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*la Sinistra del XXI secolo*

Mercoledì, 30 Novembre 2016 14:09

La riforma costituzionale in poche parole

In questi mesi ho svolto un lavoro certosino di comprensione e commento sulla riforma costituzionale che si andrà a ratificare o bocciare il 4 dicembre prossimo.

Non posso inviare tutto il lavoro che ne è scaturito, essendo piuttosto dettagliato, ma le cose più importanti si possono riassumere in 4 punti.

1. IL SENATO

Le cose che cambiano con la riforma renziana sono soprattutto politiche, nel senso che vanno a intaccare l’impianto della nostra Repubblica.

Non è stata modificata la prima parte della Costituzione, quella parte che ci definisce come popolo e nazione, ma praticamente hanno cambiato lo stesso l’articolo 1 laddove esautorano il popolo dalla sua sovranità.

Con la riforma hanno costruito un Senato che non viene mai sciolto, non viene eletto dal popolo, è formato da consiglieri regionali e sindaci, nominati dai consigli regionali, quindi in seconda istanza, ma mai viene passato al vaglio degli elettori.

Hanno anche tolto l’elettorato passivo ai cittadini: finora ogni cittadino che avesse compiuto 40 anni poteva essere eletto senatore, da ora in avanti non succederà più, i senatori sono già consiglieri o sindaci e fanno i senatori part-time.

Inoltre ai consiglieri che diventeranno anche senatori, viene concessa l’immunità parlamentare. Avete idea di quanti consiglieri e sindaci sono indagati al momento?

Occorre anche aggiungere che gli italiani all’estero non saranno rappresentati in questo Senato.

Mi dilungo un po’ sulla questione Senato, perché aver costruito un luogo, in cui gli elettori non hanno voce in capitolo, che rappresenta in seconda istanza i territori, con persone già incaricate di altri compiti (infatti fino ad ora, le cariche di consigliere, sindaco e senatore erano incompatibili!), senza obbligo di mandato (anche in Germania il Bundesrat è eletto in seconda istanza, ma ha vincolo di mandato!), che non ha più la funzione legislativa su parecchie materie pregnanti (ad esempio il bilancio, la finanziaria, per intenderci), che non ha più il controllo sul governo, che risponderà solo alla Camera dei Deputati, mi spaventa; ci hanno trasformato in una repubblica dei cachi, perché non è più parlamentare bicamerale, non è semipresidenziale, è un ibrido, che assomma i difetti dell’uno e dell’altro sistema.

Un’altra cosa che mi preoccupa molto, è che la Camera dei Deputati avrà DA SOLA il potere di dichiarare lo stato di guerra.

2. LA RIDUZIONE DELLA SPESA

Ci dicono che con questa riforma ci sarà una riduzione della spesa della politica, visto che riducono il numero di senatori da 315 a 100 e che non avranno più l’indennità parlamentare.
E’ un piccolo raggiro: prima di tutto la spesa per il Senato è data soprattutto dall’apparato, che non viene smantellato, rimangono uscieri, segretari, portaborse, consulenti (anzi, questi aumenteranno, considerato che i senatori lavoreranno part-time, avranno necessità di una maggior consulenza per svolgere il proprio mandato) e tutti i dipendenti di Palazzo Madama, i nuovi senatori riceveranno, oltre alle indennità da consiglieri e sindaci (molto diversi da regione a regione), dei rimborsi spesa, per il fatto che dovranno muoversi spesso su e giù per la penisola e dovranno alloggiare momentaneamente a Roma (sicuramente non in un monolocale affittato per l’occasione o in un ostello) e sappiamo bene come funziona in Italia la questione rimborsi spesa!

Non ho i numeri esatti, ma la stessa Ragioneria di Stato ha stimato questo risparmio in poche centinaia di migliaia di Euro, che su un bilancio statale, sono briciole. In soldoni per risparmiare pochissimo, ci tolgono rappresentatività.

3. LA SOPPRESSIONE DEL CNEL

Il CNEL (Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro) è un organismo di rilievo costituzionale, che era stato introdotto per coordinare la politica nazionale economica e sul lavoro, composto da 65 membri, tra cui 10 esperti, qualificati esponenti della cultura economica, sociale e giuridica, 48 rappresentanti delle categorie produttive di beni e servizi nei settori pubblico e privato, di cui: 22 rappresentanti dei lavoratori dipendenti, tra i quali 3 rappresentano i dirigenti e i quadri pubblici e privati; 9 rappresentanti dei lavoratori autonomi e delle professioni; 17 rappresentanti delle imprese; più 6 rappresentanti delle associazioni di promozione sociale e delle organizzazioni del volontariato.

In questi decenni ha lavorato pochissimo, risulta quindi essere un “ente inutile”, ma se andiamo a capire la ratio per cui è stato istituito e guardiamo la composizione del consiglio, forse sarebbe stato meglio farlo lavorare, invece di eliminarlo, praticamente tolgono ulteriormente rappresentanza alle parti sociali.

