Accedi ai servizi con il tuo nome utente e password

Accedi - Registrati

*la Sinistra del XXI secolo*

Alessandro Tedde

Alessandro Tedde

(Sassari, 1988). Avvocato e giurista, Presidente Nazionale di Sinistra XXI e componente della Direzione Nazionale di Sinistra Italiana.
Laurea con lode in diritto costituzionale all'Università di Sassari, diploma post-laurea in Studi e ricerche parlamentari all'Università di Firenze. Ho fondato la Rete degli Studenti Medi (2008) e Sinistra XXI (2012).
Mi occupo di ricerca sui seguenti temi del diritto pubblico: sovranità, globalizzazione, socialismo costituzionale, forme di stato-governo, partiti

Mercoledì, 31 Ottobre 2012 20:29

appunti sinistra sarda

Alcuni spunti per la discussione di un soggetto della sinistra sarda.

La creazione di una forza della sinistra popolare deve partire da una forte inversione di tendenza già nelle stesse modalità creative. Bisogna aprire le porte di un processo di cui non necessariamente conosciamo gli esiti, ma di cui invece devono essere chiare le premesse.

Attraverso una Call in Action, ovvero vero e proprio appello all'azione, bisogna lanciare una proposta a tutti i sardi che definisca i primi motivi aggregativi e favorisca una nuova partecipazione attiva del popolo della sinistra sarda in un soggetto dal carattere politico-sociale. E' importante la brevità, la chiarezza, l'agilità di distribuzione e la facilità di lettura senza che questo si traduca in una banalizzazione del contenuto.

Contemporaneamente, un gruppo di lavoro deve costruire un Manifesto dei valori. Esso ha come fine quello di costituire la base minima da condividere per discutere dei documenti del soggetto (documenti politico, organizzativo, programmatico). Il Manifesto dei valori è la base da cui partire per definire uno statuto ed una tabella valoriale comune: un presupposto indispensabile affinché il movimento si presenti da subito con una base solida, seppur in forma aperta e plurale: una costituzione rigida (statuto) che deve garantire la pluralità delle posizioni, non affossare il dibattito ed il lavoro mediante l'utilizzo di stratagemmi politicisti. Questa comune tabella valoriale garantisce all'iscritto una sana discussione su documento politico, organizzativo e programma. (MAX 5 PAGINE);

 

Da definire come prodotto dell'incontro con le persone attivato dalla Call in action e come prodotto del loro confronto sulla base del manifesto dei valori:

  1. Documento politico: definisce l'asse strategico su cui si muove l'organizzazione. Ha carattere generale e cerca di delineare un'analisi strategica, non di fase, con la capacità di analizzare l'ambito d'azione del movimento all'interno di ambiti più ampi: regionale, nazionale, internazionale. Definisce i fini generali e gli obiettivi a medio-lungo termine. Fornisce indirizzi al documento programmatico;
  2. Documento programmatico: definisce la tattica sulla fase attuale. E' un documento in costante aggiornamento, atto ad adattarsi all'evoluzione della situazione politica in cui opera il movimento. Ha grande importanza nella definizione di obiettivi di breve e medio periodo. Fornisce esempi concreti dell'azione del movimento su diversi ambiti d'azione. Per questo è anche detto “Documento delle pratiche o delle buone pratiche”.
  3. Documento organizzativo: alla definizione della strategia (doc. pol) e della tattica (doc. prog) deve accompagnarsi la definizione organizzativa del movimento. Definisce altresì le pratiche di lavoro quotidiano. E' un documento aperto, che definisce un metodo organizzativo, ma anche una metodologia per l'organizzazione.

 

Temi importanti:

  1. Analisi sull'attuale stato della sinistra politica italiana e sulle attese evidenti del popolo di sinistra. Processi aggregativi a sinistra: tendenze opposte da allontanare. La Federazione della Sinistra come luogo di costruzione di un piano politico generale unitario;
  2. I rapporti con altre forze politiche. Il dubbio Sinistra Ecologia Libertà (unità o unitarietà?). Il frontismo costituzionale-democratico con il PD. Forze a matrice localistica. Il tradimento del sardismo storico del Psd'Az ed il rapporto con Rossomori. La figura di Soru. Fughe in avanti dell'indipendentismo: IRS e altri movimenti indipendentisti.
  3. La costruzione di legami sociali e il ricompattamento di classe delle soggettività subalterne in una prospettiva antisistemica: la costruzione delle Case del lavoro, come nuove “Camere del lavoro”+ “Case del popolo”. Ricostruire la classe, ricostruendo i luoghi del confronto di classe.
  4. La gestione democratica interna: democrazia diretta, democrazia partecipativa, democrazia delegata e deliberativa. Il perché di una struttura a rete.
  5. Costruzione del movimento e della federazione nei luoghi di conflitto/socialità: il quartiere, il luogo di lavoro, la scuola.
  6. Strutture per la pratica della democrazia partecipativa nel quartiere: i comitati di quartiere, le assemblee di ascolto, le assemblee partecipative. Verso le giunte popolari del buongoverno.
  7. Il rapporto con l'associazionismo e i movimenti sociali. La cessione di sovranità sulle tematiche, la costruzione delle consulte e dei forum permanenti.
  8. Il rapporto con la sinistra politica e sociale: verso un modello di “camera di consultazione della sinistra – Forum programmatico per l'alternativa di governo”.
  9. Neomunicipalismo, neomutualismo, costruzione di reti di economia solidale: verso il partito sociale. Costruzione della rete di autorganizzazione popolare.
  10. Formazione: la necessità di creare nuovi quadri politici, capaci di utilizzare strumenti adatti al nuovo contesto. I quadri portano il conflitto nei luoghi di lavoro (precariato).
  11. Informazione: costruzione di un polo mediatico. Esperimenti digitali ed esperimenti reali. Per un giornale di strada dei lavoratori.
  12. Costruzione di un sistema d'intervento per giovani e precari. Interazione Banche del tempo-Scec.

