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*la Sinistra del XXI secolo*

Alessandro Tedde

Alessandro Tedde

(Sassari, 1988). Avvocato e giurista, Presidente Nazionale di Sinistra XXI e componente della Direzione Nazionale di Sinistra Italiana.
Laurea con lode in diritto costituzionale all'Università di Sassari, diploma post-laurea in Studi e ricerche parlamentari all'Università di Firenze. Ho fondato la Rete degli Studenti Medi (2008) e Sinistra XXI (2012).
Mi occupo di ricerca sui seguenti temi del diritto pubblico: sovranità, globalizzazione, socialismo costituzionale, forme di stato-governo, partiti

Lunedì, 25 Febbraio 2013 11:14

comunisti o liberali?

25 febbraio 2013: l’Italia è un paese di estrema sinistra!

A urne ancora aperte vi propongo questa riflessione.
Sondaggi, book maker e “naso politico spannometrico” ci raccontano che c’è 20% di italiani (forse anche di più) che votano per chi propone:

1. Reddito di cittadinanza
2. Legge sul conflitto di interessi
3. Ripristino dei fondi tagliati alla Sanità e alla Scuola pubblica
4. Acqua pubblica
5. No al nucleare e alle grandi opere
6. Energie rinnovabili e legislazione più severa ed efficace sull’inquinamento atmosferico
7. Sostegno al trasporto pubblico
8. Abolizione riforme Fornero su pensioni e lavoro
9. Abolizione riforma Gelmini
10. Contrasto digital divide
11. Abolizione legge Gasparri e nuova normativa per il pluralismo informativo

Quindi i Comunisti e la sinistra hanno il 20%
No!
E quindi qualche riflessione bisognerebbe cominciare a farla.

io vorrei evitare di mischiare capra e cavoli perché altrimenti cadiamo nell'assunto vendoliano del generico sinistrismo. Esistono dei punti politici che qualificano una forza come liberale, liberaldemocratica, socialdemocratica, socialista, e via dicendo. Se i comunisti assumono tatticamente - anche con piena consapevolezza per carità - i punti che denotano altri tipi di pensiero non significa che siano cambiate le basi del pensiero comunista. Ovvero, è legittimo che i comunisti possano sostenere tatticamente un programma di fase con accenti "liberaldemocratici" e "socialdemocratici", meno legittimo è farlo passare come un programma "comunista". Così come è inopportuno far credere all'elettore che un soggetto ed un programma non comunisti invece lo siano, giacché ai suoi occhi denota la sostanziale indifferenza con altre forze di tipo sistemico (quale non dovrebbe essere una forza comunista) e poi produce i magri risultati che sappiamo.
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Poche scarne note utili per iniziare un'analisi di Grillo e del suo movimento.

  • Il movimento 5 stelle è un partito che - è chiaro dagli scritti e dai comportamenti dei suoi responsabili - non possiede una teoria generale della società, dunque non possiede le caratteristiche minime che sono necessarie per governare uno Stato nazionale dentro un sistema economico e politico internazionale.
  • L'unico documento generale che esista è il suo programma, che è buono per amministrare al massimo un condominio o un quartiere (invito a leggere direttamente per rendersi conto).
  • Nella maggior parte delle discussioni con i suoi elettori, quasi sempre rintracciabili su internet e nei social network, di fronte a persone non convinte di un qualsivoglia aspetto del movimento, le risposte non sono puntualmente dirette a rendere fallaci le obiezioni, ma a distruggere l'interlocutore. L'elettore 5 stelle utilizza puntualmente risposte come "non sai", "non conosci", "non hai capito".
  • La sicumera dell'elettore è pari a quella di chi ritiene di conoscere, da prima della discussione, gli studi e gli interessi del suo interlocutore - il più delle volte uno sconosciuto incrociato su Facebook - perché tende all'identificazione di se stesso nell'altro. Come "io non sapevo", "io non conoscevo", "io non capivo" prima di votare 5 stelle, ora è il mio interlocutore non grillino a trovarsi in quella situazione. Questo è uno degli aspetto sociologici più interessanti da indagare, in quanto - ritengo - denota una modifica dei meccanismi cognitivi, della capacità di lettura del reale sociale e dell'influenza che i nuovi media che scoraggiano la conoscenza approfondita (tv, internet e i social network in particolare) hanno sulle persone.
  • L'approccio precedentemente descritto è identificabile nell'assunto "le mie idee coincidono con la Verità". Questo è l'atteggiamento tipico dei fedeli fondamentalisti e/o integralisti di una religione rivelata (le quali richiedono di credere ai dogmi, che sono veri senza necessità di alcuna spiegazione razionale) o dei seguaci dei pensieri unici totalizzanti, i quali al momento della presa del potere trasformano gli stati in totalitari, facendo della loro "verità" l'unica verità. De facto è il processo che conduce alla formazione delle dittature. 

Come prima conclusione, mi sento di affermare che, se anche il 5 stelle avesse un programma capace di risolvere i problemi dell'Italia, è la sua configurazione sociale, politica e - azzarderei - antropologica a renderlo una scelta sconsigliabile, anzi da evitare con forza. Almeno finché rimanga possibile esercitare una libera scelta politica.

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Venerdì, 22 Febbraio 2013 10:28

ANALISI ELEZIONI

Come salvare la sinistra.

Domenica e lunedì si darà il via ad un cambio epocale: per la prima volta si sfideranno diverse coalizioni di destra contro una sinistra divisa e frammentata. Le elezioni vanno lette all'interno di uno schema bipolare, quale è quello che presiede alla contraddizione primaria tra Capitale e Lavoro

I fattori entro cui sono stati misurati sono:

  1. Contraddizione Capitale - Lavoro : Prevalenza delll'uno o dell'altro come riferimento sociale-politico;
  2. Gestione della Crisi: Preponderanza delle ragioni dello Stato (Politica) su quelle del Mercato (Economia);
  3. Forma di stato di riferimento: Democrazia Sociale - Democrazia Liberale (la prima rappresenta la forma di stato emersa con la Costituzione, la seconda quella antecedente l'avvento del fascismo)

I competitori più credibili sono (Verranno indicati secondo i nomi dei loro CAPI.):

  • CAPITALE LAVORO (Massima adesione al CAPITALE, non meritano >> per presenza di componenti cattoliche-popolari al loro interno), si contendono l'egemonia nella ricostruzione del partito del Capitale.
    1. MONTI (Scelta Civica, UDC, FLI)
      • ECONOMIA > POLITICA
      • DEMOCRAZIA LIBERALE >> DEMOCRAZIA SOCIALE
    2. BERLUSCONI (Pdl, Lega, La Destra, Fratelli d'Italia, altri)
      • ECONOMIA >= POLITICA (con presenza di alcune componenti stataliste)
      • DEMOCRAZIA LIBERALEDEMOCRAZIA SOCIALE

 