4. REVISIONE DEL TITOLO V DELLA COSTITUZIONE

Il titolo V è stato già modificato nel 2001, quando si trattò di decentrare la legislazione di diverse materie, ne risultò un piccolo pasticcio, perché nessuna o ben poche materie sono legate solo ed esclusivamente a un territorio, per cui i conflitti di competenza tra governo centrale e regioni diedero il via a molte controversie. Con la nuova modifica si riporta al governo la competenza per molte di queste materie, praticamente si riduce l’autonomia regionale e viene data maggior importanza alla “ragione di stato” (chiamiamola così), che consentirà al governo, ad esempio, di deturpare il Salento per farci passare il TAP, di continuare a bucare il Moncenisio, fregandosene dei rischi per la salute della popolazione, anche se ormai il TAV non lo considera più nessuno e via dicendo.

Le mie considerazioni sono frutto di riflessioni fatte da una persona che non ha una formazione specifica, per cui è probabile che alcune cose non le abbia capite o interpretate bene, rimango dell’idea che la Costituzione di un paese, poiché è la fonte primaria del diritto di quel paese, debba essere comprensibile a tutti e non solo agli addetti ai lavori, pertanto non posso avere fiducia in questa riforma che ha complicato moltissimo la comprensione della nostra Legge Fondamentale.

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Martedì, 29 Novembre 2016 19:06

Caro elettore ti scrivo...

Caro elettore indeciso, ti scrivo.

Il 4 dicembre hai l'occasione di cambiare: per farlo devi votare NO.

Sì lo so, le televisioni e i giornaloni ti hanno spiegato il contrario, ma io voglio spiegarti perché ti stanno ingannando.

La nostra Costituzione è da sempre inattuata!

Tutti hanno parlato (e parlano) di cambiarla, ma mai nessuno ha dato completa attuazione al testo.

L'articolo 1 dice che siamo una Repubblica fondata sul lavoro. Guarda come lavora - quando riesce a farlo - un giovane oggi in Italia: voucher, lavoro a chiamata, precarietà senza diritti. Poi guarda ai contratti nazionali mai rinnovati se non quando si avvicina un elezione.

Poi c'è l'articolo 3, che parla di uguaglianza sostanziale: dice che lo Stato deve rimuovere gli ostacoli che si frappongono a questa uguaglianza. Poi guarda la povertà che aumenta, il tenore di vita di chi lavora, che scende mentre sale quello di chi specula, guarda quei giovani che non possono mettere sù famiglia perché un reddito e un lavoro non ce l'hanno.

Poi si parla di Scuola Pubblica. Però come saprai i fondi alle scuole private aumentano ogni anno e le aule di quelle statali cadono a pezzi, a volte anche uccidendo gli studenti che ci stanno dentro, come successo a Rivoli, in Piemonte.

Poi si parla anche di sanità pubblica. Però come saprai i tagli alla sanità sono sempre più frequenti e i tempi di attesa sempre più lunghi, tutto funzionale ad incentivare la sanità privata.

Si parla di Italia che ripudia la guerra: ma devi sapere che se passasse la riforma, sarebbe molto più facile decretare lo Stato di guerra.

Ecco, se vuoi cambiare, se vuoi che la nostra Costituzione venga attuata davvero, vota no.

Fermiamo insieme chi vorrebbe stravolgerla in senso favorevole ai pochi amici contro il bene comune dell'Italia che lavora.

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Sabato, 26 Novembre 2016 16:19

Manifesto lavorista

In questi ultimi mesi, fenomeni inediti stanno attraversando lo scenario politico internazionale, tutti connotati dalla vittoria di forze dichiaratamente di destra: una destra protezionista, che attinge anche ad un armamentario di idee xenofobe e di estrema destra.

L'elezione di Trump e l'uscita della Gran Bretagna dalla zona Euro - favorita soprattutto dalle forze di destra dei rispettivi Paesi - sono, in realtà, la reazione di una vasta parte di lavoratori, che, abbandonati dalla sinistra riformista e radicale (se ancora ha senso questa dicotomia), si rifugiano nel voto di protesta, scegliendo il campo protezionista rispetto a quello dell'economia di carta, così finendo a fare da stampella ad una delle due opzioni neoliberali in campo.

Ciò, però, è appunto responsabilità, prima di tutto, della sinistra. E non di una supposta ignoranza, come alcuni snob della domenica vorrebbero farci credere.

La crisi economica favorisce l'aumentare delle disuguaglianze, acuisce il solco tra garantiti (sempre di meno) e precari esclusi dalla possibilità di lavorare, studiare, curarsi: esclusi, in definitiva, dall'essere pienamente cittadini.