 

 

 

 

 

 

  1. Processi aggregativi a sinistra: tendenze opposte da allontanare. La Federazione della Sinistra come luogo di costruzione di un piano politico generale unitario.

Dal punto di vista di una cultura politica critica di sinistra alternativa anticapitalista, dobbiamo lavorare affinché il processo unitario a sinistra non finisca per definire una tra queste tre alternative, opposte, ma negative:

  1. La nascita e l'egemonia sulla sinistra di un partito neosocialdemocratico, agganciato al socialismo europeo, definito dall'ipotesi di governance democratica della globalizzazione capitalistica e refrattario al socialismo come alternativa di società. Conseguente indisponibilità a costituirne una corrente interna antisistemica;
  2. Il chiudersi in una prospettiva neocomunista di matrice marxista-leninista o togliattiana;
  3. Cedere all'ipotesi della costruzione di un soggetto politico alternativo (apparentemente magari molto aperto) in rappresentanza (presunta o anche parzialmente reale) della radicalità dei movimenti sociali, votato per definizione all'opposizione minoritaria e all'autoreferenzialità.

 

Oppure vedere illusoriamente tutti questi elementi o parte, come componenti di un'alleanza tra partiti e forze politiche nel momento elettorale in funzione opportunistica o contro la destra. Ciò non funziona, giacché prevale sempre la propria ortodossia e la vocazione all'autonoma rappresentazione, con coonseguenza di frammentazione e minoritarismo sociale e distacco tra partecipazione sociale e sfera politica.

Nel processo unitario sono fortissime le tentazioni a un cartello di partiti o al partitone della sinistra “a sinistra del PD”. Non scioglimento delle attuali forze esistenti.

 

6.La gestione democratica interna: democrazia diretta, democrazia partecipativa, democrazia delegata e deliberativa. Il perché di una struttura a rete. (da Il rinnovamento e la riforma delle pratiche e dei modelli organizzativi della sinistra. Di Rete A Sinistra)

 

A livello d'organizzazione possono esistere due livelli organizzativi:

  • il livello della Rete come struttura fondamentale di organizzazione comune di una pluralità di soggetti e culture non sintetizzabili mai in una struttura organicistica se pur a democrazia rappresentativa, tra l'altro in mimesi con la forma organizzativa del Capitale nella fase attuale;
  • il livello del Coordinamento permanente dei nodi della rete, sostituibile con un semplice gruppo di continuità nelle pratiche di movimento, ma non nella forma a rete di una soggettività politica. Diventa cruciale abbinare alle forme della discussione e del consenso tra le varie parti confederate dell'organismo, una polarità operativa ed esecutiva, nominata democraticamente e dotata di compiti specifici, in grado di agire politicamente dentro i codici, i tempi e le contingenze della sfera della politica. Per relazionare la produzione sulla decisione nella rete come frutto reale di una condivisione dell'efficacia dell'intervento.

La forma della rete non può prescindere da una struttura a nodi partecipati ed in equilibrio reciproco. La costruzione della rete richiede un'etica condivisa sostanziata da un insieme di regole che via via formano una comunità aperta e inclusiva. La struttura della rete presuppone un superamento dell'idea del soggetto politico come portatore di verità esclusive. La partecipazione praticata ed elaborata dalla rete potrà servire da esempio anche per riformare le modalità decisionali della democrazia rappresentativa. Il nodo è un'aggregazione inclusiva (sistema aperto) e si riferisce ad uno spazio: esso è l'unità costitutiva della rete e al tempo stesso garantisce il massimo di partecipazione locale a partire dai bisogni. I principi generali di partecipazione si applicano ad ogni nodo.

Modello a struttura partecipativa

Intreccia dimensione sociale e dimensione politica,nel quale le decisioni vengono prese col massimo della partecipazione “possibile” e coloro che partecipano sono dotati di un eguale potere decisionale (una testa un voto). Il “possibile” sta ad indicare che, a seconda del livello cui compete la decisione, la partecipazione può essere diretta o tramite delega (democrazia di mandato). Quando si tratti di scelte particolarmente significative, deve comunque essere prevista la partecipazione diretta.

Perché diciamo no al modello a struttura centralistica e gerarchica

È il modello tradizionale del potere, anche nella sua aggiornata versione leaderistica. È incompatibile con la democrazia partecipata. Il confronto viene requisito dai gruppi dirigenti e monopolizzato dalle posizioni che in esso vi esprimono i leaders, secondo un senso monodirezionale, dall’alto al basso. La selezione dei gruppi dirigenti avviene secondo criteri di affinità o di fedeltà, comunque sempre di continuità con quelli consolidati, mortificando sensibilità, entusiasmo e capacità considerate non omogenee. Non solo non promuove autonomia, ma teme qualunque iniziativa che possa mettere in pericolo la stabilità dei rapporti di potere dell’organizzazione.

Modello a struttura confederativa territoriale

E’ un modello a rete, non gerarchico, fondato sulla responsabilità e sulla partecipazione democratica con poteri decisionali. Presenta evidenti rischi di frammentazione, superabili (soprattutto a condizione che il fondamento partecipativo sia costantemente attivo). La struttura confederativa non è necessariamente da collegare a confini amministrativi, quanto alle esigenze di riconoscimento e di rappresentanza delle diverse realtà territoriali. Va previsto un coordinamento a livello nazionale non centralistico. Le idee sulle modalità di organizzazione e coordinamento a livelli intermedi sono varie: la proposta è di sperimentare, prendendo una decisione più definita in un secondo momento quando la rete sarà più matura. Per quanto riguarda le adesioni, si propone che per il momento siano sia collettive che individuali.

