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Chi è Flavio Briatore? L'ennesimo asinus in cathedra

Martedì, 25 Agosto 2020 19:13 Scritto da 
Flavio Briatore nella sua casa Flavio Briatore nella sua casa

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L'imprenditore che non conosce la storia, l'economia e nemmeno ciò di cui parla

A detta di Flavio Briatore, per creare ricchezza e «benessere per la collettività» l'Italia dovrebbe fare come Singapore, Dubai e Abu Dhabi: tre ex colonie, oggi città-stato di qualche milione di abitanti rette da sistemi politici autoritari sarebbero il modello di un Paese democratico di 60 milioni di abitanti tra i più industrializzati al mondo. Secondo il proprietario del Twiga, Singapore ha «investito e costruito, seguendo una strategia ben precisa [:] diventare una destinazione ambita dai milioni di milionari di tutto il mondo che sono attratti dal mito del consumo, dall’irresistibile richiamo del brand, dalla potenza magnetica del marchio».

Simili affermazioni dimostrano che Flavio Briatore è l'ennesimo asinus in cathedra , che non conosce la storia economica mondiale degli ultimi due secoli e mezzo, durante i quali l'industria, e non il turismo, è stata il motore dello sviluppo del capitalismo perché produce esponenzialmente molto più valore aggiunto di qualsiasi altro settore dell’economia. Nessun Paese capitalista avrebbe mai potuto svilupparsi puntando sul settore turistico: nemmeno l'Europa, la maggiore metà turistica al mondo, dove rappresenta appena il 5% del prodotto interno lordo (PIL); neppure Milano, esempio italiano che Briatore porta a sostegno della sua tesi, che è diventata «[u]na delle più grandi capitali del terziario a livello europeo» (p. 163) grazie ai determinanti settori dell'industria e dell'alta finanza e non certo per il turismo.

Singapore, come gli Emirati arabi, fonda il proprio sviluppo sull'industria e i servizi connessi, come quelli finanziari, ormai centrali nella crescita dell’economia capitalistica: il turismo, infatti, contribuisce appena al 4% del PIL della città-stato, che ha fondato il suo notevole sviluppo economico sulla manifattura, poi sull'alta tecnologia (si vedano i dati sulle esportazioni di circuiti integrati, computer e dispositivi a semiconduttore), infine sull'alta finanza.

Nelle “tigri asiatiche” (Corea del Sud, Taiwan, Singapore e Hong Kong), i turisti sono arrivati dopo come conseguenza del salto in avanti, che a Singapore è merito dell'intervento dello Stato nell’economia, che ha distorto domanda e offerta per indirizzare risorse verso l’industrializzazione del Paese, e che in ciò è stato agevolato dalla presenza di una dittatura. «[C]ome è potuto succedere che le lotte intestine sociali non abbiano alla fine prodotto la piu classica delle impasse? Come si è riusciti a scavalcare gli alti burocrati, le procure, la pubblica amministrazione che si mette di traverso?», si chiede il patron del Billionaire, che marzullianamente si risponde: «Singapore non è un modello di democrazia. Tutt’altro».  In effetti, governo autoritario e sviluppo capitalista sono un binomio inscindibile nell’esperienza asiatica.

Nella Singapore immaginaria dell'imprenditore piemontese, il «miracolo economico [...] ha portato benessere a tutti i 5 milioni di abitanti» e dunque risulterebbe «appurato che è meglio per tutti attirare i ricchi»: Briatore ignora, dunque, che le infrastrutture di Singapore sono opera del lavoro forzato di lavoratori tenuti in condizioni pressoché disumane, tra i quali 1.4 milioni di lavoratori stranieri (circa un terzo del totale della forza lavoro) che «sono vulnerabili alla tratta di esseri umani» (fonte: Dipartimento di Stato USA). Anche dietro il 9% circa del PIL prodotto dal turismo negli Emirati arabi si cela il lavoro forzato di immigrati tenuti in condizione di moderna schiavitù, grazie ai quali è stato costruito il Dubai Mall che tanto piace a Briatore. Ma la ricchezza di Abu Dhabi si fonda in realtà sul gas e sul petrolio, così come quella di Dubai sull'industria finanziaria e delle tecnologie della comunicazione: i luoghi di successo "turistico" citati da Briatore contribuiscono quotidianamente al divario esponenziale tra economia reale e speculazione finanziaria e si stendono su di un oceano di miseria umana che comprende «quel sottobosco che è il proletariato dei servizi».

Flavionomics, il modello per l'Italia: turismo di lusso, stato minimo e tutto il potere ai ricchi

Quale è la proposta concreta di Flavio Briatore per l'Italia? «Il turismo dovrebbe essere la prima grande industria italiana, la turbina dello sviluppo, la forza propulsiva di un’intera generazione di giovani, che avrebbe non soltanto una fonte diretta di guadagno, ma anche una straordinaria occasione di crescita culturale e imprenditoriale grazie al confronto diretto con persone che vivono e operano in un mercato internazionale e globale”. Non però il turismo di massa, ma l’accoglienza di qualità riservata a una clientela che necessita di servizi impeccabili e alberghi di lusso, strade, aeroporti e porti: «Il concetto di vicinanza per l’abitante del luogo corrisponde a un’ora, per il turista ricco a dieci minuti».

