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*la Sinistra del XXI secolo*

Martedì, 15 Novembre 2016 14:14

La democrazia americana e Trump

Ciò che è successo negli Usa con l’elezione di Donald Trump va collocato nel contesto di una tendenza profondamente inserita nella Costituzione politica degli Stati Uniti, quella neo-isolazionista, la tendenza cioè di questa grande nazione a chiudersi nei suoi ampi confini cercando una sostanziale autosufficienza rispetto al contesto mondiale più ampio.
Questa tendenza già osservata specialmente nel periodo intercorrente tra le due guerre mondiali dopo la grande depressione è poco nota a noi europei perché riguarda soprattutto le realtà locali dei singoli stati che compongono la federazione statunitense, ma è caratterizzata dal mescolarsi con un populismo spesso aggressivo verso le altri parti del mondo.
L’elezione di Trump porta alla ribalta internazionale in modo definitivo questo fiume profondo inquinato dal populismo della politica americana, per cui quello che era una tendenza di singoli stati e dei loro governatori sceriffi diventa ora elemento fondativo e caratteristico di tutto lo scenario politico nazionale degli Stati Uniti.
Il ruolo della presidenza della Repubblica negli Stati Uniti di garante dei rapporti internazionali e della politica estera aveva preservato in parte la somma carica dello stato da questa tendenza, ma il quadro si è evoluto progressivamente per cui Trump termina e radicalizza allo stesso tempi, portando il quadro a un punto di rottura con la sua virulenta polemica antiestablishment, la linea nera che si dipana dalla presidenza di Ronald Reagan attraverso i due presidenti Bush Junior e Senior.
Questa valutazione complessiva che sottolinea il carattere fortemente “americano” del fenomeno Trump non intende misconoscere le gravi conseguenze che questa elezione ha per il mondo intero, ma vuole sottolineare soltanto la distanza che intercorre tra il contesto politico europeo e quello Statunitense per arrivare a una analisi più equilibrata e corretta delle implicazione che il voto americano possiede senza dubbio in particolare per la sinistra non solo italiana e europea.
Anzi proprio rendendosi conto dei differenti contesti in cui il fenomeno Trump si colloca in rapporto alla dimensione politica e istituzionale rispetto alla società europea permette di comprendere meglio il suo significato per noi.
Le analisi attuali si sono soffermate soprattutto sulla sconfitta degli oppositori di Trump e sui loro limiti, ma non sono partite invece dalla questione più importante e primaria, ovvero i motivi della vittoria in sé del miliardario americano a prescindere anche pur reali e evidenti limiti dei suoi avversari sia quelli democratici ma anche quelli repubblicani benché il caso dell’insuccesso della principale oppositrice di Trump ovvero Hilary Clinton, candidata democratica richieda un’analisi più approfondita che sarà la parte finale dell’articolo.
In particolare è importante comprendere come l’elezione del presidente americano non sia una elezione di primo grado in cui i cittadini votano e eleggono un loro rappresentante, ma invece di secondo per cui il Presidente è nominato dai delegati votati dal popolo che quindi si limita a scegliere soltanto tra i vari candidati quello più vicino alla sua sensibilità, modalità di elezione che è tra l’altro la stessa di quella seguita dai due principali partiti quello repubblicano e quello democratico per nominare i loro candidati alla corsa presidenziale.
Questo tipo di elezione di secondo ordine amplifica e moltiplica gli aspetti simbolici dell’elezione del presidente della repubblica americano che assomiglia sostanzialmente maggiormente più che alla scelta di un moderno capo di stato all’investitura di un sovrano elettivo tipica anche essa della tradizione medioevale, per cui la struttura dello stato americano è più simile a quello profilato dalla Gloriosa Rivoluzione inglese che a quello uscito dalla Rivoluzione francese.
L’elezione di Trump nel contesto più generale di questa tendenza neoisolazionista riflette questa dinamica fortemente simbolica in cui viene designato il capo di stato americano per cui Trump è stato scelto sostanzialmente perché capace di evocare e incarnare i fantasmi dell’elettorato americano rispetto ai suoi scialbi oppositori sia democratici che repubblicani, in particolare il mito dell’antiestablishment proprio del populismo e qualunquismo americano e non solo.
L’analisi fin qui condotta porta a riflettere sul contesto americano e su quello europeo, ma per contrasto per quanto riguarda la dinamica politica e istituzionale.
L’uscita dal vicolo cieco in cui la democrazia americana si è infilata con l’elezione di Trump porta a nostro giudizio sulla strada di una profonda riforma del meccanismo istituzionale della Presidenza per cui invece di un capo di Stato monarca si deve passare ad un normale capo di stato, non più nominato ed eletto e non più controllore assoluto dello stato attraverso l’identificazione tra sé e la funzione governativa che nel sistema statunitense non sono distinte.