2. DECIDERE: Forme della decisione

Ogni decisione deve essere assunta con la massima consapevolezza. Il presupposto, perciò, è quello di un’esauriente e tempestiva informazione di cui tutti/e possano disporre. Ai fini di una scelta consapevole riteniamo necessario che i documenti alla base della discussione contengano ed evidenzino in maniera chiara le opzioni diverse sulle quali si deve decidere. Vanno previsti vari momenti di approfondimento e di confronto collettivo: più le persone sono informate del cuore della decisione più possono decidere in modo partecipativo: democrazia deliberativa e democrazia partecipativa sono interdipendenti. Riteniamo perciò fondamentale che prima della discussione si individuino i temi oggetti del dibattito e si determino i temi della discussione e i tempi entro i quali si effettua la decisione di chiusura delle riunioni o assemblee, ossia riteniamo necessaria la definizione e il rispetto effettivo dei tempi di lavoro e di votazione. Ai diversi livelli, di volta in volta, debbono essere precisati i temi sui quali la decisione verrà assunta con la partecipazione diretta di tutti/e gli/le aderenti, e quelli sui quali si opererà tramite una forma di democrazia delegata (di mandato). Per entrambi i casi dovranno essere esplicitate le procedure da adottare. Le decisioni devono essere prese prioritariamente con il metodo del massimo consenso, che può e deve combinarsi col metodo del voto, secondo il principio “una testa un voto”, in modo da garantire la più attiva partecipazione in tempi utili all’operatività. Ci impegniamo a lavorare nella direzione del dialogo e della mediazione condivisa: in assenza di un largo consenso non si assumono decisioni su una data materia. Le decisioni vanno assunte con maggioranze larghe. Le decisioni, quando siano prese a maggioranza, vengono poi assuntedalla rete. Le minoranze sono garantite su specifici temi (come diritti civili ecc.), rendendo pubbliche le loro posizioni. In caso di dissenso ci dovrebbe essere un impegno a favore di un principio di non ostilità verso le decisioni rispetto a cui si è in disaccordo. La minoranza in disaccordo può legittimamente astenersi dall’applicare attivamente la decisione, ma deve riconoscerne la legittimità. I processi di formazione delle decisioni, anche se presi a maggioranza la più larga possibile,devono valorizzare al massimo gli aspetti condivisi. Ad ogni decisione va associata la sua storia, in modo che il percorso decisionale possa essere tracciabile. Deve anche essere previsto un feedback (verifica) della decisione presa.

3. DIRIGERE E RAPPRESENTARE: Perché diciamo no al leaderismo.

Il modello a struttura leaderistica si è diffuso nel nostro paese spinto dal terremoto provocato da tangentopoli. I partiti, devastati dalle indagini, accreditarono l’idea che la salvezza del sistema democratico risiedeva nel fare in modo che i poteri esecutivi, e primariamente chi li rappresenta, fossero sottratti dai rischi corruttivi della miriade di correnti e clientele e potessero decidere senza lungaggini. Occorreva, allora, una diretta investitura dal popolo. Questa fu l’impronta della legge di riforma per gli enti Locali. Il modello si è poi rapidamente esteso ai partiti, anche sull’onda del berlusconismo. Ad una crisi che reclamava maggiore democrazia e maggiori controlli dal basso, si è risposto esattamente al contrario. L’iscritto/a dispone di un potere decisionale soltanto al momento della elezione del leader. Fino all’elezione successiva la partecipazione viene attivata soltanto a sostegno delle decisioni prese dagli organi nazionali, o direttamente dal leader. Gli stessi organi dirigenti non hanno poteri effettivi essendo composti in funzione del primato del leader. Ciò non impedisce, tuttavia, il lavorio oscuro di gruppi o correnti che, proprio per non potersi esprimere alla luce del sole, si configura sempre come sotterranea lotta di potere. Il leaderismo sviluppa l’opportunismo politico, la fedeltà dichiarata al capo, e quindi anestetizza il confronto delle idee e lo spirito critico. Fenomeni questi già presenti all’interno dei partiti storici della sinistra a organizzazione piramidale, ma allora compensati o almeno controllati da quel radicamento territoriale e sociale proprio del “partito di massa”, che oggi non esiste più. Il modello leaderistico si è diffuso anche nella periferia, riproducendo un’analoga situazione di restringimento degli spazi democratici e di passivizzazione della politica.

Selezione e ruolo delle funzioni di coordinamento e di rappresentanza.