Secondo Briatore, «gli italiani non sono in grado di sfruttare a beneficio di tutti ciò che la natura e la storia gli hanno donato» e si rifiutano di sviluppare il turismo di classe a causa di un misto di invidia sociale verso i ricchi e di miopia della classe dirigente che non ha «alcuna consapevolezza di quanto il settore del turismo sia importante ai fini dell’economia e del futuro». Si apre così il capitolo sullo Stato immaginato da Flavio, «uno Stato minimo, snello ed efficace, che si occupi della sicurezza e di pochissimi altri beni pubblici essenziali, lasciando tutto il resto al libero incontro della domanda e dell’offerta», e sul suo governo, che dovrebbe essere affidato alle capacità gestionali di una certa classe di ricchi manager.

«Molto spesso dietro un patrimonio accumulato ci sono idee, coraggio, capacità manageriali o imprenditoriali, fatica, dedizione, sacrifici»: la ricchezza, dice in sostanza Briatore, deve rimanere concentrata nelle mani dell’elite perché possa essere utilizzata per il bene comune. Il 10% dei più ricchi al mondo, responsabile del 50% delle emissioni annuali globali di anidride carbonica relazionate allo stile di vita e dell’inquinamento che «minaccia la continua sopravvivenza delle società umane» (Lancet), dovrebbe guidare la crescita, perché questa crea ricchezza e quindi deve essere perseguita come un bene oggettivo, senza sconti per il fragile ecosistema del pianeta.

Flavio Briatore non accenna mai all’impatto ambientale e sociale della sua proposta di dare "tutto il potere" alla nuova aristocrazia del denaro, la cui genesi non riesce a capire. I suoi punti di riferimento sono i ricchi imprenditori come Fahd al-Saud (uno dei migliaia di principi della dinastia saudita), Roman Abramovich (oligarca russo arricchitosi durante la privatizzazione selvaggia seguita alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, accusato, tra le altre cose, di frode e traffico di armi), e ovviamente il presidente USA Donald Trump (rampollo di una famiglia di costruttori che gli lasciò in eredità tra i 40 e i 200 milioni di dollari).

Si tratta, però, di ricchi diventati imprenditori e non di imprenditori poi diventati ricchi. Una tendenza strutturale dell'attuale capitalismo, così spiegata da Thomas Piketty: «i patrimoni ereditati prevalg[o]no ampiamente su quelli costituiti nel corso di una vita di lavoro e [la] concentrazione del capitale raggiung[e] livelli estremamente elevati e potenzialmente incompatibili con i valori meritocratici e i principi di giustizia sociale che sono alla base delle società democratiche moderne». Attualmente «l’82% della ricchezza generata è andata al’1% più ricco della popolazione mondiale, mentre i 3.7 miliardi di persone che costituiscono la metà più povera del mondo non hanno visto alcun aumento della loro ricchezza» (Oxfam, dati 2017).

C’è un ritorno di prosperità patrimoniale che ricorda quella della Belle Époque, all’inizio del XX secolo. E Briatore se la vuole godere, alla faccia dei lavoratori. Nel periodo '45-’80, questi ultimi hanno beneficiato di una situazione eccezionale dell'economia segnata dai traumi delle due guerre mondiali, che ha conosciuto tassi di crescita molto alti e un’azione politica molto incisiva dello Stato per far partecipare il capitalismo privato allo sforzo di ricostruzione. Così è stato possibile ridurre le disuguaglianze, ma questa tendenza è ormai finita da decenni e oggi l'eredità sta tornando ad avere un peso preponderante come nel capitalismo delle origini.

L’Italia si rispecchia perfettamente nella tendenza internazionale. Dalla spropositata accumulazione di capitale, i vertici della sua società hanno infinitamente lucrato: l’1% dell’elite detiene il 25% della ricchezza nazionale e oltre 18 milioni di italiani, circa un italiano su tre, sono a rischio povertà o esclusione sociale (dati Istat). Ecco il motivo del malessere sociale degli italiani che Briatore taccia d’invidia: la lotta di classe dei ricchi. A cui Briatore vorrebbe organizzare le vacanze.

Ultima modifica il Giovedì, 27 Agosto 2020 00:57
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Alessandro Tedde

(Sassari, 1988). Avvocato e giurista, presidente di Sinistra XXI, in passato ha militato in alcune formazioni politiche della sinistra, anche assumendo ruoli dirigenziali. Nel 2008 è stato uno dei fondatori dell'allora più grande sindacato studentesco d'Italia, la Rete degli Studenti Medi.

Laureato con lode all'Università di Sassari con una tesi in diritto costituzionale sul principio di sovranità popolare, ha conseguito un diploma in Studi e ricerche parlamentari all'Università di Firenze e attualmente è dottorando di ricerca in Diritto dell'Unione europea e ordinamenti nazionali presso l'Università di Ferrara.

Sito web: www.avvocatoalessandrotedde.it

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