A tutto questo si produce una ribellione che si sta esprimendo attraverso un voto, che si vuole di cambiamento: dove c'è una sinistra forte, come in Grecia e Spagna, con Podemos e Syriza, questo voto viene intercettato da queste forze; dove questa non è presente il consenso va alle forze anzidette.

Anche l'Italia vive questa situazione di fatto, con la disuguaglianza che aumenta sempre di più, con una frattura tra chi governa e chi è governato che si dilata ogni giorno, con un conflitto che all'apparenza potrebbe apparire come classi dirigenti contro popolo, alto contro basso, come pure alcuni compagni vorrebbero. Così non è: se ne esce solo mettendo in campo un'alternativa progressista, radicalmente alternativa a questa visione, un'alternativa in ultima istanza lavorista, ovvero fondata su chi deve o vuole lavorare per vivere contro chi specula.

In Italia manca un fronte del lavoro, una o più forze politiche che sappiano riunire innanzitutto il blocco sociale di coloro che devono, se vogliono essere effettivamente cittadini, lavorare e si vedono depredati di questo diritto sia quando un lavoro non lo trovano, sia quando questo viene sempre più precarizzato e sfruttato da una èlite finanziaria che specula e depreda sulle loro spalle.

Progressivamente, sempre meno lavoratori sono entrati nelle istituzioni, sempre meno i partiti della sinistra hanno attraversato i luoghi di lavoro, sia vecchi che nuovi, fino a divenire corpi estranei. Si è abbandonata la partecipazione dei lavoratori, scegliendo la strada di una falsa rappresentanza. In questo Paese, la sinistra si è divisa tra chi si è fatto, in definitiva, portatore delle stesse ragioni dell'avversario di classe, fino a diventarne il migliore alleato, e chi ha scelto una testimonianza residuale e sempre più sorda ai cambiamenti che attraversavano ed attraversano il mondo del lavoro e di conseguenza il nostro referente sociale.

In questo quadro si è inserito il Movimento Cinque Stelle che, attraverso una versione tutta giustizialista e formale della questione morale ed un generico odio anticasta, antipartito, spacciato per ansisitema, ha intercettato la spinta al cambiamento, in primis, appunto, di chi lavora. Il Movimento Cinque Stelle però, non ha saputo (né voluto) interpretare un disegno alternativo di società, il suo interclassismo e la sua eterogenità negli interessi rappresentati ha portato, in definitiva, all'immobilismo quando si è trovato a governare, come a Roma o a Torino.

Non possiamo permettere che da questa situazione si esca solo a destra, con una soluzione tutta interna al campo neoliberista, almeno dobbiamo provare ad impedirlo. Per impedirlo serve la creazione di un polo lavorista. Occorre ripoliticizzare il nostro referente sociale, fargli riaquisire coscienza di classe, proporre un disegno alternativo di società, imperniato sulla attuazione progressiva della nostra Costituzione, scaturita dalla resistenza e scritta da molte forze di derivazione operaia e popolare.

Non si può cedere alle sirene di un presunto populismo democratico da contrapporre a uno antidemocratico: serve una proposta modernamente classista cioè lavorista.

Affermare che non esiste più il conflitto di classe senza vedere la proletarizzazione del ceto medio, la frustrazione per il mancato accesso ai consumi di massa che attraversa le popolazioni occidentali, il crearsi di conflitti tra i moderni proletari e i moderni sottoproletari, principalmente migranti significa non conoscere quanto descritto da Marx e approfondito da Gramsci.

L'attuazione della nostra Costituzione, con istanze rivendicative forti ed universali che uniscano coloro che devono lavorare per vivere, è l'unica soluzione a questa deriva.

Attuazione della Costituzione vuol dire rivendicazione di un lavoro buono, non precario, un lavoro per tutte e tutti, un reddito di dignità legato alla formazione e alla ricerca di lavoro, la rivendicazione di un grande piano di riassetto idrogeologico del nostro territorio, la lotta per la ripubblicizzazione di tutto ciò che di strategico è stato privatizzato dai trasporti all'acqua, dalla sanità alla scuola e all'università.

La proposta di un sistema di welfare universale basata sul mutualismo, la tutela del risparmio scaturito da lavoro, la sicurezza da macro e micro criminalità, il ritorno ad una questione morale agita innanzitutto come istanza di giustizia sociale e non solo formale o legalitaria. Solo un disegno lavorista e di socialismo Costituzionale può unire tutte queste istanze, dare loro un disegno organico ed omogeneo.

Accettare come vera la vulgata neoliberista che vorrebbe esaurito il conflitto capitale-lavoro, proprio mentre questo aumenta, sarebbe fare il gioco del nostro avversario di quel establishment che a parole si vorrebbe contrastare. La nostra Costituzione, specie sull'onda del referendum, ha riattivato un popolo democratico a sua difesa. Serve farlo passare dalla difesa all'attuazione, serve coinvolgere, facendogli capire le ricadute reali che una sua attuazione potrebbe comportare sulle loro vite, anche coloro che non si sentono parte di questa lotta. Gramsci ci ha insegnato, come pure la tradizione del partito operai Italiani, Pci e Psi fino ad un certo punto della loro storia che non è con leaders salvifici che si risolvono le questioni in campo.