  • CAPITALE >= LAVORO (Prevalenza non assoluta delle ragioni del Capitale. Rapporti con settori del lavoro, ordini, corporazioni), puntano al controllo dell'apparato politico dello stato.
    1. GIANNINO (Fare) - CAPITALE >= LAVORO
      • ECONOMIA >= POLITICA;
      • DEMOCRAZIA LIBERALE > DEMOCRAZIA SOCIALE
    2. PANNELLA  (Aministia, Giustizia e Libertà) - CAPITALE >= LAVORO
      • ECONOMIA = POLITICA;
      • DEMOCRAZIA LIBERALE = DEMOCRAZIA SOCIALE
    1. GRILLO (Movimento 5 stelle) CAPITALE LAVORO
      • POLITICA > ECONOMIA;
      • DEMOCRAZIA LIBERALEDEMOCRAZIA SOCIALE (qui nel senso di indifferenza. Presenza di spinte autoritarie)
  • LAVORO >= CAPITALE (Tendenza alla ricomposizione del conflitto Capitale-Lavoro con attenzione specifica a temi sociali: famiglia, disoccupazione)
    1. BERSANI (Pd, SEL, Centro Democratico) - può vincere alla Camera (anche se vi sono segni d 
      • POLITICA >= ECONOMIA;
      • DEMOCRAZIA SOCIALEDEMOCRAZIA LIBERALE
  • LAVORO > CAPITALE (Prevalenza delle ragioni del lavoro. Attenzioni su specifici ambiti del piccolo Capitale);
    1. INGROIA (Rivoluzione Civile - IDV, PRC. PdCI, Verdi, Movimento Arancione, altri)
      • POLITICA > ECONOMIA;
      • DEMOCRAZIA SOCIALE > DEMOCRAZIA LIBERALE
  • LAVORO >> CAPITALE (Prevalenza assoluta del lavoro sul capitale).
    1. FERRANDO (PCL - non tutte le circoscrizioni, ma misurabile) 
      • POLITICA > ECONOMIA;
      • DEMOCRAZIA SOCIALE >> DEMOCRAZIA LIBERALE

Nello sprint dei 100 metri, Ferrando corre come completo outsider (nessuna casa di scommesse è convinta che si qualifichi alla finale), puntare su di lui è solo per chi ha fede e speranza, non altro.
Ingroia registra dei tempi da qualficazione per la corsa nazionale, mentre soffre in tutti i campionati regionali, salvo quello campano. Puntare su di lui nei campionati regionali in cui è forte Bersani, potrebbe consentire a quest'ultimo di far scendere di posizione nella griglia di partenza i competitor che partono da destra (Berlusconi e Monti), consentendogli un più facile approdo sia alla finale del campionato nazionale, sia a quelle dei campionati regionali. Nelle regioni in cui il clima lo aiuta a respirare meglio, producendo tempi migliori (Emilia Romagna, Toscana), sarebbe meglio provare a favorire un corridore giovane come Ingroia che, se si qualificasse, garantirebbe a Bersani una maggiore possibilità di conquista del primo posto, senza ex aequo.

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Martedì, 01 Gennaio 2013 11:54

Qualche indicazione sul voto.

Qualche indicazione sul voto.

A pochi giorni dalla presentazione di liste e simboli, la situazione che ci troviamo a sinistra è questa: abbiamo dinanzi a noi due alleanze di tipo coalizionale che uniscono elementi centristi (liberaldemocratici e cristiano sociali) ad elementi di sinistra (socialdemocratici, ecologisti, socialisti democratici, socialisti, "eurocomunisti").

La prima coalizione è il centrosinistra classico, così come rivisitato da Bersani, uscito vincitore dalle primarie del 2 dicembre scorso: Italia. Bene Comune.

Questa coalizione sarà costituita dal Partito Democratico (socialdemcratici e crisiano-sociali)Sinistra Ecologia e Libertà (socialisti ed ecologisti)Partito Socialista Italiano (socialisti democratici) e Centro Democratico (centristi e socio-liberali). L'orientamento della coalizione è chiaramente progressista, di "centrosinistra".

 

La seconda coalizione è uno schieramento nato recentemente con il nome di Rivoluzione civile. E' composto da partiti e movimenti (che non presenteranno il proprio simbolo alle elezioni) tra cui l'Italia dei Valori, la Federazione dei Verdi, il Partito della Rifondazione Comunista, il Partito dei Comunisti Italiani ed il neonato Movimento Arancione di Luigi De Magistris. Questa coalizione riunisce forze centriste (Italia dei Valori, che aderisce al gruppo ALDE dell'Europarlamento e al suo partito ELDR, ovvero i liberali, democratici, riformisti, sostenitori di 7 punti su 10 del Fiscal Compact e primi firmatari in Italia dell'introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione) e forze di sinistra (gli eurocomunisti di Rifondazione Comunista e PDCI che, dopo aver spaccato la Federazione della Sinistra sul tema dell'accordo con Bersani, ora si ritrovano da separati in casa nella stessa lista e gli ecologisti della Federazione dei Verdi). Si aggiunga il Movimento arancione che, seppure di anima civica perché legato alle esperienze referendarie sui beni comuni e ad alcune amministrazioni locali (specie Napoli, con De Magistris "padre nobile", regista dell'operazione), tenderemmo a considerare di sinistra civica, anche se la composizione e il programma di questo movimento non sono ancora molto chiari.

La guida della coalizione è stata affidata, per "acclamazione", al magistrato in aspettativa Antonio Ingroia, noto per il suo lavoro anti-mafia e su cui ha impostato, finora, buona parte degli auspici per il programma e l'azione parlamentare. L'ispirazione è fortemente civica, oscillando dal centrismo liberaldemocratico di IDV al cosiddetto benecomunismo arancione, all'ecologismo dei Verdi, al socialismo democratico e all'eurocomunismo di PRC e PdCI.

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Partiamo dal considerare l'appello "Con Vendola Per il Lavoro" degli oltre 200 quadri della sinistra di classe e dei punti che lo compongono:

  1. centralità del lavoro per ricostruire la democrazia: "non esiste Repubblica democratica se non fondata sul lavoro";
  2. sconfiggere le destre: l’impegno contro Berlusconi, Lega Nord e rigorismo tecnico e sacrifici a senso unico;
  3. spostare a sinistra il quadro politico: coalizione e programma con più idee di sinistra per un nuovo modello di sviluppo sostenibile, più lavoro e diritti;
  4. unire la sinistraimpegno comune nel sostenere Vendola per costruire uno spazio unitario della sinistra, consapevoli dei limiti delle primarie.

Dunque, se questi sono gli obbiettivi, bisogna capire cosa abbiamo capitalizzato sostenendo la candidatura di Vendola.

  1. La questione è quella di costruire una forza non equidistante tra Capitale e Lavoro. Se la candidatura di Vendola era pro-Lavoro e quella di Renzi (nei fatti, non nelle parole) è pro-Capitale, quella di Bersani nel primo turno è stata costruita proprio sul binomio Capitale-Lavoro come unicum, anziché come contraddizione, mostrando appunto quella equidistanza (o meglio: equivicinanza) che riteniamo debba essere sconfitta. E' chiaro che una coalizione incentrata su Bersani, senza un contrappeso a sinistra avrà questa tendenza, come già visto nelle precedenti edizioni del centrosinistra;
  2. Prima di tutto è il caso di considerare le cose per come stanno: in Italia esistono tre destre. Quella berlusconiana, quella leghista e quella tecnocrate che, solo per la storica composizione del quadro italiano, sembra essere più vicina al centro che alla destra (ma in Europa i popolari sono forza di destra, non di centro). Per sconfiggere le tre destre, serve una coalizione che chiuda ad ipotesi di maggioranza con il "centro tecnico" (per cui se è vero che Bersani dice sì all'UDC e Reni no, nessuno dei due chiude a Montezemolo e vari altri soggetti d'area). Cosa serve: un centrosinistra forte e, vista la legge elettorale, largo con una sinistra forte che chiuda ad intese, anche post elettorali, con UDC e Montezemolo;
  3. Per spostare il quadro politico a sinistra serve una sinistra forte 

 

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Vendola è terzo. Le sue percentuali coincidono, più o meno, con quelle di Bertinotti del 2005. Questo, per la sinistra, è un risultato positivo.

In una fase in cui la sinistra politica è sparita, si dimostra che sul versante programmatico essa possa ancora contare sulla presa su un bacino di elettorato stabile.