La funzione di chi è chiamato a svolgere compiti di rappresentanza e coordinamento operativo della rete è quella di organizzare e promuovere il dibattito perché le decisioni possano essere prese in forme partecipative. Fondamentale è la comunicazione sia fra le realtà locali che fra i livelli locali e nazionali. Sono oggetto di responsabilità di livello nazionale sia la risposta ai temi di attualità, sia l’elaborazione di proposte su temi specifici. Per evitare il formarsi di supremazie personali legate all’incarico, è opportuno che esso sia sempre di breve durata secondo un criterio di rotazione che valorizzi nel più alto grado le potenzialità del collettivo. Può essere prevista la rotazione, la fissazione di limiti temporali di mandato o entrambe, a seconda del tipo di incarico. Gli incarichi possono essere attribuiti tramite sorteggio fra i/le disponibili. In questo modo può essere superato il professionismo politico, uno dei punti inizialmente qualificanti dei partiti del Novecento, che è via via degenerato fino a dar vita ad un ceto politico corporativo di fatto “proprietario” dei partiti e poi delle stesse istituzioni. Questa degenerazione, che rende difficile rapportarsi ai partiti, esiste a prescindere dalla volontà dei singoli loro dirigenti. Rotazione negli incarichi e superamento del professionismo costituiscono un ulteriore elemento di garanzia affinché l’esperienza e l’impegno in politica siano il frutto di una scelta del tutto estranea a convenienze personali e dettata esclusivamente dal desiderio di essere parte attiva nella costruzione di un progetto di cambiamento. Non sono da confondere professionismo e autorevolezza: aspetti che possono essere riconosciuti sia in termini elettorali sia in un incarico a rotazione a tempo. Proponiamo la rotazione degli incarichi ed il bilanciamento di genere, con durata degli incarichi da sei mesi a un anno per i/le referenti locali, mentre a livello nazionale la carica può durare più a lungo (ma sempre con un termine da definire). Si sottolinea l’importanza di garantire la crescita e formazione politica di tutte le persone. In questo contesto i/le referenti ai vari livelli devono essere ben formati. Nel momento operativo devono sempre informare, essere trasparenti e disponibili nei confronti del resto del gruppo, con una verifica continua. L’individuazione dei/delle rappresentanti nelle istanze di livello territoriale superiore, dove gli incarichi potranno avere una durata maggiore, dovrà essere compiuta con la modalità della democrazia diretta, e coloro che risulteranno eletti/e dovranno con frequente periodicità sottoporre a verifica l’esercizio del loro mandato. Un’idea: l’assemblea nazionale della rete sarà formata da delegati/e dei nodi territoriali (nel rispetto del criterio della parità di genere). In una struttura a rete, come far vivere un coordinamento nazionale che non riproduca rapidamente meccanismi centralistici? Quali forme di partecipazione alla discussione e alla decisione si possono immaginare e sperimentare per questo? L'individuazione dei/delle rappresentanti nel coordinamento operativo nazionale avverrà per sorteggio, salvaguardando il criterio della parità di genere e quello della rappresentatività territoriale. Anche la sede del coordinamento nazionale sarà stabilita a rotazione, con eventuale sorteggio, fra i soggetti collettivi aderenti. Si deve privilegiare l'incontro diretto fra le persone. La rete deve trovare però modalità creative per garantire la partecipazione effettiva ai lavori e alle decisioni di tutti i membri a prescindere dalle loro risorse (economiche, culturali, di tempo, ecc.). A questo scopo si propone l'utilizzo di forme multimediali di partecipazione (ruolo di Internet, del Forum sul web, videoconferenze ecc.) e la partecipazione decentrata. Si auspica e si persegue il coinvolgimento pubblico (di enti e strutture pubbliche) nel creare spazi di incontro.

 

 

 

 

 

Il livello organizzativo del Movimento.

La necessità di radicamento territoriale e di reinsediamento sociale, unita a quella di garantire il pluralismo non solo delle opzioni politiche, ma anche delle attitudini territoriali, ci porta ad introdurre come criterio organizzativo il principio della “Confederalità”.

Il movimento, localmente, tende perciò a riunire, mettere in rete, dei nodi costituiti da circoli degli iscritti, dotati di autonomia progettuale all'interno del loro ambito d'azione.

Sembra opportuno che la strutturazione del movimento segua di conseguenza la necessità di ricostruire radicamento territoriale e insediamento sociale tra i lavoratori.

Ecco perché individuiamo due tipi di circolo che possono essere costituiti:

  • Circoli di quartiere (o territoriali);
  • Circoli nei luoghi di lavoro (tra cui anche i luoghi di studio).

 

Questi due tipi di circolo (uno dei quali contiene un sottotipo) ben rappresentano i luoghi di espressione del conflitto sociale: la piazza del quartiere, il luogo di lavoro (la fabbrica, il call center, l'ufficio, ecc), il luogo di lavoro-studio (la scuola, la facoltà universitaria, il centro di formazione professionale).

 

Per quanto attiene la collocazione del movimento, risulta essere opportuno la sua federazione ad un processo aggregativo della sinistra, da noi individuato nella Federazione della Sinistra che, per la sua struttura federativa, non lesiva delle identità, e il suo posizionamento antisistemico, consente al movimento di essere parte di uno dei pilastri nazionali del processo aggregativo della sinistra, senza perdere la propria identità. Peraltro, così come la struttura confederale lascia autonomia di progettazione ai singoli circoli, così l'adesione al movimento, anche se federato alla FDS, deve lasciare l'opportunità al singolo di decidere eventualmente l'adesione anche ad altra forza politica (partito, movimento). La doppia tessere diventa dunque possibile purché i fini non siano in contrasto con quelli del movimento ed anzi può costituire strumento di arricchimento nel percorso più generale di riunificazione della sinistra di classe.

 

 

RAPPORTI CON L'ESTERNO.

Il movimento deve ricercare l'unità d'azione con soggetti simili o su attività/iniziative specifiche. Questa unità d'azione può essere anche suggellata attraverso patti di lavoro di durata definita, rinnovabili, che impegnino vicendevolmente e solidalmente i soggetti stipulanti il patto.

Deve essere obiettivo del movimento la capacità di unificare anche oltre il livello locale, andando a ricercare il confronto e, ove non in contrasto con i fini statutari, l'adesione alle reti territoriali, extraterritoriali, nazionali, internazionali della sinistra politica e sociale. Questa ottica deve essere vista come opportunità di maggiore confronto e coinvolgimento sul versante di riunificazione della sinistra, di ricostruzione dell'unità delle soggettività antisistemiche, di eventuale espansione del movimento, sulla base di nuove confederazioni.

 

STRUTTURAZIONE TERRITORIALE

L'ipotesi organizzativa dei circoli può vedere:

  • un'Assemblea generale degli iscritti;
  • un Coordinamento (costituito dai responsabili dei gruppi di lavoro costituiti);
  • un Esecutivo

Sul territorio l'ipotesi può essere:

  • un'Assemblea/attivo degli iscritti;
  • un Coordinamento dei coordinatori dei circoli;
  • un Esecutivo.

 

Sembra opportuno precisare la necessità di un Esecutivo composto, al minimo, di un Coordinatore che funga anche da portavoce e di un responsabile dell'organizzazione che funga anche da tesoriere.