Disarticolare, abbattere le mediazioni della politica e del sindacato, è l'obbiettivo del campo avverso al nostro ed è paraddossale come pure alcuni compagni vorrebbero cavalcare questa onda. Serve invece fare tornare alla loro funzione originaria partiti e sindacati che devono fare partecipare e non solo rappresentare chi lavora. Questa lotta va agita, come sempre Gramsci insegna, con la teoria delle casematte, a tutti i livelli, dalle circoscrizioni all'Europa, per dirla con uno slogan, serve costruire una rete per l'attuazione della nostra Costituzione che ha in sè i concetti di un patriottismo fondato sul lavoro e di un internazionalismo fondato sulla pace e la cooperazione.

A livello europeo serve agire per superare le famigle politiche esistenti, dare forza al partito della Sinistra Europea, lavorando per fare confluire in questo anche le migliori esperienze socialiste ed ambientaliste ancora presenti nel Pse e nei Verdi Europei, facendolo diventare veramente un partito transnazionale e non solo una federazione di partiti nazionali.

Rimettere al centro una sovranità popolare, contrapposta ad una sovranità solo nazionale come la vorrebbe un certo campo del neoliberismo e incredibilmente anche una parte di compagni della sinistra, è prerogativa necessaria che si ottiene costruendo un nuovo multilateralismo in politica estera, teso al rispetto delle Costituzioni degli Stati e all'armonizzazione di questi con gli attuali antidemocratici trattati Europei.

Se i rapporti di forza non lo permetteranno, si possono valutare soluzioni alternative, sempre all'insegna della cooperazione internazionale, ma abdicare a questa battaglia per cambiare l'Europa sarebbe suicida.

Questo non per un romantico europeismo, ma per un pragmatico senso di opportunità e di convenienza per il nostro referente sociale.

Per questa battaglia serve un polo lavorista, un polo in cui, consapevole della difficoltà, della lunghezza e della durezza che cararatterizzeranno la lotta per un moderno socialismo Costituzionale, vi sia un unico partito lavorista alleato in una coalizione larga politicamente e socialmente, della quale però riesca ad essere egemone attraverso la definizione di un programma minimo che caratterizzi questa coalizione in modo chiaro e definitvo.

Un partito che faccia vivere al suo interno tutte le espressioni di cui è fatto oggi il moderno conflitto sociale, capace di fare una sintesi politica, con propensione di governo, perché capace di farsi percepire chiaramente come alternativa di società e di governo da tutto il paese.

Un partito, dunque, dove aree sindacali, comitati di quartiere, cooperative, esperienze sociali e mutualistiche possano agire nella loro autonomia, a condizione di mettersi a disposizione per lo scopo di ridare uno strumento di emancipazione sociale e politica al popolo lavoratore.

Solo così un fantasma ricomincerà ad aggirarsi per l'Europa: il fantasma del socialismo costituzionale e del lavoro che si riprende il potere politico.

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Domenica, 20 Novembre 2016 16:52

Contro liberismo e clientelismo serve la "Sinistra Altruista"

Questo articolo vuole essere, più che altro, una proposta di campagna per contrastare l'egemonia liberista e in particolare uno dei suoi effetti, ovvero il clientelismo.

E' di pochi giorni fa la ormai famosa frase di De Luca che in una riunione con amministratori a lui vicini affermava con malcelata sicurezza come, per fare votare sì al referendum costituzionale, servisse attivare la classica rete clientelare che, soprattutto al Sud ma non solo, si concreta nell'aiutare, per così dire, il cittadino-elettore con pasti gratis o posti di lavoro trovati tramite raccomandazione.

Ma perchè tutto questo può accadere?

Io ritengo perché la sinistra, ma in generale le forze popolari hanno perso la loro funzione di partito-società: quel partito capace di raccogliere rabbie, bisogni e richieste, portandole a sintesi per il fine comune dell'emancipazione dei lavoratori dall'inuguaglianza.

Un partito capace di instaurare una vera e propria fratellanza tra i suoi membri ed anche attraverso il testo costituzionale, tra tutti i cittadini del nostro Paese.

Che cosa è, infatti, la Costituzione Italiana se non un grande patto sociale tra interessi diversi stipulato da forze che però avevano in comune il richiamo a quei valori della rivoluzione Francese di Uguaglianza, Libertà e Fratellanza?

Proprio questo, da venti anni a questa parte, si è voluto minare: il patriottismo liberaldemocratico della nostra Costituzione imperniato su questi tre valori fondamentali.

