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Pubblicato in La pagina dei Blog

Miseria della politica

Martedì, 18 Novembre 2008 16:53 Scritto da 

Si scade nel lapalissiano ad affermare che la politica odierna non rappresenti le vere istanze e non venga incontro ai veri problemi dei cittadini, dei lavoratori, degli studenti. Si tratta perciò non di dimostrarlo, ché non sarebbe un grande impegno; bensì di indagarne le vere ragioni. È questo un tema che sarà interessante porre a fondamento delle ricerche di questo giornale.

Ciò che viene evocato con pappagallesca locuzione (“scollamento della politica dalla vita reale” o simili), non può essere ritenuto come dato e inevitabile, a guisa di spirito dell’epoca, ma deve anzi essere un motivo di riflessione cardine per la trasformazione della politica.

Abbiamo di fronte agli occhi, quotidianamente e nostro malgrado, uno scenario desolante di dibattito sul nulla, di frasi fatte, di riti vetusti e incancreniti. Di tabù da un lato, e pretese ovvietà che dall’altro assurgono ad assioma.

Differenza sostanziale tra ciò che viene detta antipolitica e quanto io ho appena affermato: ritengo che il miglior modo di considerare il problema non sia urlare “vaffanculo” a tutti (benché, a ben vedere, ciò sia in un certo modo giustificato). Evitare le generalizzazioni e i semplicismi è un buon punto di partenza. In buona sostanza, bisogna porre una dicotomia tra:

a) un atteggiamento di protesta immediata, che si ferma al particolare senza sapere o potere (perché non lo si vuole né lo si cerca) salire a una comprensione generale e universale della società in cui viviamo (parafrasi che racchiude dietro di sé fenomeni del tipo-Grillo);

b) un atteggiamento, viceversa, che, pur ovviamente consapevole che i ladri siano ladri, non trova sufficiente la mera denuncia di ciò: ma vuole anche scoprire perché vi siano quei ladri; se essi siano solo dei singoli oppure siano quasi una metafora della società; perché l’epoca in cui viviamo (almeno in Italia) si rispecchi in personaggi poco raccomandabili; perché, quindi, questi personaggi abbiano così largo seguito tra le masse. La questione è complessa, non basta far fuori dal Parlamento i condannati. Non dico che si abbia una risposta a tali quesiti, ma ciò che conta è che ci si sforza, con il ragionamento pacato, minuzioso e scientifico, di trovarla.

Fermo restando che, per quanto mi concerne, scelgo il secondo metodo, pare sensato procedere da questa prima serie di domande a una seconda: perché, nonostante i persistenti e spesso aggravati problemi nella sfera della vita materiale, la gran maggioranza (non solo quella che ha votato Berlusconi) si lascia abbindolare da discorsi e argomenti di nessun valore e privi di fondamento di verità?

Scopriamo, vado veloce, che il tema reale è il rapporto tra la vita materiale delle persone, il modo in cui ci si procura di che soddisfare i bisogni primari, e la concezione che di ciò ci si forma. Il punto su cui credo occorra riflettere è questo: il modo comune di ragionare che conduce le persone a formulare giudizi sulla realtà individuale e sociale non è razionale, bensì fortemente irrazionale. Il ragionamento collettivo si basa sulle palafitte, condizionato com’è da quei tabù e da quegli assiomi di cui sopra. Di fatto è un non-ragionamento. Che natura hanno dunque tabù e assiomi sottesi a ogni giudizio formulato dalla media degli individui? Donde provengono?

È evidente che stiamo parlando di un terreno in cui la razionalità vacilla. È un po’ l’annoso problema del perché la sinistra non riesca a parlare alla gente. Una risposta provvisoria, suscettibile di ulteriori ricerche, può essere questa: perché la gente non ragiona con la propria testa, anzi, non ragiona punto, ripete schemi coatti introdotti con la violenza, in quanto imposti a soggetti in generale incapaci di difendersene (se non è vera violenza questa!). Tali metodi violenti fanno venire in mente soprattutto un mezzo, giustamente criminalizzabile: la televisione. Ed è certamente vero. Ma c’è di più: è la stessa mentalità, lo stesso senso comune diffuso che tendono a perpetuare schemi logico-morali (e dunque anche ed essenzialmente politici) di un gretto conservatorismo, che spiccano per l’assoluta piattezza, a-problematicità e incondizionata fedeltà al padrone, quasi una gigantesca sindrome di Stoccolma.

Eccoci giunti: perché la politica è quel che è? Perché finché si sguazza in questo senso comune, finché lo si rincorre finanche sul terreno della stupidità più assoluta, nell’intento di guadagnare voti, è chiaro che non è interesse di alcuno combatterlo. Ma se si pensa che questo opprimente bagaglio, coagulo di sapere e ignoranza (sapere non nel senso generale, ma legato invece ad aspetti meramente particolari), è appunto il vero ostacolo a una reale e generale presa di coscienza delle contraddizioni e dei problemi della società in cui viviamo, si vede anche che finché non lo si combatte si rinuncia da principio a porsi sul terreno dei problemi reali. Cioè si smette di fare politica, di fatto si fa a-politica, o addirittura anti-politica. Ma qui non parlo di Grillo, parlo esattamente della politica “ufficiale”. Perché Grillo almeno, in maniera però rigorosamente non conscia, esprime bisogni reali, che la politica non sa né potrebbe accogliere, così come si configura oggi. Con ciò non dico, ovviamente, che esso Grillo sappia come risolvere i problemi che nemmeno individua.

Si deve perciò cercare di risalire alla radice dei problemi, liberandosi dei condizionamenti dei paralogismi imperanti nello “spirito” pubblico. Essere in tal senso radicali, e non superficiali. E naturalmente bisogna cercare di combattere le false concezioni che tale ricerca rendono vana. Il problema è: basterà la forza delle idee a fare breccia in un terreno che le idee rigetta, ed è alimentato da enormi budget per coartarle quanto più possibile? La questione resta aperta, ma la differenza è questa: si può affrontarla o meno, e la cosa non è dappoco. Se si vuole cedere in principio, gettare la spugna, si può anche pensare a come fare per vincere le elezioni successive: ma quand’anche le si vinca, per quanto detto sopra il governo apparterrà sempre ad altri, anche se formalmente lo si deterrà.

Allora il compito vero di una vera politica, che in senso stretto è quella che mira a cambiare lo stato esistente delle cose (perché è un errore credere che i concetti possano essere neutri), è porsi questo generale problema educativo, che non è un astratto compito di concetto, ma teorico-pratico. Si deve cioè continuare a indagare senza dimenticare che la conoscenza per pochi eletti è pura speculazione infeconda. Non è semplice né banale, ma accettare come indispensabile un simile compito è l’unico vero atto di responsabilità che può assumere una politica che voglia impegnarsi a trasformare la società.

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Cosimo Francesco Fiori

Sassari, 1988. Dopo la laurea triennale in Filosofia e gli studi presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, studia Giurisprudenza all'Università di Pisa.

Dal 2015 è tesoriere di Sinistra XXI.

Sito web: cosimofiori.wordpress.com/

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