Vendola, ieri sera, ha sostenuto che le primarie sono state descritte dai media come la resa dei conti nel PD. Questo secondo turno rischia di diventare tale. E' una prospettiva che non ci interessa e che sembra non interessare neanche lo stesso Vendola.

Vendola afferma di avere un risultato penalizzato dalla mancanza di un grande partito alle spalle. E' chiaro che SEL, se non vuole morire sotto i colpi della marginalità e della subalternità a Bersani, debba aprire un percorso nuovo. Serve il soggetto politico del lavoro, ove la partita dentro il PD si gioca tra chi sostiene apertamente il Capitale (Renzi) e chi sostiene l'equidistanza/equivicinanza tra Capitale e Lavoro (Bersani). Serve un soggetto politico della Sinistra.

Ecco la nostra proposta.

Da un'analisi del comportamento delle forze che ci sta consegnando la cosiddetta Seconda repubblica, secondo criteri di coerenza storica ed omogeneità della cultura politica, dovremmo lavorare ad un Partito della Sinistra che comprenda quella parte non settaria del Partito della Rifondazione Comunista, il Partito dei Comunisti Italiani, il Movimento per il Partito del Lavoro, Sinistra Ecologia Libertà, la sinistra PSI, sul modello della Linke tedesca o del Front de Gauche (se in forma federata), con un affiliazione aperta al Gruppo (e non al Partito) della Sinistra Europea-Sinistra Verde Nordica. Un partito capace di essere motore di sviluppo della cooperazione, non limitandosi a diventare rappresentanza parlamentare, ma che sia attore degli interessi materiali del popolo, come fu il PCI nel dopoguerra. Espressione della tensione morale, culturale ed economica del popolo: un partito olistico, incentrato sullo sviluppo di soluzioni concrete dei problemi quotidiani e materiali del popolo, attraverso la cooperazione, l'azione ed obiettivi concreti, fuori da qualsiasi ipotesi di partito di opinione o a matrice leaderistica. Un partito del lavoro (dove possono convivere comunisti, socialisti e associazioni della Sinistra italiana) può essere l'unico modo per rinascere, per ritrovare quella Sinistra sommersa che aspetta solo di tornare a contare.

livello elettorale una Coalizione (democratica e progressista) del Lavoro formata da Partito della Sinistra, da un Partito dei Socialisti e Democratici (depurato dai sostenitori del liberismo) e dagli Ecologisti, con la chiara intenzione di espungere tutti quei riferimenti che non fanno parte del percorso storico della sinistra italiana (Di Pietro, Grillo, Renzi, Montezemolo, Casini). Accogliere la sfida dell’unità della sinistra perché Berlusconi, la Lega e Monti siano definitivamente consegnati al passato. Riconoscere il limite delle primarie nel portare la discussione dal piano dei contenuti a quello delle personalità, ma essere consapevoli che possono essere uno strumento importante di contrattazione nella seconda fase di costruzione di coalizioni e programmi incentrati sul lavoro e sui diritti, ovvero più di sinistra. Accogliere il fatto che SEL non è autosufficiente e non possa diventarlo alle attuali condizioni. Il massimo che può raggiungere l'ha fatto con la candidatura di Vendola: portare idee di sinistra nel centrosinistra. Bisogna subito costruire una interlocuzione a sinistra (a partire da quelle di sicura derivazione del movimento operaio come le costituenti di FDS e SEL) fino ad oggi insufficiente. Serve uno "spazio unitario della sinistra" che superi le appartenenze di origine, saltando i ritardi delle rispettive burocrazie, e valorizzi le differenti storie di ognuno, incontrandosi in un progetto futuro per il Paese. 

L'incapacità della sinistra "di rappresentare un’alternativa credibile all’astensionismo e al grillismo" e di "rideterminare la scala di priorità” del Paese oggi spostatasi dalla macroscopica questione economica alla questione morale e istituzionale rischia di prendere due derive:

  • credere di risolvere tutto importando un modello straniero vincente, salvo poi sostituirlo alla prima sconfitta con un altro (Syriza);

  • confondere "il vuoto per il pieno": primarie senza avere la coalizione, alleanze senza programmi condivisi.

Serve un salto di qualità vero" da costruire intorno a tre punti:

  • un programma alternativo di governo netto e radicale che torni a dare risposte concrete a problemi concreti;

  • il superamento responsabile delle divisioni e delle fratture che hanno portato ad una condizione di minorità e di inconsistenza, dando vita a breve ad un’alleanza permanente tra le reti, le organizzazioni politiche, sociali e associative all’opposizione del governo Monti che condividono un programma antiliberista;

  • il rinnovamento contro la debolezza dovuta alla sopravvivenza di soggetti politici logorati e contraddittori e di leader che si autoriproducono. Moltiplicare i momenti di confronto e di azione per aprire una fase costituente.

Qui ci preme fare una nota di metodo: per unire simili (e non uguali) è necessaria una proposta unificante e non escludente. Alla richiesta di minore elettoralismo e tatticità, non si può rispondere indicando vagamente un programma alternativo di governo netto e radicale, di cui si ignorano i soggetti deputati a realizzarlo. La piattaforma della FIOM è condivisibile (ma non è generale visto che la FIOM fa il sindacato e non il partito, con sommo dispiacere di alcuni), ma, ad esempio, non è quella di Syriza. Ed è chiaro che ambedue non siano, oggi, maggioritarie (si veda chi ha risposto all'appello della FIOM e in che termini). Ma un'alternativa di governo deve ambire ad essere percepita come potenzialmente maggioritaria: è inutile porsi il tema del programma di governo se si parte  dal presupposto di rifiutare la mediazione programmatica, così votandosi automaticamente all'opposizione. A quel punto è meglio che si scelga la linea di un'opposizione dura e antisistemica, senza promettere "mari e monti" per poi chiudersi in una prospettiva di mediazione a tutti i costi (come nel 2006) o di convinta autosufficienza (come nel 2008).

Per una sinistra (politica) che non ambisca alla marginalità, la costruzione delprogramma di governo deve essere il frutto della condivisione con la sinistra (sociale) che esiste: la CGIL (come soggetto di rappresentanza categoriale e generale dei lavoratori), l'ARCI, l'ANPI ed altri soggetti e reti associative, comprese quelle studentesche, di cittadinanza e del mondo cristiano radicale, la cui partecipazione al movimento dei movimenti creò un forte scompiglio nelle gerarchie ecclesiastiche. Con questi soggetti e con il loro corpo militante deve essere intrattenuto un proficuo rapporto di condivisione programmatica, rifuggendo da operazioni organizzativistiche (come proporre un frontismo "sudamericano" che per la rivendicazione di autonomia della sinistra sociale italiana e per le condizioni date è oggi improbabile) e elettoralistiche (come le candidature-spot di esponenti della "società civile" sradicati dalle realtà di crisi). Forti di un tale programma si potrebbe verificare l'agibilità delle forze che lo sostengono nel centrosinistra (la cui esistenza e composizione sono ancora incerti), garantendosi la possibilità di scegliere di porsi in completa alternativa, ove la mediazione raggiunta fosse insoddisfacente.

La programmaticità è anche il valore e il metodo su cui costruire il "superamento responsabile delle divisioni" della sinistra per dar vita ad un'alleanza - qui di tipo frontista - delle opposizioni antiliberiste. Programmaticità che eviterebbe l'inconveniente di dover descrivere come antiliberista quanto sia "a sinistra del PD", salvo poi magari collocare in tale area anche l'IDV (con buona pace di Di Pietro che rivendica essere "né di destra, né di sinistra"), benché il suo profilo in Europa la collochi alla destra delle socialdemocrazie e del PD. Verifichiamo sul campo se nell'IDV, nello stesso PD e - perché no? - nei Cinque Stelle vi siano sensibilità antiliberiste, magari tra gli iscritti insofferenti, che possano contribuire e riconoscersi in una piattaforma antiliberista.