La riforma Renziana è solo il compimento di questo disegno e ben si inquadra il discorso di De Luca in tutto questo ben studiato piano. Se così è allora, non basta un semplice no per respingere questa riforma, serve ricostruire una sinistra larga, popolare, socialista, ma soprattutto capace di ridivenire quel partito-società, quella casa comune di chi vede sfruttato, direttamente o indirettamente, il proprio lavoro.

Un partito capace di riscoprire almeno quei valori rivoluzionari ottocenteschi, che ricostruisca un carattere di fratellanza tra i suoi membri. Occorre rimettere al centro questi valori anche nella riscrittura dei trattati Europei.

Attualmente, ad esempio, il trattato di Lisbona menziona circa una quarantina di volte la  parola libertà, una decina quella di uguaglianza e mai quello di fratellanza. Una diminuzione progressiva che ci indica, partendo dal linguaggio, quanto sia stato tradito financo il sogno liberaldemocratico spinelliano di Europa. Ed allora occorre richiamarsi a tutto il migliore ed eterogeneo patrimonio in materia emancipatrice delle principali forze che diedero luogo alla scrittura delle costituzioni del sud Europa nel secondo dopo guerra. Il movimento operaio, la religione cristiana, ma non solo.

Da dove si può partire per fare ciò? Un piccolo passo sarebbe costruire una  rete dell'altruismo.

Un filosofo Francese ha recentemente scritto il testo "Le novecento ragioni per essere altruisti."

Nel testo, il filosofo cita studi sociologici, antropologici, politici e psicologici che dimostrano i vantaggi, personali e collettivi dell'altruismo.

Ed allora, dal basso, servirebbe costruire  una rete dell'altruismo che attraverso la creazione di vere e proprie case dell'altruismo, faccia incontrare i bisogni del nostro popolo, provando a trovare  nel nostro stesso popolo il soddisfacimento di essi.

In fondo, in modo disarticolato, già esistono varie banche del tempo che funzionano in tale modo. Occorre fare un ulteriore passo avanti: partiti, associazioni, sindacati, parrocchie, singoli cittadini, dovrebbero essere messi in condizione, da una rete nazionale dell'altruismo, di poter aderire al progetto ospitando delle case dell'altruismo. Come? Concretamente ospitando un quaderno, e magari un gruppo o pagina Facebook relativi alla locale casa dell'altruismo, nella quale scrivere e leggere i bisogni reciproci dei fruitori della singola casa dell'altruismo facendoli incontrare e possibilmente soddisfacendoli. Non è risolutivo questo strumento, per i problemi indicati sopra, ma è certamente un piccolo passo avanti per riconnettersi con la vita reale dei nostri referenti sociali, un modo di agire utilmente da parte di una sinistra che da troppo tempo ha smesso di farlo. Un modo, in ultima istanza, per ricominciare a stare in campo nella società, a ricostruire una prassi potenzialmente egemonica che si ponga come lievito di processi emancipativi e trasformativi dell'esistente. 

 

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Mercoledì, 16 Novembre 2016 14:30

L'Italia arretra... ancora!

Lo Svimez certifica che la situazione economica del nostro Paese continua ad essere grave:

aumentano i contratti a tempo determinato, specie l'uso dei voucher (+109% nell'ultimo anno);

aumetano i giovani tra i 18 e i 30 anni che vivono sotto la soglia di povertà (+30% in questo anno);

aumenta la disuguaglianza di distribuzione del reddito (il 24% della ricchezza è nelle mani dell'1% del Paese).

Sono dati che parlano di un'economia reale che non riparte, di un'impresa che, nonostante gli incentivi padronali a pioggia da parte del Governo, non investe nella creazione di lavoro buono, ma approfitta delle manovre favorevoli solo per aumentare lo sfruttamento.

L'agricoltura resta sotto sviluppata: viene sfruttata solo per il 52% della sua potenzialità; se venisse sfruttata al 100% produrrebbe 100 mila posti di lavoro in più.

I dati parlano di un neoliberismo che non riesce a rendere efficiente nemmeno le economie che egemonizza e dirige. Ed allora, a poco serviranno le parole, coraggiose e condivisibili, di Renzi e Gozi, quando mettono il veto al bilancio europeo se quelle parole resteranno tali.

Se il governo volesse davvero invertire la rotta, aumenterebbe gli investimenti pubblici per lavoro e ambiente, svilupperebbe politiche di welfare attivo (come il reddito di dignità collegato al lavoro di cittadinanza), varerebbe un piano di riassetto idrogeologico di questa Italia che affonda nel fango ogni volta che piove e si sgretola sotto ogni terremoto.

