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Socialisti, comunisti ed ecologisti. RIPRENDERE UN CAMMINO INTERROTTO 97 ANNI FA

Martedì, 15 Aprile 2014 11:41 Scritto da 

Senza chiedere abiure a nessuno, per affrontare la situazione presente e quella futura, non c'è però altra strada che il recupero delle ragioni di fondo del socialismo democratico in termini fondamentalmente di classe, a partire da quelle che datano a prima della separazione in due del movimento socialista avvenuta in conseguenza della Rivoluzione d'Ottobre. Per seguitare con quelle evidenziate dal bilancio comparato del modello sovietico con quello delle esperienze socialdemocratiche occidentali. Certo anche i socialdemocratici debbono sapersi rimettere in discussione. Però il fallimento totale sta solo da una parte. E' incontestabile che ci sia una linea di continuità segnata tra la Russia zarista, l'URSS e l'attuale Russia. Come è incontestabile che, nonostante la grande rivoluzione russa del 1917, il cammino seguito a partire dallo stalinismo è stato quello di un imperialismo in lotta contro gli imperialismi occidentali. Un imperialismo, quindi "antiimperialista", sembra un ossimoro ed in buona parte lo è, che ha preso il sopravvento sulla lotta di classe, come ebbe a prevedere Filippo Turati nel 1921 al Congresso del PSI a Livorno. All'ombra e dentro il partito unico, quindi, è cresciuta, nella Russia e nelle altre repubbliche, una borghesia che prima non esisteva. Nel 1989 questa borghesia si rivelò pronta ad assumere il potere, liquidando tutte quelle conquiste sociali incompatibili con il nuovo status della Russia. Impedire alla Russia di avere un pluralismo nel quale ci fosse un posto di rilievo per un partito della classe lavoratrice in conflitto perenne con le incrostazioni burocratiche ed autoritarie, ha prodotto quel grande inganno che che ha fatto del PCUS il teatro di un conflitto sociale nascosto, simulato, non trasparente, che poi è stato vinto dalla borghesia. Quel conflitto che nel campo della società veniva fortemente velato da una retorica ideologica nel senso del significato che Marx attribuiva alle ideologia, cioè falsa coscienza. E' chiaro che Lenin aveva un'altra impostazione, a cominciare da quando sfilò la Russia dalla guerra imperialista nel 1917, per proseguire con la NEP che fu l'assunzione della esigenza che la Russia prima di costruire il Socialismo, dovesse seguire uno sviluppo capitalista con proprietà privata affiancato da una lotta di classe e da un ruolo critico dei comunisti. Ma, spiace dirlo, Lenin aveva comunque posto le premesse per ciò che accadde dopo la sua morte. Il partito unico, il centralismo demoratico, la compressione della dialettica politica, la repressione della rivolta di Kronstadt: sono segnali molto chiari e ben poco bilanciati da alcune pur importanti revisioni che si ravvisano negli ultmi messaggi al Comitato Centrale e raccolti, successivamente, in quello che venne definito "il testamento di Lenin". Quei messaggi furono oltre tutto censurati dall'apparato che era già in mano a Stalin. Del resto le critiche di Rosa Luxemburg rivolte a Lenin erano molto chiare. Con esse si contestava il rischio che imporre determinazioni dall'esterno sulla classe, a lungo o a breve andare avrebbe prodotto un burocratismo. Rosa Luxemburg, per questo, contestava anche il centralismo democratico.

Quindi, andando a vedere, non c'è sintesi possibile tra socialisti e comunisti, se questi ultimi non riesaminano come si dovrebbe l'epilogo dell'esperimento sovietico, e comunque non c'è nessuna prospettiva equiparabile al frontismo.