Per finire. Il rinnovamento - tema a noi caro perché fondante del progetto di Sinistra XXI - merita un approfondimento su come ultimamente sia stata affrontata la questione della rappresentanza generazionale. Pensavamo che i compagni dei GC avessero trovato in RibAlta-Alternativa Ribelle il "soggetto unitario delle lotte della nostra generazione". Il silenzio con cui pare essere stato accantonato quel progetto, salvo smentite ufficiali, è l'esempio più recente di un errore ricorrente della sinistra: voler rappresentare il tutto (una generazione) con una parte (la federazione GC-FGCI). Per rinnovare le classi dirigenti e rappresentare istanze e bisogni generazionali non si possono ripercorrere le stesse modalità con cui hanno fallito quei gruppi dirigenti che critichiamo (ciò vale sia nella versione dell'“unità tra strutture” di RibAlta che in quella “liquida e carismatica” di TILT). Programmaticità, democrazia sostanziale e rispetto dei differenti ruoli e obbiettivi devono guidarci durante un processo unitario che porti ad un forum sociale dei soggetti generazionali e dei giovani antiliberistiche costruisca percorsi di mobilitazione e di alternativa che superino indenni la risacca che segue all'autunno di lotta e si lancino nella sfida di progettare il futuro.

 

Intanto, con questa seconda tornata elettorale, si è finalmente sfatata l'idea imperante da un ventennio ovvero che le forze della sinistra radicale debbano essere votate alla minoritarietà e alla testiomianza e non possano ambire alla battaglia per essere partiti maggioritari (anche se in termini relativi) nei rispettivi contesti nazionali. In questo senso è interessante evidenziare che:

  • Syriza si pone come coalizione di partiti e movimenti e non come partito unico. Ciò sta a dimostrare l'attuale impossibilità della creazione di un partito unico della sinistra ove questo non tenga conto della profonda eterogeneità della proposta delle forze politiche e sociali riconducibili all'area della sinistra;
  • Syriza ha una dialettica interna anche alle stesse forze tra riformismo di sinistra antiliberista (Synaspimos) e forze anticapitaliste e comuniste (DEA, KOA). Inoltre garantisce uno spazio di azione autonoma per indipendenti di sinistra e forze civiche di sinistra;
  • questa dialettica, presente nella stessa Linke, non è soffocata dalla presenza del partito unico come nel caso tedesco. Ciò non impedisce che il Synaspimos abbia un ruolo egemonico all'interno di Syriza, pur nel rispetto dei diversi partiti aderenti;
  • il tema del governo è posto come tema dell'alternativa e non dell'alternanza di governo. Questo vuol dire la presenza al governo si determina sulla base dell'affinità programmatica tra le forze e della possibilità di realizzazionedi quel programma;
  • l'unità possibile tra le forze è quella sul terreno dell'antiliberismo: questo presupposto consente di arrivare ad una mediazione tra forze a spinta rivoluzionaria e forze a spinta riformista. Questo è anche il terreno su cui si può cimentare la sinistra italiana per definire un piano di unità;
  • l'adesione ai partiti europei è patrimonio delle forze della coalizione e non della coalizione tout court.

Ci sembra che tale situazione sia compatibile con la nostra proposta delle "Quattro Unità" e della Coalizione del Lavoro (dalla bozza di Documento per Sinistra XXI, di prossima discussione):

"Per una forza di classe che organizzi la classe, riteniamo nostri livelli di azione:

  • la Federazione della Sinistra come luogo di unità anticapitalista, dove ricostruire una teoria generale di transizione al socialismo, che faccia del marxismo il proprio strumento di analisi, valorizzando il pensiero di Antonio Gramsci e comprendendo la centralità del sindacato di classe;

  • la Sinistra Europea – Sezione Italiana come luogo di unità antiliberistaper una visione maggioritaria della nostra iniziativa politica e del nostro radicamento sociale e per la costruzione né settaria né minoritaria di un modello alternativo di società;

  • la Coalizione del Lavoro come luogo di unità programmatica che riaffermi la centralità del lavoro, sostituita in Parlamento dall'idea dell’equidistanza tra capitale e lavoro, per invertire la tendenza alla divisione che ha distrutto la classe operaia,

  • l'Alleanza elettorale democratica come luogo di unità costituzionale contro le destre eversive.

Di fronte all'avanzare dell'ipotesi di organizzazione del partito politico del capitale, riteniamo mantenere fede all'idea della necessità di costruire un Partito del Lavoro (le cui forme verranno in futuro) che abbia la massa critica per opporsi nello scontro che ci attende. Decidiamo di operare in tutti settori delle alleanze indicate per impedire alcune tendenze opposte di futuribili processi aggregativi a sinistra. Per mantenere viva la cultura politica critica di sinistra alternativa anticapitalista, dobbiamo lavorare affinché tali processi unitari non finiscano per definire una tra queste alternative opposte, ma negative:

  1. La nascita e l'egemonia sulla sinistra di un partito neosocialdemocratico, agganciato al socialismo europeo come ipotesi di governance democratica della globalizzazione capitalistica e refrattario al socialismo come alternativa di società (sul modello del Labour Party);

  2. il cartello di partiti o il partitone della sinistra “a sinistra del PD” senza scioglimento delle attuali forze esistenti (sul modello della Sinistra Arcobaleno).

  3. la chiusura in una prospettiva neocomunista di sola matrice marxista-leninista o togliattiana, refrattaria ad alleanze antisistemiche (sul modello del KKE);

  4. la costruzione di un soggetto politico alternativo (apparentemente molto aperto) in rappresentanza della radicalità dei movimenti sociali, votato all'opposizione minoritaria e all'autoreferenzialità (sul modello del NPA)."

 

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Lunedì, 26 Novembre 2012 10:19

Riaprire il partito per riaprire la partita.

in Notizie

Vendola è terzo. Le sue percentuali coincidono, più o meno, con quelle di Bertinotti del 2005. Questo, per la sinistra, è un risultato positivo.

In una fase in cui la sinistra politica è sparita, si dimostra che sul versante programmatico essa possa ancora contare sulla presa su un bacino di elettorato stabile.

Vendola, ieri sera, ha sostenuto che le primarie sono state descritte dai media come la resa dei conti nel PD. Questo secondo turno rischia di diventare tale. E' una prospettiva che non ci interessa e che sembra non interessare neanche lo stesso Vendola.

Vendola afferma di avere un risultato penalizzato dalla mancanza di un grande partito alle spalle. E' chiaro che SEL, se non vuole morire sotto i colpi della marginalità e della subalternità a Bersani, debba aprire un percorso nuovo. Serve il soggetto politico del lavoro, ove la partita dentro il PD si gioca tra chi sostiene apertamente il Capitale (Renzi) e chi sostiene l'equidistanza/equivicinanza tra Capitale e Lavoro (Bersani). Serve un soggetto politico della Sinistra.

Ecco la nostra proposta.

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Mercoledì, 31 Ottobre 2012 21:29

appunti sinistra sarda

Alcuni spunti per la discussione di un soggetto della sinistra sarda.

La creazione di una forza della sinistra popolare deve partire da una forte inversione di tendenza già nelle stesse modalità creative. Bisogna aprire le porte di un processo di cui non necessariamente conosciamo gli esiti, ma di cui invece devono essere chiare le premesse.