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Martedì, 15 Novembre 2016 14:14

La democrazia americana e Trump

Ciò che è successo negli Usa con l’elezione di Donald Trump va collocato nel contesto di una tendenza profondamente inserita nella Costituzione politica degli Stati Uniti, quella neo-isolazionista, la tendenza cioè di questa grande nazione a chiudersi nei suoi ampi confini cercando una sostanziale autosufficienza rispetto al contesto mondiale più ampio.
Questa tendenza già osservata specialmente nel periodo intercorrente tra le due guerre mondiali dopo la grande depressione è poco nota a noi europei perché riguarda soprattutto le realtà locali dei singoli stati che compongono la federazione statunitense, ma è caratterizzata dal mescolarsi con un populismo spesso aggressivo verso le altri parti del mondo.
L’elezione di Trump porta alla ribalta internazionale in modo definitivo questo fiume profondo inquinato dal populismo della politica americana, per cui quello che era una tendenza di singoli stati e dei loro governatori sceriffi diventa ora elemento fondativo e caratteristico di tutto lo scenario politico nazionale degli Stati Uniti.
Il ruolo della presidenza della Repubblica negli Stati Uniti di garante dei rapporti internazionali e della politica estera aveva preservato in parte la somma carica dello stato da questa tendenza, ma il quadro si è evoluto progressivamente per cui Trump termina e radicalizza allo stesso tempi, portando il quadro a un punto di rottura con la sua virulenta polemica antiestablishment, la linea nera che si dipana dalla presidenza di Ronald Reagan attraverso i due presidenti Bush Junior e Senior.
Questa valutazione complessiva che sottolinea il carattere fortemente “americano” del fenomeno Trump non intende misconoscere le gravi conseguenze che questa elezione ha per il mondo intero, ma vuole sottolineare soltanto la distanza che intercorre tra il contesto politico europeo e quello Statunitense per arrivare a una analisi più equilibrata e corretta delle implicazione che il voto americano possiede senza dubbio in particolare per la sinistra non solo italiana e europea.
Anzi proprio rendendosi conto dei differenti contesti in cui il fenomeno Trump si colloca in rapporto alla dimensione politica e istituzionale rispetto alla società europea permette di comprendere meglio il suo significato per noi.
Le analisi attuali si sono soffermate soprattutto sulla sconfitta degli oppositori di Trump e sui loro limiti, ma non sono partite invece dalla questione più importante e primaria, ovvero i motivi della vittoria in sé del miliardario americano a prescindere anche pur reali e evidenti limiti dei suoi avversari sia quelli democratici ma anche quelli repubblicani benché il caso dell’insuccesso della principale oppositrice di Trump ovvero Hilary Clinton, candidata democratica richieda un’analisi più approfondita che sarà la parte finale dell’articolo.
In particolare è importante comprendere come l’elezione del presidente americano non sia una elezione di primo grado in cui i cittadini votano e eleggono un loro rappresentante, ma invece di secondo per cui il Presidente è nominato dai delegati votati dal popolo che quindi si limita a scegliere soltanto tra i vari candidati quello più vicino alla sua sensibilità, modalità di elezione che è tra l’altro la stessa di quella seguita dai due principali partiti quello repubblicano e quello democratico per nominare i loro candidati alla corsa presidenziale.
Questo tipo di elezione di secondo ordine amplifica e moltiplica gli aspetti simbolici dell’elezione del presidente della repubblica americano che assomiglia sostanzialmente maggiormente più che alla scelta di un moderno capo di stato all’investitura di un sovrano elettivo tipica anche essa della tradizione medioevale, per cui la struttura dello stato americano è più simile a quello profilato dalla Gloriosa Rivoluzione inglese che a quello uscito dalla Rivoluzione francese.
L’elezione di Trump nel contesto più generale di questa tendenza neoisolazionista riflette questa dinamica fortemente simbolica in cui viene designato il capo di stato americano per cui Trump è stato scelto sostanzialmente perché capace di evocare e incarnare i fantasmi dell’elettorato americano rispetto ai suoi scialbi oppositori sia democratici che repubblicani, in particolare il mito dell’antiestablishment proprio del populismo e qualunquismo americano e non solo.
L’analisi fin qui condotta porta a riflettere sul contesto americano e su quello europeo, ma per contrasto per quanto riguarda la dinamica politica e istituzionale.
L’uscita dal vicolo cieco in cui la democrazia americana si è infilata con l’elezione di Trump porta a nostro giudizio sulla strada di una profonda riforma del meccanismo istituzionale della Presidenza per cui invece di un capo di Stato monarca si deve passare ad un normale capo di stato, non più nominato ed eletto e non più controllore assoluto dello stato attraverso l’identificazione tra sé e la funzione governativa che nel sistema statunitense non sono distinte.
In tal modo si dovrebbe arrivare ad un abbozzo di separazione tra i poteri dello Stato che è tipica delle democrazie europee e che ha uno dei suoi pilastri proprio dalla distinzione tra la funzione dello Stato rappresentato dal presidente della repubblica e quella di governo, sfida di una riforma costituzionale che dovrà essere raccolta da entrambi i principali schieramenti politici sia quello democratico, sia quello dei repubblicani.