 

STRUTTURAZIONE TEMATICA

CIRCOLO: Ogni tematica ritenuta meritevole di lavoro, così come ogni tematica portata avanti dal circolo, su iniziativa dell'istanza superiore, porta alla definizione di un gruppo di lavoro tematico (permanente o temporaneo) di 3 o più persone, di cui una funga da responsabile.

TERRITORIO: un'assemblea dei responsabili dei Gruppi di lavoro e un coordinamento tematico (costituito dai componenti dei gruppi di lavoro di ogni circolo su quel preciso tema).

 

STRUTTURE SOCIALI

CIRCOLO TERRITORIALE: Comitato abitanti contro la crisi, per iniziative di solidarietà popolare

CIRCOLO LAVORATIVO: Comitato lavoratori contro la crisi, per iniziative di supporto sociale ai lavoratori e per il supporto alle loro vertenze.

 

STUTTURE PARTECIPATIVE

QUARTIERE: Comitato di quartiere ed assemblea partecipativa.

CITTA': Giunta popolare del Buon Governo e bilancio partecipativo cittadino autogestito (una sorta di sbilanciamoci locale a base popolare).

 

STRUTTURA FUNZIONE PROMOTORI/DESTINATARI
CIRCOLO Assemblea degli iscritti
Gruppi di lavoro
Comitato contro la crisi
Esecutivo (allargato ai responsabili GDL)
QUARTIERE Comitato di quartiere
TERRITORIO Assemblea iscritti
Assemblea delle tematiche e/o Coordinamenti tematici
Coordinamento dei Coordinatori di Circolo
Esecutivo
CITTA' Giunta popolare del Buongoverno

 

 

 

 

 

 

 

 

Analisi richiesta di partecipazione (da Come fare politica senza entrare in un partito di Giulio Marcon).

Confutiamo l'idea che hanno in tanti che la politica non interessi più a nessuno e che dunque questa impresa di costruire un movimento da zero abbia scarse possibilità di centrare il suo obiettivo.

In Italia sono molte le persone che fanno politica, semmai possiamo affermare che siano una minoranza coloro che la fanno all'interno di un partito.

Centinaia di migliaia di cittadini sono impegnati in associazioni, comitati, campagne, movimenti per fare quella che a seconda dei casi è definita politica dal basso, politica diffusa, molecolare. Ce ne sono molte altre che vorrebbero farlo, ma spesso non riescono ad organizzarsi, non hannno gli strumenti giusti per dare seguito alle proprie intenzioni.

Facendo riferimento all'epoca classica, il Dizionario di Politica di Bobbio, Pasquino, Matteucci ricorda : “Derivato dall'aggettivo polis (politikos), significante tutto ciò che si riferisce alla città, e quindi cittadino, civile , pubblico, e anche socievole e sociale”. Qui la politica – prima della sua professionalizzazione e della sua costituzione in scienza e pratica separata nell'epoca moderna – coincide con il sociale e si identifica, oggi, con i tanti cittadini impegnati in associazioni, movimenti, organizzazioni della società civile.

La differenza tra le organizzazioni della politica diffusa e i partiti è sostanzialmente nelle funzioni dell'esercizio della rappresentanza politica ed elettorale, della selezione del personale politico e della gestione della cosa pubblica: i partiti – a differenza delle organizzazioni della politica diffusa – partecipano alle elezioni, si fanno eleggere, esercitano (quando vincono) funzioni di governo ed amministrative. In Italia quando si usa la parola politica la si associa generalmente e solamente ai partiti. A farlo presupporre è la nostra stessa Costituzione nell'art.49 sui partiti. Anche per questo motivo i partiti hanno goduto di un primato avente due risvolti importanti. Uno, molto concreto: vantaggi e privilegi economici, rendite di potere, occupazione delle istituzioni. Il secondo nell'immaginario collettivo: i partiti come custodi e depositari della politica tout court.

Cosi non è. La realizzazione della volontà generale e la determinazione della politica nazionale sono avvenute anche per la spinta di organizzazioni non partitiche.

I partiti di massa hanno avuto un ruolo centrale nel secondo dopoguerra nel garantire un forte tessuto democratico e civile. Ma (A. Pizzorno) la stagione dei partiti di massa è stata una lunga parentesi dentro una linea di continuità (comune a molti paesi) di partiti come assemblaggio di comitati elettorali e di eletti, gruppi e correnti di affinità o di interessi (e di potere), apparati di funzionari: più che sedi di organizzazioni della politica e di democrazia, strumenti di selezione della classe politica e di governo, della politica come specialismo separato o “come professione”, per parafrasare Weber.

A partire dagli anni 80 si è paralto in Italia di crisi e di riforma della politica che negli anni novanta è esplosa. La fase ascendente della politica militante degli anni 70 ha subito un colpo d'arresto alla fine del decennio, per entrare negli anni 80 nella sua fase discendente. In quegli stessi anni nascevano gruppi politici diffusi non partitici, che, sommati, superavano di molto la somma delle sedi di tutti i partiti italiani.

Oggi sono più di duecentoventimila le organizzazioni senza scopo di lucro impegnate nella società, con milioni di cittadini coinvolti. E' la politica in prima persona, dell'I care di Don Milani, contro la delega della politica “separata”.

Oggi sono all'incirca diecimila persone – funzionari di partito, eletti – impegnati nella politica tradizionale come professione; a questi vanno aggiunti le poche decine di migliaia di militanti attivi ancora presenti nelle formazioni politiche tradizionali. In un'accezione ristretta sono oltre quattrocentomila coloro che fanno politica fuori dai partiti.

 

Quale forma per aggregare e rilanciare l'impegno della sinistra sarda?