Attraverso una Call in Action, ovvero vero e proprio appello all'azione, bisogna lanciare una proposta a tutti i sardi che definisca i primi motivi aggregativi e favorisca una nuova partecipazione attiva del popolo della sinistra sarda in un soggetto dal carattere politico-sociale. E' importante la brevità, la chiarezza, l'agilità di distribuzione e la facilità di lettura senza che questo si traduca in una banalizzazione del contenuto.

Contemporaneamente, un gruppo di lavoro deve costruire un Manifesto dei valori. Esso ha come fine quello di costituire la base minima da condividere per discutere dei documenti del soggetto (documenti politico, organizzativo, programmatico). Il Manifesto dei valori è la base da cui partire per definire uno statuto ed una tabella valoriale comune: un presupposto indispensabile affinché il movimento si presenti da subito con una base solida, seppur in forma aperta e plurale: una costituzione rigida (statuto) che deve garantire la pluralità delle posizioni, non affossare il dibattito ed il lavoro mediante l'utilizzo di stratagemmi politicisti. Questa comune tabella valoriale garantisce all'iscritto una sana discussione su documento politico, organizzativo e programma. (MAX 5 PAGINE);

 

Da definire come prodotto dell'incontro con le persone attivato dalla Call in action e come prodotto del loro confronto sulla base del manifesto dei valori:

  1. Documento politico: definisce l'asse strategico su cui si muove l'organizzazione. Ha carattere generale e cerca di delineare un'analisi strategica, non di fase, con la capacità di analizzare l'ambito d'azione del movimento all'interno di ambiti più ampi: regionale, nazionale, internazionale. Definisce i fini generali e gli obiettivi a medio-lungo termine. Fornisce indirizzi al documento programmatico;
  2. Documento programmatico: definisce la tattica sulla fase attuale. E' un documento in costante aggiornamento, atto ad adattarsi all'evoluzione della situazione politica in cui opera il movimento. Ha grande importanza nella definizione di obiettivi di breve e medio periodo. Fornisce esempi concreti dell'azione del movimento su diversi ambiti d'azione. Per questo è anche detto “Documento delle pratiche o delle buone pratiche”.
  3. Documento organizzativo: alla definizione della strategia (doc. pol) e della tattica (doc. prog) deve accompagnarsi la definizione organizzativa del movimento. Definisce altresì le pratiche di lavoro quotidiano. E' un documento aperto, che definisce un metodo organizzativo, ma anche una metodologia per l'organizzazione.

 

Temi importanti:

  1. Analisi sull'attuale stato della sinistra politica italiana e sulle attese evidenti del popolo di sinistra. Processi aggregativi a sinistra: tendenze opposte da allontanare. La Federazione della Sinistra come luogo di costruzione di un piano politico generale unitario;
  2. I rapporti con altre forze politiche. Il dubbio Sinistra Ecologia Libertà (unità o unitarietà?). Il frontismo costituzionale-democratico con il PD. Forze a matrice localistica. Il tradimento del sardismo storico del Psd'Az ed il rapporto con Rossomori. La figura di Soru. Fughe in avanti dell'indipendentismo: IRS e altri movimenti indipendentisti.
  3. La costruzione di legami sociali e il ricompattamento di classe delle soggettività subalterne in una prospettiva antisistemica: la costruzione delle Case del lavoro, come nuove “Camere del lavoro”+ “Case del popolo”. Ricostruire la classe, ricostruendo i luoghi del confronto di classe.
  4. La gestione democratica interna: democrazia diretta, democrazia partecipativa, democrazia delegata e deliberativa. Il perché di una struttura a rete.
  5. Costruzione del movimento e della federazione nei luoghi di conflitto/socialità: il quartiere, il luogo di lavoro, la scuola.
  6. Strutture per la pratica della democrazia partecipativa nel quartiere: i comitati di quartiere, le assemblee di ascolto, le assemblee partecipative. Verso le giunte popolari del buongoverno.
  7. Il rapporto con l'associazionismo e i movimenti sociali. La cessione di sovranità sulle tematiche, la costruzione delle consulte e dei forum permanenti.
  8. Il rapporto con la sinistra politica e sociale: verso un modello di “camera di consultazione della sinistra – Forum programmatico per l'alternativa di governo”.
  9. Neomunicipalismo, neomutualismo, costruzione di reti di economia solidale: verso il partito sociale. Costruzione della rete di autorganizzazione popolare.
  10. Formazione: la necessità di creare nuovi quadri politici, capaci di utilizzare strumenti adatti al nuovo contesto. I quadri portano il conflitto nei luoghi di lavoro (precariato).
  11. Informazione: costruzione di un polo mediatico. Esperimenti digitali ed esperimenti reali. Per un giornale di strada dei lavoratori.
  12. Costruzione di un sistema d'intervento per giovani e precari. Interazione Banche del tempo-Scec.

 

 

 

 

 

 

  1. Processi aggregativi a sinistra: tendenze opposte da allontanare. La Federazione della Sinistra come luogo di costruzione di un piano politico generale unitario.

Dal punto di vista di una cultura politica critica di sinistra alternativa anticapitalista, dobbiamo lavorare affinché il processo unitario a sinistra non finisca per definire una tra queste tre alternative, opposte, ma negative:

  1. La nascita e l'egemonia sulla sinistra di un partito neosocialdemocratico, agganciato al socialismo europeo, definito dall'ipotesi di governance democratica della globalizzazione capitalistica e refrattario al socialismo come alternativa di società. Conseguente indisponibilità a costituirne una corrente interna antisistemica;
  2. Il chiudersi in una prospettiva neocomunista di matrice marxista-leninista o togliattiana;
  3. Cedere all'ipotesi della costruzione di un soggetto politico alternativo (apparentemente magari molto aperto) in rappresentanza (presunta o anche parzialmente reale) della radicalità dei movimenti sociali, votato per definizione all'opposizione minoritaria e all'autoreferenzialità.

 

Oppure vedere illusoriamente tutti questi elementi o parte, come componenti di un'alleanza tra partiti e forze politiche nel momento elettorale in funzione opportunistica o contro la destra. Ciò non funziona, giacché prevale sempre la propria ortodossia e la vocazione all'autonoma rappresentazione, con coonseguenza di frammentazione e minoritarismo sociale e distacco tra partecipazione sociale e sfera politica.

Nel processo unitario sono fortissime le tentazioni a un cartello di partiti o al partitone della sinistra “a sinistra del PD”. Non scioglimento delle attuali forze esistenti.

 

6.La gestione democratica interna: democrazia diretta, democrazia partecipativa, democrazia delegata e deliberativa. Il perché di una struttura a rete. (da Il rinnovamento e la riforma delle pratiche e dei modelli organizzativi della sinistra. Di Rete A Sinistra)

 

A livello d'organizzazione possono esistere due livelli organizzativi:

  • il livello della Rete come struttura fondamentale di organizzazione comune di una pluralità di soggetti e culture non sintetizzabili mai in una struttura organicistica se pur a democrazia rappresentativa, tra l'altro in mimesi con la forma organizzativa del Capitale nella fase attuale;
  • il livello del Coordinamento permanente dei nodi della rete, sostituibile con un semplice gruppo di continuità nelle pratiche di movimento, ma non nella forma a rete di una soggettività politica. Diventa cruciale abbinare alle forme della discussione e del consenso tra le varie parti confederate dell'organismo, una polarità operativa ed esecutiva, nominata democraticamente e dotata di compiti specifici, in grado di agire politicamente dentro i codici, i tempi e le contingenze della sfera della politica. Per relazionare la produzione sulla decisione nella rete come frutto reale di una condivisione dell'efficacia dell'intervento.

