoro.

Penso, invece, che la sua generalizzazione e l’applicazione come sostegno diretto al reddito dei lavoratori in generale sia invece fondamentale e utile, perché limiterebbe l’impoverimento di tutti i lavoratori e favorirebbe una ristrutturazione del mondo del lavoro, capace di aprirlo ai soggetti più deboli che ne vengono invece esclusi in modi diversi.

Tutte le forze politiche, e democratiche in generale, si interroghino su come arrivare a dare ai lavoratori italiani questi strumenti indispensabili per affrontare la difficile sfida della società contemporanea.

Ultima modifica il Giovedì, 15 Dicembre 2016 19:26

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1 commento

  • Alessandro Tedde inviato da Alessandro Tedde
    Venerdì, 16 Dicembre 2016 12:35

    Gli spunti di questo articolo sono tanti e meriterebbero di essere tutti approfonditi. Ora non riesco, ma mi interessa approfittare di questo spazio per condividere una riflessione (o ricondividere per chi è già iscritto a Sinistra XXI e conosce, dunque, il nostro dibattito interno), che riguarda il problema del rapporto tra salario sociale e redditto di base (nelle sue multiformi proposte).
    Tra queste due ipotesi di sostegno economico ai non occupati/disoccupati/precari/soggetti in formazione esiste una importante differenza concettuale: il salario sociale è connesso al lavoro di cittadinanza, mantenendo la caratteristica della remunerazione per un'attività svolta e, dunque, ha un profilo attivo nei confronti del lavoratore che, non solo percepisce una remunerazione per la vendita della propria forza-lavoro, ma acquisisce delle competenze e delle tecnicalità di cui si impadronisce e che può riutilizzare, eventualmente anche fuori dal sistema di subordinazione al datore di lavoro (in una prospettiva, direbbe Marx, di "autogoverno dei produttori associati"). Il salario sociale (cioè quello connesso al lavoro di cittadinanza), dunque, si configurerebbe come risarcimento ex art.3 comma 2 Cost. per mancato procurato lavoro da parte della Repubblica secondo i principi da essa stessa datisi (per citare un lavoro dei primi anni '50 di Costantino Mortati), ma con una componente creativa e creatrice e, dunque, di creazione di autonomia sociale; il reddito è, invece, un'erogazione economica di tipo passivo, che si percepisce senza che debba esistere un rapporto sinallagmatico e, in ogni caso, anche quando ci fossero degli obblighi (ad esempio di formazione), comunque costituirebbe una posizione non di vantaggio, come nel salario (dove è la Repubblica a dover dare qualcosa, poiché inadempiente), bensì passiva (ti fornisco di un reddito minimo, poiché non sei stato capace di creartelo). Insomma, una è una posizione labour-oriented, l'altra è più market-oriented.

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