In tal modo si dovrebbe arrivare ad un abbozzo di separazione tra i poteri dello Stato che è tipica delle democrazie europee e che ha uno dei suoi pilastri proprio dalla distinzione tra la funzione dello Stato rappresentato dal presidente della repubblica e quella di governo, sfida di una riforma costituzionale che dovrà essere raccolta da entrambi i principali schieramenti politici sia quello democratico, sia quello dei repubblicani.
Per quanto riguarda la sconfitta di Hillary Clinton e del partito democratico in generale si deve sottolineare che il limiti principale della sua candidatura e del suo programma la mancanza di una proposta organica di riforma che partisse dal problema della riforma costituzionale e riguardasse anche quello dei diritti sociali, tema agitato in primo luogo dal suo oppositore alle primarie democratiche Bernie Sanders.
L’incapacità di elaborare questa prospettiva sintetica più generale nonostante i pur lodevoli tentativi di Hilary Clinton di assumere nella sua piattaforma politica programmatica, aspetti specifici di quella di Sanders dopo la sua vittoria alle primarie democratiche va vista come la causa fondamentale della “debolezza” della candidata democratica nel fare fronte all’emergere del fenomeno Trump per cui i democratici si sono trovati privi di un candidato forte capace di opporsi al loro avversario e limitarne almeno in parte il successo.
Questa tendenza a concentrare i poteri dello Stato in uno per cui il Governo è assorbito dalla Presidenza della Repubblica e il Congresso è subordinato al Presidente stesso, tipica della Democrazia americana è significativa anche per comprendere meglio cosa significhi il voto americano per il contesto europeo e italiano in particolare per cui si è visto in esso il segnale inequivocabile del tramonto della sinistra”riformista” nella sua parabola che va da Blair a Renzi.
In particolare il modello politico istituzionale americano presenta evidente assonanze con l’attuale riforma costituzionale proposta dal governo in particolare con il combinato disposto della legge elettorale dell’italicum.
Il nucleo di questa riforma consiste nel “rinforzamento” del ruolo del presidente del Consiglio che non è più subordinato al Parlamento perché le maggioranze in esso presenti sono consolidate da una parte dalla legge elettorale ipermaggioritaria dell’italicum e dall’altra dall’eliminazione del bicameralismo perfetto secondo un modello tecnocratico e dirigistico che vede nel primato della funzione esecutivo rispetto a quella rappresentativa incarnata dal parlamento, la garanzia della possibilità di avanzare un progetto di riforma della società.
Questo iperiforrmismo si fonda senza dubbio in primo luogo sull’esperienza dei sindaci e delle amministrazioni locali, per cui esso disegna una sorte di premier sindaco d’Italia, ma esso si ispira all’esperienza alla democrazia americana per il suo insistere sul primato della funzione esecutiva incarnata dal presidente della Repubblica.
La riforma costituzionale del governo con il suo combinato disposto della legge elettorale apre quindi uno scenario una che possiamo definire allarmante perché rischia di spalancare definitivamente il vaso di Pandora dei populismi e qualunquismi che si nutrono delle dinamiche costituzionali che essa promuove secondo la falsariga di quanto accaduto negli Stati Uniti.
Se quindi nella prima parte dell’articolo abbiamo sostenuto la tesi che bisogna arrivare ad una profonda riforma della costituzione degli Stati Uniti riteniamo invece che nel contesto europeo e italiano bisogna invece lottare per difendere il patrimonio storico e politico delle nostre costituzioni e di quella italiana in particolare.
La Difesa della Costituzione deve però inserirsi nel contesto attuale per cui è fondamentale il tema della attuazione della costituzione in particolar e in direzione dell’integrazione e sintesi progressiva tra diritti civili e diritti sociale, processo che è ancora lontana da essere arrivato ad un punto di vista soddisfacente.
Di fronte al progressivo, ma spesso drammatico impoverimento delle condizioni di vita dei cittadini non solo americani, ma anche italiani e europei, situazione che Bernie Sanders ha sottolineato per il suo lato dell’Oceano Atlantico, la Sinsitra è chiamata a uno sforzo eccezionale che la deve portare a superare le ambiguità non solo della odierna sinistra riformista influenzata dalle esperienza anglo-americane, che è sempre più difficile distinguere dalla destra ricadendo perciò sotto la mannaia del populismo, ma anche di quella socialdemocratica europee le cui posizioni indebolite dall’incapacità di esprimere un pensiero egemone rispetto al liberismo imperante.
A questa situazione bisogna rispondere con un nuovo pensiero socialista che sia capace di fare i conti con l’elaborazione teorica del passato, e tutta la ricca tradizione culturale da cui esso deve sorgere, in particolare quella marxiana, ma non solo per cui il nuovo Socialismo va visto in una prospettiva plurale.
Questo nuovo pensiero socialista o eco-socialista perché capace di cogliere la sfida che l’ecologia rappresenta per l’attuale modello di sviluppo dovrebbe a partire dalla difesa del nostro sistema costituzionale riuscire a fare quanto il precedente pensiero socialista non è riuscito ancora a fare , cioè arrivare a profilare ad una sintesi coerente e compiuta tra diritti sociali e diritti civili, tra Lavoro e Welfare, ambiti che invece sono rimasti separati e non analizzati nella loro intima e profonda connessione