Per quanto riguarda la sconfitta di Hillary Clinton e del partito democratico in generale si deve sottolineare che il limiti principale della sua candidatura e del suo programma la mancanza di una proposta organica di riforma che partisse dal problema della riforma costituzionale e riguardasse anche quello dei diritti sociali, tema agitato in primo luogo dal suo oppositore alle primarie democratiche Bernie Sanders.
L’incapacità di elaborare questa prospettiva sintetica più generale nonostante i pur lodevoli tentativi di Hilary Clinton di assumere nella sua piattaforma politica programmatica, aspetti specifici di quella di Sanders dopo la sua vittoria alle primarie democratiche va vista come la causa fondamentale della “debolezza” della candidata democratica nel fare fronte all’emergere del fenomeno Trump per cui i democratici si sono trovati privi di un candidato forte capace di opporsi al loro avversario e limitarne almeno in parte il successo.
Questa tendenza a concentrare i poteri dello Stato in uno per cui il Governo è assorbito dalla Presidenza della Repubblica e il Congresso è subordinato al Presidente stesso, tipica della Democrazia americana è significativa anche per comprendere meglio cosa significhi il voto americano per il contesto europeo e italiano in particolare per cui si è visto in esso il segnale inequivocabile del tramonto della sinistra”riformista” nella sua parabola che va da Blair a Renzi.
In particolare il modello politico istituzionale americano presenta evidente assonanze con l’attuale riforma costituzionale proposta dal governo in particolare con il combinato disposto della legge elettorale dell’italicum.
Il nucleo di questa riforma consiste nel “rinforzamento” del ruolo del presidente del Consiglio che non è più subordinato al Parlamento perché le maggioranze in esso presenti sono consolidate da una parte dalla legge elettorale ipermaggioritaria dell’italicum e dall’altra dall’eliminazione del bicameralismo perfetto secondo un modello tecnocratico e dirigistico che vede nel primato della funzione esecutivo rispetto a quella rappresentativa incarnata dal parlamento, la garanzia della possibilità di avanzare un progetto di riforma della società.
Questo iperiforrmismo si fonda senza dubbio in primo luogo sull’esperienza dei sindaci e delle amministrazioni locali, per cui esso disegna una sorte di premier sindaco d’Italia, ma esso si ispira all’esperienza alla democrazia americana per il suo insistere sul primato della funzione esecutiva incarnata dal presidente della Repubblica.
La riforma costituzionale del governo con il suo combinato disposto della legge elettorale apre quindi uno scenario una che possiamo definire allarmante perché rischia di spalancare definitivamente il vaso di Pandora dei populismi e qualunquismi che si nutrono delle dinamiche costituzionali che essa promuove secondo la falsariga di quanto accaduto negli Stati Uniti.
Se quindi nella prima parte dell’articolo abbiamo sostenuto la tesi che bisogna arrivare ad una profonda riforma della costituzione degli Stati Uniti riteniamo invece che nel contesto europeo e italiano bisogna invece lottare per difendere il patrimonio storico e politico delle nostre costituzioni e di quella italiana in particolare.
La Difesa della Costituzione deve però inserirsi nel contesto attuale per cui è fondamentale il tema della attuazione della costituzione in particolar e in direzione dell’integrazione e sintesi progressiva tra diritti civili e diritti sociale, processo che è ancora lontana da essere arrivato ad un punto di vista soddisfacente.
Di fronte al progressivo, ma spesso drammatico impoverimento delle condizioni di vita dei cittadini non solo americani, ma anche italiani e europei, situazione che Bernie Sanders ha sottolineato per il suo lato dell’Oceano Atlantico, la Sinsitra è chiamata a uno sforzo eccezionale che la deve portare a superare le ambiguità non solo della odierna sinistra riformista influenzata dalle esperienza anglo-americane, che è sempre più difficile distinguere dalla destra ricadendo perciò sotto la mannaia del populismo, ma anche di quella socialdemocratica europee le cui posizioni indebolite dall’incapacità di esprimere un pensiero egemone rispetto al liberismo imperante.
A questa situazione bisogna rispondere con un nuovo pensiero socialista che sia capace di fare i conti con l’elaborazione teorica del passato, e tutta la ricca tradizione culturale da cui esso deve sorgere, in particolare quella marxiana, ma non solo per cui il nuovo Socialismo va visto in una prospettiva plurale.
Questo nuovo pensiero socialista o eco-socialista perché capace di cogliere la sfida che l’ecologia rappresenta per l’attuale modello di sviluppo dovrebbe a partire dalla difesa del nostro sistema costituzionale riuscire a fare quanto il precedente pensiero socialista non è riuscito ancora a fare , cioè arrivare a profilare ad una sintesi coerente e compiuta tra diritti sociali e diritti civili, tra Lavoro e Welfare, ambiti che invece sono rimasti separati e non analizzati nella loro intima e profonda connessione

 

Antonino Martino

Alessandro Risi

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Mercoledì, 09 Novembre 2016 16:45

In America perde la sinistra dell'establishment

Ciò che è successo negli Usa è il segno inequivocabile di un fenomeno che dura ormai da venti anni.