Credo che i passaggi siano quindi due essenzialmente. Per prima cosa, ritrovando concretamente ed idealmente le ragioni di fondo, i socialdemocratici debbono smettere di stare nella stessa casa dei "liberali sociali", cioè dei blairiani, e debbono trovare anche una soluzione di separazione definitiva dalle correnti spurie che non c'entrano nulla con la storia e la pratica del movimento socialista. Forse nessuno è in condizioni di dire che cosa potrebbe materialmente significare la realizzazione di questo obiettivo rispetto al PSE che nella migliore delle ipotesi non potrà più essere quello conosciuto fino ad oggi. Il secondo passaggio dovrà essere quello della creazione di una casa comune con chi ci sta e alle condizioni politiche che non ha deciso nessun in particolare ma le ha decise la storia. E' difficile negare che i comunisti sono una risorsa importante ma, così come i socialdemocratici debbono seguire alcuni passaggi che li riguardano, anche i comunisti debbono compiere un pezzo di cammino che finora non hanno compiuto né voluto compiere. Non hanno cioè manifestato, salvo eccezioni, la capacità di prendere in considerazione il peso reale avuto dal 1989 e dal confronto di questo epilogo con la definizione che Karl Marx dava di comunismo. Perché dovrebbe essere chiaro che, al là delle realizzazioni concrete, il comunismo non è un ideale. E parlare di comunismo nel 1848 aveva un senso, come fu riconosciuto dallo stesso Filippo Turati, perché era un concetto che segnava una soggettività altra e nuova rispetto al socialismo utopista e filantropico. Ora invece, parlare di comunismo ha un senso retrospettivo che segna una pregiudiziale alterità non tanto rispetto alla socialdemocrazia reale e agli errori che anche sotto le spoglie di quest'ultima sono stati compiuti, quanto piuttosto rispetto alla esigenza che ci impone la situazione che è quella di ricostruire il movimento socialista.

Ma tutta questa discussione non può essere fatta senza porre sul campo anche le nuove ragioni della sostenibilità che, per un periodo, ha saputo interpretare bene il movimento ecologista. Casa comune con chi ci sta significa, quindi, un progetto rivolto a più àmbiti, per costruire un soggetto che si misura dapprima sulle cose da fare, a cominciare da un programma politico che dia soggettività al lavoro e ricacci indietro lo strapotere del capitalismo finanziario. Bisogna ritrovare quell'essenza e quell'approccio che indicano un'obiettivo rivoluzionario ed una pratica orientata alle riforme strutturali.

Del resto anche nel campo verde ed ecologista si dovrebbero porre in discussione alcuni assunti che hanno snaturato le originali istanze poste da quell'ambito, che per molti anni fu una grossa novità politica in Europa e non solo. Poiché anche i temi antisviluppisti e la teoria della decrescita sono un ostacolo alla ricostruzione di nuovi soggetti che guardino in avanti, fermo restando che il tema della sostenibilità e della impossibilità di crescita senza limiti è un tema ineludibile.

Socialisti, comunisti ed ecologisti: di fronte al dominio del capitalismo finanziario e alle conseguenti politiche neoliberali siamo sulla stessa barca. Ma dobbiamo fare i conti con il giudizio della storia.


Senza chiedere abiure a nessuno, per affrontare la situazione presente e quella futura, non c'è però altra strada che il recupero delle ragioni di fondo del socialismo democratico in termini fondamentalmente di classe, a partire da quelle che datano a prima della separazione in due del movimento socialista avvenuta in conseguenza della Rivoluzione d'Ottobre. Per seguitare con quelle evidenziate dal bilancio comparato del modello sovietico con quello delle esperienze socialdemocratiche occidentali. Certo anche i socialdemocratici debbono sapersi rimettere in discussione. Però il fallimento totale sta solo da una parte. E' incontestabile che ci sia una linea di continuità segnata tra la Russia zarista, l'URSS e l'attuale Russia. Come è incontestabile che, nonostante la grande rivoluzione russa del 1917, il cammino seguito a partire dallo stalinismo è stato quello di un imperialismo in lotta contro gli imperialismi occidentali. Un imperialismo, quindi "antiimperialista", sembra un ossimoro ed in buona parte lo è, che ha preso il sopravvento sulla lotta di classe, come ebbe a prevedere Filippo Turati nel 1921 al Congresso del PSI a Livorno. All'ombra e dentro il partito unico, quindi, è cresciuta, nella Russia e nelle altre repubbliche, una borghesia che prima non esisteva. Nel 1989 questa borghesia si rivelò pronta ad assumere il potere, liquidando tutte quelle conquiste sociali incompatibili con il nuovo status della Russia. Impedire alla Russia di avere un pluralismo nel quale ci fosse un posto di rilievo per un partito della classe lavoratrice in conflitto perenne con le incrostazioni burocratiche ed autoritarie, ha prodotto quel grande inganno che che ha fatto del PCUS il teatro di un conflitto sociale nascosto, simulato, non trasparente, che poi è stato vinto dalla borghesia. Quel conflitto che nel campo della società veniva fortemente velato da una retorica ideologica nel senso del significato che Marx attribuiva alle ideologia, cioè falsa coscienza. E' chiaro che Lenin aveva un'altra impostazione, a cominciare da quando sfilò la Russia dalla guerra imperialista nel 1917, per proseguire con la NEP che fu l'assunzione della esigenza che la Russia prima di costruire il Socialismo, dovesse seguire uno sviluppo capitalista con proprietà privata affiancato da una lotta di classe e da un ruolo critico dei comunisti. Ma, spiace dirlo, Lenin aveva comunque posto le premesse per ciò che accadde dopo la sua morte. Il partito unico, il centralismo demoratico, la compressione della dialettica politica, la repressione della rivolta di Kronstadt: sono segnali molto chiari e ben poco bilanciati da alcune pur importanti revisioni che si ravvisano negli ultmi messaggi al Comitato Centrale e raccolti, successivamente, in quello che venne definito "il testamento di Lenin". Quei messaggi furono oltre tutto censurati dall'apparato che era già in mano a Stalin. Del resto le critiche di Rosa Luxemburg rivolte a Lenin erano molto chiare. Con esse si contestava il rischio che imporre determinazioni dall'esterno sulla classe, a lungo o a breve andare avrebbe prodotto un burocratismo. Rosa Luxemburg, per questo, contestava anche il centralismo democratico.


