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Pubblicato in La pagina dei Blog

Sanità pubblica o privata?

Giovedì, 08 Dicembre 2016 18:00 Scritto da 

Un programma politico di sinistra si deve occupare anche di sanità, di salute pubblica e individuale.

Come sappiamo, il “gioco” che stanno portando avanti adesso, sotto la spinta del liberismo, è la tensione a privatizzare anche la sanità, in tutti i suoi risvolti. Cosa prevedere come partito di sinistra? L’assoluto contrario!

Si deve partire dall’articolo 32 della Costituzione Italiana: La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Badate che in questo articolo c’è tutto, anche la tutela della dignità del fine vita!

Poiché la stessa Costituzione definisce la salute come bene comune (interesse della collettività), oltre che come diritto individuale fondamentale, nostro compito è fare in modo, semplicemente, che venga messo in atto questo articolo. Il motto deve essere: “Nessun profitto dalla sanità, manteniamo in salute le persone, che poi produrranno profitto”.

E’ chiaro che si devono fare i conti con quello che si ha e con quello che si può ottenere. Abbiamo una buona sanità, in generale, incentiviamola, controllando le corruttele degli appalti di approvvigionamento e costruzione delle strutture, vietando l’appalto dei servizi, anche a società a capitale misto.

Lo Stato si deve occupare della salute pubblica e individuale in prima persona, quindi le convenzioni con le strutture private vanno eliminate, quei soldi si devono usare per rinforzare le strutture pubbliche, si deve investire nei nostri ospedali, nei nostri servizi. 

Promuovere una sinergia tra sanità, politica ambientale e servizi sociali, perché l’ambiente in cui si vive deve essere sano.

Individuare quali siano i problemi più pregnanti per la salute delle persone e tentare di rimuoverli, abbattere la burocrazia (bizantina) che ostacola l’accesso ai servizi sanitari e sociali.

La linea politica che ha portato all’individuazione dei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) ha una sua ratio, ma i LEA devono essere ampliati (anche un’unghia incarnita impedisce il benessere delle persone e deve essere curata dallo Stato): bisogna inserire nei LEA tutte quelle situazioni che ostacolano lo svolgimento delle normali attività lavorative, se vogliamo che il nostro motto sia applicato in tutti i suoi risvolti.

Si dice che questo metodo porta a sprechi… Non è vero, gli sprechi, nella sanità, sono altri: i costi delle attrezzature lievitano per via della corruzione, lo stesso per gli approvvigionamenti di farmaci e presidi.

La corruzione è il grande male della sanità, insieme a una burocrazia farraginosa, che fa usare 4 fogli di carta, laddove ne basterebbe uno. E, guardate che non è una piccolezza, moltiplicate all’ennesima potenza i 4 fogli e sono milioni di Euro.

Le strade tanto complicate per accedere ai servizi sanitari sono un costo immane per le persone e per il servizio: semplifichiamo. Vuol dire anche dare un colpo al clientelismo (nella sanità pubblica esistono un sacco di figure di cui non si capisce il ruolo).

Sull’onda del “risparmio” hanno centralizzato molti servizi, tagliato posti letto e chiuso reparti periferici, accorpato ASL, formando degli elefanti burocratici immensi, ecco… torniamo indietro! Ci sono reparti che sono essenziali e devono essere distribuiti sul territorio, penso ai reparti di base come la chirurgia generale, la medicina interna, l’ostetricia… questi devono essere a “portata di mano” delle persone, non a centinaia di chilometri di distanza.

I reparti ad alta specialità (chirurgia toracica, neurochirurgia, cardiochirurgia e via dicendo) possono essere centralizzate in eccellenze, perché il fabbisogno di questa parte del servizio è meno diffuso e sarebbe uno spreco di risorse e anche deleterio: chi vorrebbe farsi operare al cervello in un posto dove ne fanno tre all’anno?

In ogni caso, il concetto fondamentale è che si deve estromettere il privato dalla gestione della salute delle persone: non si vuol dire che non deve esistere il privato, che ha tutto il diritto di essere presente e le persone hanno il diritto di accedervi, ma deve essere a spese private e lo Stato non ci deve versare neanche un soldo.

Ultima modifica il Giovedì, 08 Dicembre 2016 21:07

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Orietta Basso

(Svizzera 1961)

Infermiera presso l'ospedale di Mondovì, città in cui vivo

Ho sempre pensato che se non ci si occupa di politica, la politica comunque si occupa di noi, perciò ho preferito cercare di capire cosa mi succedeva intorno.

Sono sempre stata attenta alle questioni sociali e ritengo che la scelta di organizzarsi come stati dovrebbe essere vista come una tutela nei confronti dei più fragili, perciò il mio impegno politico è stato sempre rivolto a sinistra e teso alla solidarietà sociale.

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2 commenti

  • Alessandro Tedde inviato da Alessandro Tedde
    Martedì, 13 Dicembre 2016 10:52

    Caro Franco, credo che la tua giusta vis polemica abbia preso il sopravvento sulle ragioni di ciò che scrivi, che possono anche essere condivisibili.
    Da piccolo studioso del diritto pubblico quale sono, nel tuo intervento (pur, ribadisco, condivisibile nelle premesse) mi sento di emendare quell'accettazione di un cliché del dibattito pubblico che fai e che riguarda la (supposta, ma non vera) identità tra "pubblico" e "statale".
    In realtà, noi ci portiamo dietro questa concezione ottocentesca per cui tutto ciò che è pubblico non può che essere statale: si tratta di una concezione vetusta e, come detto, falsa (come farebbero bene a precisare i conoscitori del diritto pubblico quando vengono interpellati, salvo che non vogliano essere taccati di faziosità).
    Per cui, io vorrei emendare il tuo discorso sostituendo il termine "pubblico" con il termine "statale" e con ciò ricordando però, con Gramsci, che lo Stato è un apparecchio coercitivo della classe dominante e, quindi, non è solo lo Stato in sé il problema, ma anche e soprattutto chi lo governa.
    Nell'Urss il problema fu proprio nel voler, a tutti i costi (dopo la leva Lenin), far coincidere pubblico e statale: era un retaggio ottocentesco, ma fortunatamente ne abbiamo fatta di bella strada in un secolo di studio e riflessione (capendo, per fare un esempio sul punto in un periodo in cui si discute di banche, la differenza tra pubblicizzazione mediante socializzazione oppure mediante nazionalizzazione!).
    Cari saluti e benvenuto nella community dei commentatori e, speriamo a breve, dei blogger :)

  • Franco Tramonti inviato da Franco Tramonti
    Lunedì, 12 Dicembre 2016 16:08

    cara compagna, siamo ancora al "pubblico è bello"? Siamo ancora convinti che pubblico abbia significato efficienza e funzionalità? Allora non abbiamo ancora capito (o non vogliamo capire) cosa ha significato il crollo dell'URSS se non la fine dell'illusione che il potere potesse gestire l'economia per conto dei lavoratori senza scivolare dalla dittatura del proletariato alla dittatura della burocrazia di stato. Socialismo è liberare le forze produttive del paese, renderle autonome, non dipendenti dal politico di turno anzichè dall'AD di turno.
    Il sistema sanitario pubblico è (purtroppo) pieno di esempi di malagestione che dobbiamo ancora spiegarci, nonostante la presenza di sindacati e "forze progressiste" nei centri decisionali.

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