La sinistra di tradizione socialdemocratica, essendo subalterna alla cultura neoliberista e al feticcio della globalizzazione senza regole, ha abbandonato progressivamente, fino a distaccarsene quasi del tutto, i suoi ceti sociali di riferimento: quel popolo che deve lavorare per vivere, che era tradizionalmente  la sua base sociale.

Soprattutto ha smesso di coltivare un'idea di mondo alternativa a quella della destra (tanto protezionista, tanto neoliberista):, anzi, con quest'ultima ha finito sempre più con l'assomigliarsi, finchè i suoi referenti sociali di riferimento non sono più riusciti a distinguere la sinistra dalla destra.

Hillary Clinton è esattamente il ritratto di quanto appena detto: in questa campagna elettorale, la first Lady guerrafondaia, fan delle dottrine economiche più smaccatamente liberiste, è stata in questa pienamente fedele al suo background politico e culturale.

Purtroppo, le primarie non hanno visto prevalere Bernie Sanders, un compagno dal profilo opposto: socialista, con un'idea alternativa di mondo. Capace di parlare a quel popolo di cui prima scrivevo, Sanders riusciva a coniugare cultura di movimento, di lotta e alternativa di governo. Tutte cose non da poco negli Stati Uniti, dove già solo il definirsi socialista è un atto di coraggio notevole.

Serviva rompere con l'establishment, con le oligarchie e con una sinistra oligarchica, fondta sui finanziamenti alle fondazioni da parte dei poteri forti e sulla cooptazione per fedeltà: purtroppo non è successo.

Trump ha coperto uno spazio politico unendo queste istanze all'intolleranza xenofoba, al protezionismo economico, al forte richiamo nazionalista (che sempre sostituisce quello di classe quando questo non è indirizzato in senso nazionalpopolare). Il risultato è stata una vittoria larga nei numeri, scaturita proprio dal consenso di coloro che noi dovevamo rappresentare e ancora di più far partecipare, coloro che vivono di economia vera, contrapposti a quelli dell'economia di carta, finanziarizzata. E quando dico noi è perché questo sta avvenendo anche in Europa, Italia compresa.

La destra populista unisce coloro che la crisi proletarizza sempre di più, mentre la sinistra moderata si pone come cane da guardia delle élites, mentre quella radicale si consola con una comoda testimonianza identitaria e una subalternità alle forze moderate, definendosi solo per contrarietà a loro.

Serve una sinistra larga, modernamente socialista, capace di mettere l'orecchio a terra, di ascoltare ciò che bolle nella società, di prevenire queste ondate populiste.

Serve una sinistra che ridia un'alternativa di mondo, di governo, vivendo le lotte e organizzandole, elaborando il malcontento del paese reale, una sinistra utile e pronta alle sfide secolari che il mondo ha di fronte.

Saranno quattro anni pieni di incognite: noi, dal nostro punto di vista, possiamo solo lavorare per cominciare a costruire unità sociale e politica del nostro campo.

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Giovedì, 03 Novembre 2016 09:12

E' l'ultima volta che dico NO senza una prospettiva

E' l'ultima volta che voto no senza una prospettiva di alternativa.

Non è una provocazione di comodo,  non una frase buttata lì per caso. E' il convincimento fatto di anni di militanza politica a difendere una Costituzione, senza che poi venga attuata, che portano a questa amara considerazione ed ad una proposta per invertire la rotta.

Non si può continuare a vincere referendum - auguriamoci che vada così anche stavolta - per difendere un testo Costituzionale che poi mai viene attuato.

Non c'è, ad oggi, una forza politica che dica che il suo programma è attuare la Costituzione nei suoi principi più forti ed attuali. Non c'è una forza di sinistra che capisca che un moderno Socialismo Costituzionale può essere il Socialismo del XXI secolo.

Grandi proclami, grandi battaglie, per poi dimenticarsi di cosa quella Costituzione difesa chiede di fare e non fare nulla, anzi disattenderla sistematicamente. E' ora di dire basta.

Per questo penso sia necessaria la creazione di una rete degli amministratori per la Costituzione.

Consigli comunali, provinciali, regionali, fino al Parlamento Italiano ed Europeo devono vedere al loro interno amministratori che facciano proposte di legge comuni per attuare i principi Costituzionali. O si mette in pratica questa proposta o avranno ragione quelli che oggi si schierano per il sì: perché, infatti, dovremmo difendere una Costituzione che nessuno applica?

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