La forma della rete non può prescindere da una struttura a nodi partecipati ed in equilibrio reciproco. La costruzione della rete richiede un'etica condivisa sostanziata da un insieme di regole che via via formano una comunità aperta e inclusiva. La struttura della rete presuppone un superamento dell'idea del soggetto politico come portatore di verità esclusive. La partecipazione praticata ed elaborata dalla rete potrà servire da esempio anche per riformare le modalità decisionali della democrazia rappresentativa. Il nodo è un'aggregazione inclusiva (sistema aperto) e si riferisce ad uno spazio: esso è l'unità costitutiva della rete e al tempo stesso garantisce il massimo di partecipazione locale a partire dai bisogni. I principi generali di partecipazione si applicano ad ogni nodo.

Modello a struttura partecipativa

Intreccia dimensione sociale e dimensione politica,nel quale le decisioni vengono prese col massimo della partecipazione “possibile” e coloro che partecipano sono dotati di un eguale potere decisionale (una testa un voto). Il “possibile” sta ad indicare che, a seconda del livello cui compete la decisione, la partecipazione può essere diretta o tramite delega (democrazia di mandato). Quando si tratti di scelte particolarmente significative, deve comunque essere prevista la partecipazione diretta.

Perché diciamo no al modello a struttura centralistica e gerarchica

È il modello tradizionale del potere, anche nella sua aggiornata versione leaderistica. È incompatibile con la democrazia partecipata. Il confronto viene requisito dai gruppi dirigenti e monopolizzato dalle posizioni che in esso vi esprimono i leaders, secondo un senso monodirezionale, dall’alto al basso. La selezione dei gruppi dirigenti avviene secondo criteri di affinità o di fedeltà, comunque sempre di continuità con quelli consolidati, mortificando sensibilità, entusiasmo e capacità considerate non omogenee. Non solo non promuove autonomia, ma teme qualunque iniziativa che possa mettere in pericolo la stabilità dei rapporti di potere dell’organizzazione.

Modello a struttura confederativa territoriale

E’ un modello a rete, non gerarchico, fondato sulla responsabilità e sulla partecipazione democratica con poteri decisionali. Presenta evidenti rischi di frammentazione, superabili (soprattutto a condizione che il fondamento partecipativo sia costantemente attivo). La struttura confederativa non è necessariamente da collegare a confini amministrativi, quanto alle esigenze di riconoscimento e di rappresentanza delle diverse realtà territoriali. Va previsto un coordinamento a livello nazionale non centralistico. Le idee sulle modalità di organizzazione e coordinamento a livelli intermedi sono varie: la proposta è di sperimentare, prendendo una decisione più definita in un secondo momento quando la rete sarà più matura. Per quanto riguarda le adesioni, si propone che per il momento siano sia collettive che individuali.

2. DECIDERE: Forme della decisione

Ogni decisione deve essere assunta con la massima consapevolezza. Il presupposto, perciò, è quello di un’esauriente e tempestiva informazione di cui tutti/e possano disporre. Ai fini di una scelta consapevole riteniamo necessario che i documenti alla base della discussione contengano ed evidenzino in maniera chiara le opzioni diverse sulle quali si deve decidere. Vanno previsti vari momenti di approfondimento e di confronto collettivo: più le persone sono informate del cuore della decisione più possono decidere in modo partecipativo: democrazia deliberativa e democrazia partecipativa sono interdipendenti. Riteniamo perciò fondamentale che prima della discussione si individuino i temi oggetti del dibattito e si determino i temi della discussione e i tempi entro i quali si effettua la decisione di chiusura delle riunioni o assemblee, ossia riteniamo necessaria la definizione e il rispetto effettivo dei tempi di lavoro e di votazione. Ai diversi livelli, di volta in volta, debbono essere precisati i temi sui quali la decisione verrà assunta con la partecipazione diretta di tutti/e gli/le aderenti, e quelli sui quali si opererà tramite una forma di democrazia delegata (di mandato). Per entrambi i casi dovranno essere esplicitate le procedure da adottare. Le decisioni devono essere prese prioritariamente con il metodo del massimo consenso, che può e deve combinarsi col metodo del voto, secondo il principio “una testa un voto”, in modo da garantire la più attiva partecipazione in tempi utili all’operatività. Ci impegniamo a lavorare nella direzione del dialogo e della mediazione condivisa: in assenza di un largo consenso non si assumono decisioni su una data materia. Le decisioni vanno assunte con maggioranze larghe. Le decisioni, quando siano prese a maggioranza, vengono poi assuntedalla rete. Le minoranze sono garantite su specifici temi (come diritti civili ecc.), rendendo pubbliche le loro posizioni. In caso di dissenso ci dovrebbe essere un impegno a favore di un principio di non ostilità verso le decisioni rispetto a cui si è in disaccordo. La minoranza in disaccordo può legittimamente astenersi dall’applicare attivamente la decisione, ma deve riconoscerne la legittimità. I processi di formazione delle decisioni, anche se presi a maggioranza la più larga possibile,devono valorizzare al massimo gli aspetti condivisi. Ad ogni decisione va associata la sua storia, in modo che il percorso decisionale possa essere tracciabile. Deve anche essere previsto un feedback (verifica) della decisione presa.

3. DIRIGERE E RAPPRESENTARE: Perché diciamo no al leaderismo.

Il modello a struttura leaderistica si è diffuso nel nostro paese spinto dal terremoto provocato da tangentopoli. I partiti, devastati dalle indagini, accreditarono l’idea che la salvezza del sistema democratico risiedeva nel fare in modo che i poteri esecutivi, e primariamente chi li rappresenta, fossero sottratti dai rischi corruttivi della miriade di correnti e clientele e potessero decidere senza lungaggini. Occorreva, allora, una diretta investitura dal popolo. Questa fu l’impronta della legge di riforma per gli enti Locali. Il modello si è poi rapidamente esteso ai partiti, anche sull’onda del berlusconismo. Ad una crisi che reclamava maggiore democrazia e maggiori controlli dal basso, si è risposto esattamente al contrario. L’iscritto/a dispone di un potere decisionale soltanto al momento della elezione del leader. Fino all’elezione successiva la partecipazione viene attivata soltanto a sostegno delle decisioni prese dagli organi nazionali, o direttamente dal leader. Gli stessi organi dirigenti non hanno poteri effettivi essendo composti in funzione del primato del leader. Ciò non impedisce, tuttavia, il lavorio oscuro di gruppi o correnti che, proprio per non potersi esprimere alla luce del sole, si configura sempre come sotterranea lotta di potere. Il leaderismo sviluppa l’opportunismo politico, la fedeltà dichiarata al capo, e quindi anestetizza il confronto delle idee e lo spirito critico. Fenomeni questi già presenti all’interno dei partiti storici della sinistra a organizzazione piramidale, ma allora compensati o almeno controllati da quel radicamento territoriale e sociale proprio del “partito di massa”, che oggi non esiste più. Il modello leaderistico si è diffuso anche nella periferia, riproducendo un’analoga situazione di restringimento degli spazi democratici e di passivizzazione della politica.

Selezione e ruolo delle funzioni di coordinamento e di rappresentanza.

