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Provocazione: contro l’Onda

Giovedì, 26 Marzo 2009 16:56 Scritto da 

La democrazia assembleare risuscitata dal movimento studentesco è quasi sempre stata, dal punto di vista del corretto funzionamento delle regole di cui ho parlato prima, ingannevole: da un lato vi è un’assemblea che si limita, assai peggio del peggiore dei parlamenti, a ratificare (spesso per acclamazione) le decisioni dell’esecutivo, espresse in mozioni; dall’altro vi è un esecutivo la cui investitura è carismatica (nel senso tecnico della parola, nel senso cioè in cui «carismatico» è contrapposto a «democratico»), e il cui potere è ben più stabile e irresistibile di quello di qualsiasi esecutivo di un corpo rappresentativo (altro che revoca del mandato!). Non dico questo per fare della facile polemica (anche se la pretesa degli «assemblearisti» di dar lezioni di democrazia è piuttosto irritante): lo dico per ripetere ancora una volta che la democrazia (non importa se diretta o indiretta, se assembleare o rappresentativa) è una «pratica» estremamente complessa, che rifiuta improvvisazioni, facili generalizzazioni, più o meno ingegnose innovazioni, ed è per di più un meccanismo molto delicato che si guasta al minimo urto.
Norberto Bobbio, Quale socialismo?, Torino, Einaudi, 1976, pp. 46-47.

Bobbio scrive negli anni ’70, in piena contestazione. Durante quest’ultimo autunno abbiamo assistito (e/o partecipato) a imponenti proteste studentesche, estremamente diverse da allora, ma simili per almeno un aspetto, che è ciò che qui interessa. Ovvero: la forma dell’assemblea di massa e di piazza, con decisioni “ratificate” talvolta anche da 5000 persone fisicamente riunite. Un problema di forma.

Il punto è che non esiste una forma stabilita in precedenza per esprimere il dissenso di migliaia di studenti: e difatti l'”Onda” ha rigettato ogni “contenitore” politico o sindacale. “Non ci rappresenta nessuno”, si diceva. Non si darà qui un giudizio di merito su ciò, che attiene al nesso spontaneismo/organizzazione, che non è così semplice da essere qui trattato. Si pone un problema di democrazia.

Si sono certo volute dare lezioni di democrazia: democrazia diretta, dal basso, assemblee oceaniche, agitazione permanente. Progetti di “autoriforma” approvati da platee di “studenti”, senz’altra determinazione.

Tutto ciò non ha impedito che tuttora si parli di presunti “leader” dell’Onda; che nelle varie assemblee ci fosse sempre chi stava al di qua e chi al di là della cattedra, chi dava la parola e chi la riceveva, chi decideva iniziative e chi vi partecipava. E chi creava cordoni per spezzare un imponente corteo e dirigere tanta gente ignara a occupazioni decise da gruppi ristretti, contro accordi presi in precedenza sullo svolgimento del corteo medesimo (ciò è accaduto in Pisa a ottobre).

Si formano, in definitiva, “capetti” e gruppi dirigenti che sono gli stessi a coniare slogan come “non ci rappresenta nessuno”; e costoro negano la validità delle forme politiche preesistenti, ma si dovrebbe chiedere a nome di chi parlano. Chi li ha eletti? Ecco che questo tedioso problema di forma viene superato di slancio, con un’investitura su base carismatica (il che può anche voler dire che il “leader” è colui che improvvisa la migliore retorica in piazza), oppure si dice che non esistono leader, ma solo quelli che si impegnano di più (ma nell’interesse generale, s’intende!).

Ora, non che lo stabilire una forma dei processi decisionali salvi dall’irrompere di un potere sostanziale che ignora la formalità democratica (è la storia di tutte le democrazie liberali di questo mondo). E tuttavia, questa presunta democrazia diretta dà luogo alla formazione di gerarchie che sono ancor meno democratiche, perché non fanno nemmeno finta di farsi eleggere secondo procedure condivise, e dunque fanno credere di non essere gerarchie. E per di più non sono responsabili delle loro scelte, appunto perché non sono formalmente dirigenti e dunque non rendono conto a nessuno.

Si può anche sostenere che tali gerarchie, avendo il medesimo interesse dei “soldati semplici”, siano dunque ad essi organicamente legate, anche in mancanza di processi chiari di “delega” e di “rappresentanza”. Eppure bisognerebbe diffidare di queste esaltazioni della Vera Democrazia, che affida tutto alla “volontà generale” di decine o centinaia di persone riunite, agli applausi e al carisma degli oratori. Nella Grecia antica, la pratica democratica metteva tanti individui sullo stesso piano. Eppure da lì si sviluppò la retorica e tutto si può dire fuorché che le decisioni collettive fossero invero libere, consapevoli, etc. E nemmeno lo si può dire ora.

È poi chiaro che non vi sia, dietro tali proteste degli studenti, la volontà di circuire: ritengo che esse siano sacrosante. I problemi però ci sono: la mancanza, risultante da quanto sopra, di dirigenti capaci e politicamente responsabili, sostituiti da gruppi dirigenti “di fatto”, “capetti”, con un legame diretto e informale con la “massa”; il controllo democratico in teoria totale e in pratica inesistente, a meno che non si voglia sostenere che nelle assemblee oceaniche il dissidente abbia posto, ché anzi chi dirige non è tenuto a far parlare tutti (e, per di più, il contesto della pubblica adunanza con un capo indiscutibile è quello più adatto a “bruciare l’eretico”); la possibilità, da ciò risultante, che i “capi” decidano da sé e non è detto che non possano voltare le spalle alla massa; la possibilità, ancora, che la labilità del controllo sui processi decisionali e sulle scelte delle persone apra gli spazi a infiltrazioni dall’esterno del “movimento”, fra l’altro richiamate da Francesco Cossiga nei giorni delle proteste, e a tentativi di influenza da parte di gruppi ristretti, così che possano dirigere senza esporsi.

L’elogio dell’agitazione spontanea, in quanto unica agitazione legittima, non tiene in nessun conto tutto ciò. E nemmeno tien conto di un problema sostanziale, connaturato alla forma spontanea del movimento: la mancanza di un’organizzazione che persegua il fine in maniera consapevole. Anzi, questo è completamente rigettato. Ma attenzione: può anche essere vero che l’onda sia inarrestabile, ma è vero anche che l’onda s’infrange contro la riva e poi rifluisce. Che è quanto è successo dopo le grandi mobilitazioni. E poi ci sarà un’altra onda? E un’altra ancora? Ma non pare che la terraferma abbia intenzione di scomparire di fronte al moto del mare, tutt’al più gli concede il contentino di erodere le rocce costiere, ma questo si misura secondo le ere geologiche. È lungimirante stare dalla parte delle onde?

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Cosimo Francesco Fiori

Sassari, 1988. Dopo la laurea triennale in Filosofia e gli studi presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, studia Giurisprudenza all'Università di Pisa.

Dal 2015 è tesoriere di Sinistra XXI.

Sito web: cosimofiori.wordpress.com/

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