 

Antonino Martino

Alessandro Risi

Ciò che è successo negli Usa è il segno inequivocabile di un fenomeno che dura ormai da venti anni.

La sinistra di tradizione socialdemocratica, essendo subalterna alla cultura neoliberista e al feticcio della globalizzazione senza regole, ha abbandonato progressivamente, fino a distaccarsene quasi del tutto, i suoi ceti sociali di riferimento: quel popolo che deve lavorare per vivere, che era tradizionalmente  la sua base sociale.

Soprattutto ha smesso di coltivare un'idea di mondo alternativa a quella della destra (tanto protezionista, tanto neoliberista):, anzi, con quest'ultima ha finito sempre più con l'assomigliarsi, finchè i suoi referenti sociali di riferimento non sono più riusciti a distinguere la sinistra dalla destra.

Hillary Clinton è esattamente il ritratto di quanto appena detto: in questa campagna elettorale, la first Lady guerrafondaia, fan delle dottrine economiche più smaccatamente liberiste, è stata in questa pienamente fedele al suo background politico e culturale.

Purtroppo, le primarie non hanno visto prevalere Bernie Sanders, un compagno dal profilo opposto: socialista, con un'idea alternativa di mondo. Capace di parlare a quel popolo di cui prima scrivevo, Sanders riusciva a coniugare cultura di movimento, di lotta e alternativa di governo. Tutte cose non da poco negli Stati Uniti, dove già solo il definirsi socialista è un atto di coraggio notevole.

Serviva rompere con l'establishment, con le oligarchie e con una sinistra oligarchica, fondta sui finanziamenti alle fondazioni da parte dei poteri forti e sulla cooptazione per fedeltà: purtroppo non è successo.

Trump ha coperto uno spazio politico unendo queste istanze all'intolleranza xenofoba, al protezionismo economico, al forte richiamo nazionalista (che sempre sostituisce quello di classe quando questo non è indirizzato in senso nazionalpopolare). Il risultato è stata una vittoria larga nei numeri, scaturita proprio dal consenso di coloro che noi dovevamo rappresentare e ancora di più far partecipare, coloro che vivono di economia vera, contrapposti a quelli dell'economia di carta, finanziarizzata. E quando dico noi è perché questo sta avvenendo anche in Europa, Italia compresa.

La destra populista unisce coloro che la crisi proletarizza sempre di più, mentre la sinistra moderata si pone come cane da guardia delle élites, mentre quella radicale si consola con una comoda testimonianza identitaria e una subalternità alle forze moderate, definendosi solo per contrarietà a loro.

Serve una sinistra larga, modernamente socialista, capace di mettere l'orecchio a terra, di ascoltare ciò che bolle nella società, di prevenire queste ondate populiste.

Serve una sinistra che ridia un'alternativa di mondo, di governo, vivendo le lotte e organizzandole, elaborando il malcontento del paese reale, una sinistra utile e pronta alle sfide secolari che il mondo ha di fronte.

Saranno quattro anni pieni di incognite: noi, dal nostro punto di vista, possiamo solo lavorare per cominciare a costruire unità sociale e politica del nostro campo.

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