I Partiti nascono come strumenti di aggregazione per accomunare persone che si riconoscono nei medesimi valori e fini dell'azione politica. Quando si produce un ribaltamento della concezione del Partito da mezzo a fine, se ne accetta la propria conservazione e rigidità, ovvero la sostanziale incapacità di adattamento al contesto nel quale opera. Sebbene per lungo tempo l'essere "tetragoni" rispetto alla realtà circostante fosse considerato un valore del Partito (e ciò era un bene ed aveva un senso per dei partiti con una concezione rivoluzionaria e insurrezionale della propria azione politica), è chiaro che, con la fuoriuscita dalla cladenstinità, e la progressiva accettazione della compartecipazione al governo dello Stato, si è determinata una modifica dell'essere stesso del partito che ha teso a diventare da partito di rivoluzionari a partito di massa, da partito di sostituzione sistemica a partito di conversione sistemica. Si è sostanzialmente inserita a sinistra l'idea del partito che si fa società.

Su questa base è opportuno ragionare su quella possa o debba essere la forma storica dell'aggregazione politica di classe e come essa si traduca nel contesto dato dalla composizione multiforme delle donne e degli uomini della sinistra sarda.

Premessa la necessità di portare finalmente a sintesi la dicotomia storica tra partito di lotta e partito di governo, riprendendo un tema cardine del leninismo, ovvero il tema del partito per un "governo di lotta", è opportuno ragionare sul fatto che qualsiasi processo di cambiamento che, senza patemi, possiamo sintetizzare con l'espressione "processo rivoluzionario" debba presentare le seguenti caratteristiche:

  • la tendenza nel medio-lungo periodo a divenire maggioritario: un partito di massa, a base popolare, che ha una concezione di classe ed una coscienza di classe, che si rappresenta ed autorappresenta come generale;
  • l'azione nel breve periodo come partito di quadri militanti a propensione di massa: il tentativo di coniugare azione e prassi sul breve periodo, l'internità ai conflitti e la capacità di analisi degli stessi e della loro traduzione in proposte di politica generale che aprano la strada all'opzione maggioritaria di cui sopra;
  • la capacità di farsi società. Il partito come strumento con cui condurre la battaglia per la conversione di pezzi sempre più significativi del sistema capitalista in costituenti di un sistema socialista di governo. Una doppia azione di abbattimento dall'esterno e di svuotamento dall'interno del sistema capitalista. Un esercito regolare attestato sul confine del capitalismo nel tentativo di spezzarne le difese e produrre un'offensiva verso il cuore direttivo dello stesso (il governo rivoluzionario come fine) e un coordinamento stretto di forze resistenti interne che operano per portare grandi parti della popolazione all'adesione al socialismo. La riforma e la protesta come parti di un movimento alterno, ma parallelo del processo rivoluzionario.
Letto 219 volte
Vota questo articolo

L'arretratezza del dibattito nazionale su primarie e secondarie, tutto incentrato sulle vicende personali dei leader e non su quelle concrete di chi è invitato a votarli, non può che convicerci a ristabilire una certa attenzione anche verso le dinamiche politiche locali.

Alcune settimane fa, sulle colonne della Nuova Sardegna e poi in maniera più strutturata qui su sinistra21, ho posto al centro del dibattito il tema del rapporto tra la sinistra sarda e i conflitti di lavoro che emergono continuamente in quella decennale vertenza chiamata, per l'appunto, "Sardegna".

Scrivevo: "In una situazione di profondo disagio come questa, la sinistra sarda potrebbe ritrovare i fili di un discorso, quello unitario - troppe volte abusato - e di un altro troppe volte agirato: quello della propria utilità sociale. E' ormai chiaro a tutti che non basta la presenza, marginale, all'interno delle istituzioni democratiche per fare della sinistra una forza utile al proprio blocco sociale di appartenenza (la classe operaia di marxiana memoria, i lavoratori insomma) e al popolo in generale. Oltre le parole, servono i fatti: non bastano i comunicati di solidarietà, non sono sufficienti le prese di posizione sui giornali. Una sinistra sfilacciata e lontana dalla classe può fare ben poco per incidere in senso positivo all'interno delle grandi situazioni di crisi. [...] Penso ad una sinistra capace di ricostruire i legami di solidarietà nel pieno dell'azione contro la crisi: è chiaro che la ristrutturazione che sta investendo il sistema capitalista, e che si esprime attraverso questa crisi economica, in Sardegna incide su un tessuto economico ed industriale già strutturalmente debole che rischia di lasciare un numero enorme di vittime per strada. [...] Serve uno scatto in avanti, oltre le polemiche elettorali, da parte di chi ambisce a rappresentare i lavoratori. Ci chiediamo se non sia il momento di fondare i presupposti di una proposta politica seria che si ponga il problema dell'autogoverno del popolo sardo a partire dalla centralità del lavoro. [...] Oggi, una sinistra moderna (volti nuovi e metodi nuovi) dovrebbe ripartire dal fare le cose antiche: promuovere lo sviluppo della coscienza dei lavoratori e dei cittadini sui loro diritti e sulle loro potenzialità come soggetto sociale progressivo; costruire legami sociali e solidali tra componenti diverse del movimento dei lavoratori e della società (non solo ideali, ma anche materiali); definire un programma concreto con queste persone che apra la sfida del cambiamento."

Letto 272 volte
Vota questo articolo

No, è chiaro: le primarie non ci piacciono.

Si, è chiaro: gli elementi di personalizzazione della politica sono ormai evidenti. Nel vuoto profondo dell'analisi sul contesto sociale, emergono i caudillismi:

  • Vendola e il vendolismo, il mito salvifico della narrazione, la poesia per sconfiggere - ma è davvero possibile farlo così? - la crudezza del reale;
  • Renzi ed il montismo, cavalli giovani che corrono per fantini vecchi, decrepiti. Gli untori del liberismo;
Letto 203 volte
Vota questo articolo
Ripubblichiamo un nostro articolo del 12 marzo scorso, recuperato dal vecchio sito che era stato attaccato da un hacker (se così si può chiamare). Ci sembra oltremodo attuale, dopo gli eventi siciliani e i presagi di una candidatura del tandem Grillo-Di Pietro alle presidenze del Consiglio e della Repubblica. Più che un auspicio o una previsione, un programma politico.
Alessandro Tedde
 
 

Alle soglie della Terza Repubblica: qualche ragionamento di prospettiva tra sociologia e fantapolitica.