La funzione di chi è chiamato a svolgere compiti di rappresentanza e coordinamento operativo della rete è quella di organizzare e promuovere il dibattito perché le decisioni possano essere prese in forme partecipative. Fondamentale è la comunicazione sia fra le realtà locali che fra i livelli locali e nazionali. Sono oggetto di responsabilità di livello nazionale sia la risposta ai temi di attualità, sia l’elaborazione di proposte su temi specifici. Per evitare il formarsi di supremazie personali legate all’incarico, è opportuno che esso sia sempre di breve durata secondo un criterio di rotazione che valorizzi nel più alto grado le potenzialità del collettivo. Può essere prevista la rotazione, la fissazione di limiti temporali di mandato o entrambe, a seconda del tipo di incarico. Gli incarichi possono essere attribuiti tramite sorteggio fra i/le disponibili. In questo modo può essere superato il professionismo politico, uno dei punti inizialmente qualificanti dei partiti del Novecento, che è via via degenerato fino a dar vita ad un ceto politico corporativo di fatto “proprietario” dei partiti e poi delle stesse istituzioni. Questa degenerazione, che rende difficile rapportarsi ai partiti, esiste a prescindere dalla volontà dei singoli loro dirigenti. Rotazione negli incarichi e superamento del professionismo costituiscono un ulteriore elemento di garanzia affinché l’esperienza e l’impegno in politica siano il frutto di una scelta del tutto estranea a convenienze personali e dettata esclusivamente dal desiderio di essere parte attiva nella costruzione di un progetto di cambiamento. Non sono da confondere professionismo e autorevolezza: aspetti che possono essere riconosciuti sia in termini elettorali sia in un incarico a rotazione a tempo. Proponiamo la rotazione degli incarichi ed il bilanciamento di genere, con durata degli incarichi da sei mesi a un anno per i/le referenti locali, mentre a livello nazionale la carica può durare più a lungo (ma sempre con un termine da definire). Si sottolinea l’importanza di garantire la crescita e formazione politica di tutte le persone. In questo contesto i/le referenti ai vari livelli devono essere ben formati. Nel momento operativo devono sempre informare, essere trasparenti e disponibili nei confronti del resto del gruppo, con una verifica continua. L’individuazione dei/delle rappresentanti nelle istanze di livello territoriale superiore, dove gli incarichi potranno avere una durata maggiore, dovrà essere compiuta con la modalità della democrazia diretta, e coloro che risulteranno eletti/e dovranno con frequente periodicità sottoporre a verifica l’esercizio del loro mandato. Un’idea: l’assemblea nazionale della rete sarà formata da delegati/e dei nodi territoriali (nel rispetto del criterio della parità di genere). In una struttura a rete, come far vivere un coordinamento nazionale che non riproduca rapidamente meccanismi centralistici? Quali forme di partecipazione alla discussione e alla decisione si possono immaginare e sperimentare per questo? L'individuazione dei/delle rappresentanti nel coordinamento operativo nazionale avverrà per sorteggio, salvaguardando il criterio della parità di genere e quello della rappresentatività territoriale. Anche la sede del coordinamento nazionale sarà stabilita a rotazione, con eventuale sorteggio, fra i soggetti collettivi aderenti. Si deve privilegiare l'incontro diretto fra le persone. La rete deve trovare però modalità creative per garantire la partecipazione effettiva ai lavori e alle decisioni di tutti i membri a prescindere dalle loro risorse (economiche, culturali, di tempo, ecc.). A questo scopo si propone l'utilizzo di forme multimediali di partecipazione (ruolo di Internet, del Forum sul web, videoconferenze ecc.) e la partecipazione decentrata. Si auspica e si persegue il coinvolgimento pubblico (di enti e strutture pubbliche) nel creare spazi di incontro.

 

 

 

 

 

Il livello organizzativo del Movimento.

La necessità di radicamento territoriale e di reinsediamento sociale, unita a quella di garantire il pluralismo non solo delle opzioni politiche, ma anche delle attitudini territoriali, ci porta ad introdurre come criterio organizzativo il principio della “Confederalità”.

Il movimento, localmente, tende perciò a riunire, mettere in rete, dei nodi costituiti da circoli degli iscritti, dotati di autonomia progettuale all'interno del loro ambito d'azione.

Sembra opportuno che la strutturazione del movimento segua di conseguenza la necessità di ricostruire radicamento territoriale e insediamento sociale tra i lavoratori.

Ecco perché individuiamo due tipi di circolo che possono essere costituiti:

  • Circoli di quartiere (o territoriali);
  • Circoli nei luoghi di lavoro (tra cui anche i luoghi di studio).

 

Questi due tipi di circolo (uno dei quali contiene un sottotipo) ben rappresentano i luoghi di espressione del conflitto sociale: la piazza del quartiere, il luogo di lavoro (la fabbrica, il call center, l'ufficio, ecc), il luogo di lavoro-studio (la scuola, la facoltà universitaria, il centro di formazione professionale).

 

Per quanto attiene la collocazione del movimento, risulta essere opportuno la sua federazione ad un processo aggregativo della sinistra, da noi individuato nella Federazione della Sinistra che, per la sua struttura federativa, non lesiva delle identità, e il suo posizionamento antisistemico, consente al movimento di essere parte di uno dei pilastri nazionali del processo aggregativo della sinistra, senza perdere la propria identità. Peraltro, così come la struttura confederale lascia autonomia di progettazione ai singoli circoli, così l'adesione al movimento, anche se federato alla FDS, deve lasciare l'opportunità al singolo di decidere eventualmente l'adesione anche ad altra forza politica (partito, movimento). La doppia tessere diventa dunque possibile purché i fini non siano in contrasto con quelli del movimento ed anzi può costituire strumento di arricchimento nel percorso più generale di riunificazione della sinistra di classe.

 

 

RAPPORTI CON L'ESTERNO.

Il movimento deve ricercare l'unità d'azione con soggetti simili o su attività/iniziative specifiche. Questa unità d'azione può essere anche suggellata attraverso patti di lavoro di durata definita, rinnovabili, che impegnino vicendevolmente e solidalmente i soggetti stipulanti il patto.

Deve essere obiettivo del movimento la capacità di unificare anche oltre il livello locale, andando a ricercare il confronto e, ove non in contrasto con i fini statutari, l'adesione alle reti territoriali, extraterritoriali, nazionali, internazionali della sinistra politica e sociale. Questa ottica deve essere vista come opportunità di maggiore confronto e coinvolgimento sul versante di riunificazione della sinistra, di ricostruzione dell'unità delle soggettività antisistemiche, di eventuale espansione del movimento, sulla base di nuove confederazioni.

 

STRUTTURAZIONE TERRITORIALE

L'ipotesi organizzativa dei circoli può vedere:

  • un'Assemblea generale degli iscritti;
  • un Coordinamento (costituito dai responsabili dei gruppi di lavoro costituiti);
  • un Esecutivo

Sul territorio l'ipotesi può essere:

  • un'Assemblea/attivo degli iscritti;
  • un Coordinamento dei coordinatori dei circoli;
  • un Esecutivo.

 

Sembra opportuno precisare la necessità di un Esecutivo composto, al minimo, di un Coordinatore che funga anche da portavoce e di un responsabile dell'organizzazione che funga anche da tesoriere.

 

STRUTTURAZIONE TEMATICA

CIRCOLO: Ogni tematica ritenuta meritevole di lavoro, così come ogni tematica portata avanti dal circolo, su iniziativa dell'istanza superiore, porta alla definizione di un gruppo di lavoro tematico (permanente o temporaneo) di 3 o più persone, di cui una funga da responsabile.

TERRITORIO: un'assemblea dei responsabili dei Gruppi di lavoro e un coordinamento tematico (costituito dai componenti dei gruppi di lavoro di ogni circolo su quel preciso tema).

 

STRUTTURE SOCIALI

CIRCOLO TERRITORIALE: Comitato abitanti contro la crisi, per iniziative di solidarietà popolare

CIRCOLO LAVORATIVO: Comitato lavoratori contro la crisi, per iniziative di supporto sociale ai lavoratori e per il supporto alle loro vertenze.