Quindi, andando a vedere, non c'è sintesi possibile tra socialisti e comunisti, se questi ultimi non riesaminano come si dovrebbe l'epilogo dell'esperimento sovietico, e comunque non c'è nessuna prospettiva equiparabile al frontismo.


Credo che i passaggi siano quindi due essenzialmente. Per prima cosa, ritrovando concretamente ed idealmente le ragioni di fondo, i socialdemocratici debbono smettere di stare nella stessa casa dei "liberali sociali", cioè dei blairiani, e debbono trovare anche una soluzione di separazione definitiva dalle correnti spurie che non c'entrano nulla con la storia e la pratica del movimento socialista. Forse nessuno è in condizioni di dire che cosa potrebbe materialmente significare la realizzazione di questo obiettivo rispetto al PSE che nella migliore delle ipotesi non potrà più essere quello conosciuto fino ad oggi. Il secondo passaggio dovrà essere quello della creazione di una casa comune con chi ci sta e alle condizioni politiche che non ha deciso nessun in particolare ma le ha decise la storia. E' difficile negare che i comunisti sono una risorsa importante ma, così come i socialdemocratici debbono seguire alcuni passaggi che li riguardano, anche i comunisti debbono compiere un pezzo di cammino che finora non hanno compiuto né voluto compiere. Non hanno cioè manifestato, salvo eccezioni, la capacità di prendere in considerazione il peso reale avuto dal 1989 e dal confronto di questo epilogo con la definizione che Karl Marx dava di comunismo. Perché dovrebbe essere chiaro che, al là delle realizzazioni concrete, il comunismo non è un ideale. E parlare di comunismo nel 1848 aveva un senso, come fu riconosciuto dallo stesso Filippo Turati, perché era un concetto che segnava una soggettività altra e nuova rispetto al socialismo utopista e filantropico. Ora invece, parlare di comunismo ha un senso retrospettivo che segna una pregiudiziale alterità non tanto rispetto alla socialdemocrazia reale e agli errori che anche sotto le spoglie di quest'ultima sono stati compiuti, quanto piuttosto rispetto alla esigenza che ci impone la situazione che è quella di ricostruire il movimento socialista.


Ma tutta questa discussione non può essere fatta senza porre sul campo anche le nuove ragioni della sostenibilità che, per un periodo, ha saputo interpretare bene il movimento ecologista. Casa comune con chi ci sta significa, quindi, un progetto rivolto a più àmbiti, per costruire un soggetto che si misura dapprima sulle cose da fare, a cominciare da un programma politico che dia soggettività al lavoro e ricacci indietro lo strapotere del capitalismo finanziario. Bisogna ritrovare quell'essenza e quell'approccio che indicano un'obiettivo rivoluzionario ed una pratica orientata alle riforme strutturali.

Del resto anche nel campo verde ed ecologista si dovrebbero porre in discussione alcuni assunti che hanno snaturato le originali istanze poste da quell'ambito, che per molti anni fu una grossa novità politica in Europa e non solo. Poiché anche i temi antisviluppisti e la teoria della decrescita sono un ostacolo alla ricostruzione di nuovi soggetti che guardino in avanti, fermo restando che il tema della sostenibilità e della impossibilità di crescita senza limiti è un tema ineludibile.
Ultima modifica il Martedì, 15 Aprile 2014 11:46

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