 "Grande è la confusione sotto il cielo, dunque la situazione è eccellente."
Quando Mao pronunciava questa frase sapeva che nella confusione generalizzata, chi avesse avuto una idea forte e coesa (quale era la sua e dei suoi seguaci) avrebbe avuto la meglio sug altri, completamente sbandati. Oggi, sotto il cielo d'Italia, la confusione è di certo grande, ma non è detto che la situazione sia eccellente. Inizio così una riflessione sul campo delle forze politiche (su quello delle forze sociali mi cimenterò un'altra volta) che chiamerò semplicemente "non capitaliste". Già la delimitazione del campo della mia analisi si presenta difficile: la definizione di "forza politica non capitalista" è tutt'altro che precisa, e può sicuramente apparire bizzarra. Per sgombrare il campo da ogni dubbio, voglio precisare che questo mio scritto proverà ad analizzare le componenti di quel campo che non accetta, con modi, tempi e motivi diversi, di muoversi necessariamente in una prospettiva di società pienamente capitalista. Il ragionamento si basa sulla composizione del 'elettorato di questi soggetti e non necessariamente sui loro dirigenti. Cercherò anzi di evitare il ricorso ad una schematizzazione basata sui leader, nell 'idea che, per farne un ragionamento valido per un periodo medio-lungo, esso debba basarsi più sulle idee e i sentimenti comuni alla base che ai calcoli dei vertici.
Letto 640 volte
Vota questo articolo
Lunedì, 03 Settembre 2012 17:56

sinistra

"La crisi del movimento operaio è la crisi della sua direzione" 

L.D. Bronštejn

Elezioni 2013: il caos nella sinistra italiana ci sollecita a dire il nostro punto di vista sul "Che fare" nell'immediato futuro della sinistra italiana.

Intanto, urge una premessa. Era chiaro che, prima o poi, i nodi emersi dopo la disfatta dell'Arcobaleno sarebbero venuti al pettine: il problema della riorganizzazione della sinistra, non affrontato dai protagonisti di quel fallimento elettorale, si ripropongono con maggior forza distruttiva di fronte alla nuova sfida elettorale. La farsa di autodefinirsi soggetti politicamente credibili, socialmente utili ed elettoralmente competitivi pare ormai giungere al termine. 

I dirigenti del centrosinistra lavorano all'obbiettivo delle elezioni del 2013 con gli occhi puntati più sulla tenuta interna che sul messaggio di cambiamento delle forze sociali colpite dalla crisi. E' idea comune a molti quella di mettere insieme il minimo di forze indispensabile per una coalizione di quelli usciti meno malconci dall'interregno montiano e che non allarmi i mercati e le tecnoburocrazie europee.

Le figure apicali della sinistra italiana patiscono una visione della crisi economica nella sua specifica variante italiana (che incide su un tessuto economico, industriale e sociale strutturalmente debole) che non si rapporta col tema dei rapporti di forza internazionali. Anche da qui, ma non solo da qui, nasce l'incapacità della sinistra di rappresentare un’alternativa credibile all’astensionismo e ai populismi che sappia riportare l'attenzione dalla quesione morale e istituzionale alla macroscopica questione economica e sociale.

Dal 2008 al 2013 passano cinque anni: in questo periodo di tempo la vita della gente si è senz'altro modificata. In peggio. Ed è chiaro che dalle prossime elezioni si aspetti un segnale di inversione della rotta. Meno chiaro è come sia possibile che cinque anni fuori dal Parlamento siano trascorsi senza produrre una maturazione nelle logore e plurisconfitte direzioni politiche della sinistra, che portasse ad un cambiamento reale o, quantomeno, all'abbandono degli atteggiamenti viziati che ne hanno determinato le ripetute disfatte.

Non si può far finta di non vedere che il caos che regna all'interno della sinistra italiana è dovuto alle mancanze di interi gruppi dirigenti nell'analisi dei rapporti di forza e sociali esistenti, del livello di coscienza (anzi di smarrimento) del blocco sociale di riferimento e nell'incapacità di giungere, mediante un processo dialettico, ad una sintesi comune per agire di conseguenza. Ciò è mancato, manca e, se prendiamo per buone molte recenti dichiarazioni, continuerà a mancare. Nelle stanze della sinistra non si prepara la riorganizzazione del partito del Lavoro, da opporre a quello del Capitale che si riorganizza, come massa critica necessaria a sostenere lo scontro in atto e che ci attende. Ciò almeno fin quando - riteniamo - non saranno le leggi elettorali scritte dagli altri a porci di fronte a scelte obbligate. E perciò stesso perdenti.

La sinistra rischia due derive:

  • la fede cieca nella riproposizione del modello straniero vincente (Linke, Front de Gauche, Syriza e già si scorge il PS olandese) come lo fu un tempo per il "Paese guida";

  • l'autoconvinzione nel "vuoto che vale pieno": le primarie senza avere prima la coalizione, le alleanze senza prima il confronto programmatico. Vizi che appartengono alle sinistre di governo, così come a quelle che si definiscono di "opposizione".