 

STUTTURE PARTECIPATIVE

QUARTIERE: Comitato di quartiere ed assemblea partecipativa.

CITTA': Giunta popolare del Buon Governo e bilancio partecipativo cittadino autogestito (una sorta di sbilanciamoci locale a base popolare).

 

STRUTTURA FUNZIONE PROMOTORI/DESTINATARI
CIRCOLO Assemblea degli iscritti
Gruppi di lavoro
Comitato contro la crisi
Esecutivo (allargato ai responsabili GDL)
QUARTIERE Comitato di quartiere
TERRITORIO Assemblea iscritti
Assemblea delle tematiche e/o Coordinamenti tematici
Coordinamento dei Coordinatori di Circolo
Esecutivo
CITTA' Giunta popolare del Buongoverno

 

 

 

 

 

 

 

 

Analisi richiesta di partecipazione (da Come fare politica senza entrare in un partito di Giulio Marcon).

Confutiamo l'idea che hanno in tanti che la politica non interessi più a nessuno e che dunque questa impresa di costruire un movimento da zero abbia scarse possibilità di centrare il suo obiettivo.

In Italia sono molte le persone che fanno politica, semmai possiamo affermare che siano una minoranza coloro che la fanno all'interno di un partito.

Centinaia di migliaia di cittadini sono impegnati in associazioni, comitati, campagne, movimenti per fare quella che a seconda dei casi è definita politica dal basso, politica diffusa, molecolare. Ce ne sono molte altre che vorrebbero farlo, ma spesso non riescono ad organizzarsi, non hannno gli strumenti giusti per dare seguito alle proprie intenzioni.

Facendo riferimento all'epoca classica, il Dizionario di Politica di Bobbio, Pasquino, Matteucci ricorda : “Derivato dall'aggettivo polis (politikos), significante tutto ciò che si riferisce alla città, e quindi cittadino, civile , pubblico, e anche socievole e sociale”. Qui la politica – prima della sua professionalizzazione e della sua costituzione in scienza e pratica separata nell'epoca moderna – coincide con il sociale e si identifica, oggi, con i tanti cittadini impegnati in associazioni, movimenti, organizzazioni della società civile.

La differenza tra le organizzazioni della politica diffusa e i partiti è sostanzialmente nelle funzioni dell'esercizio della rappresentanza politica ed elettorale, della selezione del personale politico e della gestione della cosa pubblica: i partiti – a differenza delle organizzazioni della politica diffusa – partecipano alle elezioni, si fanno eleggere, esercitano (quando vincono) funzioni di governo ed amministrative. In Italia quando si usa la parola politica la si associa generalmente e solamente ai partiti. A farlo presupporre è la nostra stessa Costituzione nell'art.49 sui partiti. Anche per questo motivo i partiti hanno goduto di un primato avente due risvolti importanti. Uno, molto concreto: vantaggi e privilegi economici, rendite di potere, occupazione delle istituzioni. Il secondo nell'immaginario collettivo: i partiti come custodi e depositari della politica tout court.

Cosi non è. La realizzazione della volontà generale e la determinazione della politica nazionale sono avvenute anche per la spinta di organizzazioni non partitiche.

I partiti di massa hanno avuto un ruolo centrale nel secondo dopoguerra nel garantire un forte tessuto democratico e civile. Ma (A. Pizzorno) la stagione dei partiti di massa è stata una lunga parentesi dentro una linea di continuità (comune a molti paesi) di partiti come assemblaggio di comitati elettorali e di eletti, gruppi e correnti di affinità o di interessi (e di potere), apparati di funzionari: più che sedi di organizzazioni della politica e di democrazia, strumenti di selezione della classe politica e di governo, della politica come specialismo separato o “come professione”, per parafrasare Weber.

A partire dagli anni 80 si è paralto in Italia di crisi e di riforma della politica che negli anni novanta è esplosa. La fase ascendente della politica militante degli anni 70 ha subito un colpo d'arresto alla fine del decennio, per entrare negli anni 80 nella sua fase discendente. In quegli stessi anni nascevano gruppi politici diffusi non partitici, che, sommati, superavano di molto la somma delle sedi di tutti i partiti italiani.

Oggi sono più di duecentoventimila le organizzazioni senza scopo di lucro impegnate nella società, con milioni di cittadini coinvolti. E' la politica in prima persona, dell'I care di Don Milani, contro la delega della politica “separata”.

Oggi sono all'incirca diecimila persone – funzionari di partito, eletti – impegnati nella politica tradizionale come professione; a questi vanno aggiunti le poche decine di migliaia di militanti attivi ancora presenti nelle formazioni politiche tradizionali. In un'accezione ristretta sono oltre quattrocentomila coloro che fanno politica fuori dai partiti.

 

Quale forma per aggregare e rilanciare l'impegno della sinistra sarda?

I Partiti nascono come strumenti di aggregazione per accomunare persone che si riconoscono nei medesimi valori e fini dell'azione politica. Quando si produce un ribaltamento della concezione del Partito da mezzo a fine, se ne accetta la propria conservazione e rigidità, ovvero la sostanziale incapacità di adattamento al contesto nel quale opera. Sebbene per lungo tempo l'essere "tetragoni" rispetto alla realtà circostante fosse considerato un valore del Partito (e ciò era un bene ed aveva un senso per dei partiti con una concezione rivoluzionaria e insurrezionale della propria azione politica), è chiaro che, con la fuoriuscita dalla cladenstinità, e la progressiva accettazione della compartecipazione al governo dello Stato, si è determinata una modifica dell'essere stesso del partito che ha teso a diventare da partito di rivoluzionari a partito di massa, da partito di sostituzione sistemica a partito di conversione sistemica. Si è sostanzialmente inserita a sinistra l'idea del partito che si fa società.

Su questa base è opportuno ragionare su quella possa o debba essere la forma storica dell'aggregazione politica di classe e come essa si traduca nel contesto dato dalla composizione multiforme delle donne e degli uomini della sinistra sarda.

Premessa la necessità di portare finalmente a sintesi la dicotomia storica tra partito di lotta e partito di governo, riprendendo un tema cardine del leninismo, ovvero il tema del partito per un "governo di lotta", è opportuno ragionare sul fatto che qualsiasi processo di cambiamento che, senza patemi, possiamo sintetizzare con l'espressione "processo rivoluzionario" debba presentare le seguenti caratteristiche:

  • la tendenza nel medio-lungo periodo a divenire maggioritario: un partito di massa, a base popolare, che ha una concezione di classe ed una coscienza di classe, che si rappresenta ed autorappresenta come generale;
  • l'azione nel breve periodo come partito di quadri militanti a propensione di massa: il tentativo di coniugare azione e prassi sul breve periodo, l'internità ai conflitti e la capacità di analisi degli stessi e della loro traduzione in proposte di politica generale che aprano la strada all'opzione maggioritaria di cui sopra;
  • la capacità di farsi società. Il partito come strumento con cui condurre la battaglia per la conversione di pezzi sempre più significativi del sistema capitalista in costituenti di un sistema socialista di governo. Una doppia azione di abbattimento dall'esterno e di svuotamento dall'interno del sistema capitalista. Un esercito regolare attestato sul confine del capitalismo nel tentativo di spezzarne le difese e produrre un'offensiva verso il cuore direttivo dello stesso (il governo rivoluzionario come fine) e un coordinamento stretto di forze resistenti interne che operano per portare grandi parti della popolazione all'adesione al socialismo. La riforma e la protesta come parti di un movimento alterno, ma parallelo del processo rivoluzionario.
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