Chi finora ha pensato di rispondere alla domanda che proviene dal nostro blocco sociale con risposte tattiche ed elettoralistiche dovrà ricredersi. Non c'è bandiera che tenga (Fiom o Movimenti che siano) di fronte alla disperazione dei senza lavoro, senza casa e senza futuro. Non c'è programma radicale di governo e non c'è fronti antimonti alternativo che tenga di fronte alla disperazione e alla paura di non vederla rappresentata per altri cinque anni. Chi parla di superare responsabilmente le divisioni che hanno portato la sinistra ad una condizione di minorità dando vita ad alleanze spurie con soggetti politici esterni al movimento operaio per realizzare l’opposizione al governo Monti palesa il timore di una classe dirigente di non sopravvivere a causa della debolezza (meglio: dell'inutilità) dei propri soggetti politici logorai e di leader contradditori e dediti all'autoconservazione forzosa. 

Se unità dev'essere, la si pratichi a ragion veduta secondo le necessità della classe. E queste necessità richiedono che una forza di classe che organizzi la classe pratichi non una, ma "Quattro Unità":

  • l'unità degli anticapitalisti, ovvero la salvaguardia della Federazione della Sinistra come luogo in cui ricostruire una teoria generale di transizione al socialismo, che faccia del marxismo il proprio strumento di analisi e comprenda la centralità del sindacato di classe;

  • l'unità antiliberista, con le forze che, coscientemente, si battono per la costruzione non minoritaria di un modello alternativo di società;

  • l'unità programmatica attorno alla centralità dei lavoratori, vero perno di una coalizione di forze (democratiche e progressiste) per il lavoro, al fine di sostituire un Parlamento che pratica l’equidistanza tra capitale e lavoro ed invertire la tendenza alla divisione che ha distrutto la classe operaia;

  • l'unità costituzionale con le forze contrarie al ritorno al governo delle destre eversive, come modo di stare nelle istituzioni e di salvaguardare la centralità della sovranità popolare.

 

 

 

Ma per unire simili (e non uguali) è necessaria una proposta unificante e non escludente. Alla richiesta di minore elettoralismo e tatticità, non si può rispondere indicando vagamente un programma alternativo di governo netto e radicale, di cui si ignorano i soggetti deputati a realizzarlo o se li si indica essi esprimono istanze minoritarie ed elitarie. Ma un'alternativa di governo deve ambire ad essere percepita come potenzialmente maggioritaria ed in grado di essere recepita, condivisa e fatta propria dal popolo: è inutile porsi il tema del programma di governo se si rifiuta, non solo la mediazione, ma financo il confronto programmatico, così votandosi automaticamente all'opposizione. Meglio piuttosto una linea di opposizione dura e antisistemica, senza promettere "mari e monti" per poi chiudersi in una prospettiva di mediazione a tutti i costi (come nel 2006) o di convinta autosufficienza (come nel 2008).

Per una sinistra (politica) che non ambisca alla marginalità, la costruzione delprogramma di governo deve essere il frutto della condivisione con la sinistra (sociale) che esiste: la CGIL (come soggetto di rappresentanza categoriale e generale dei lavoratori), l'ARCI, l'ANPI ed altri soggetti e reti associative, comprese quelle studentesche, di cittadinanza e del mondo cristiano radicale, la cui partecipazione al movimento dei movimenti creò un forte scompiglio nelle gerarchie ecclesiastiche. Con questi soggetti e con il loro corpo militante deve essere intrattenuto un proficuo rapporto di condivisione programmatica, rifuggendo da operazioni organizzativistiche (come proporre un frontismo "sudamericano" che per la rivendicazione di autonomia della sinistra sociale italiana e per le condizioni date è oggi improbabile) e elettoralistiche (come le candidature-spot di esponenti della "società civile" sradicati dalle realtà di crisi). Forti di un tale programma si potrebbe verificare l'agibilità delle forze che lo sostengono nel centrosinistra (la cui esistenza e composizione sono ancora incerti), garantendosi la possibilità di scegliere di porsi in completa alternativa, ove la mediazione raggiunta fosse insoddisfacente.

La programmaticità è anche il valore e il metodo su cui costruire il "superamento responsabile delle divisioni" della sinistra per dar vita ad un'alleanza - qui di tipo frontista - delle opposizioni antiliberiste. Programmaticità che eviterebbe l'inconveniente di dover descrivere come antiliberista quanto sia "a sinistra del PD", salvo poi magari collocare in tale area anche l'IDV (con buona pace di Di Pietro che rivendica essere "né di destra, né di sinistra"), benché il suo profilo in Europa la collochi alla destra delle socialdemocrazie e del PD. Verifichiamo sul campo se nell'IDV, nello stesso PD e - perché no? - nei Cinque Stelle vi siano sensibilità antiliberiste, magari tra gli iscritti insofferenti, che possano contribuire e riconoscersi in una piattaforma antiliberista.

Per finire. Il rinnovamento - tema a noi caro perché fondante del progetto di Sinistra XXI - merita un approfondimento su come ultimamente sia stata affrontata la questione della rappresentanza generazionale. Pensavamo che i compagni dei GC avessero trovato in RibAlta-Alternativa Ribelle il "soggetto unitario delle lotte della nostra generazione". Il silenzio con cui pare essere stato accantonato quel progetto, salvo smentite ufficiali, è l'esempio più recente di un errore ricorrente della sinistra: voler rappresentare il tutto (una generazione) con una parte (la federazione GC-FGCI). Per rinnovare le classi dirigenti e rappresentare istanze e bisogni generazionali non si possono ripercorrere le stesse modalità con cui hanno fallito quei gruppi dirigenti che critichiamo (ciò vale sia nella versione dell'“unità tra strutture” di RibAlta che in quella “liquida e carismatica” di TILT). Programmaticità, democrazia sostanziale e rispetto dei differenti ruoli e obbiettivi devono guidarci durante un processo unitario che porti ad un forum sociale dei soggetti generazionali e dei giovani antiliberistiche costruisca percorsi di mobilitazione e di alternativa che superino indenni la risacca che segue all'autunno di lotta e si lancino nella sfida di progettare il futuro.

 

Il risultato di Syriza alle elezioni greche ci offre alcuni spunti di riflessione per la Sinistra Italiana.

Intanto, con questa seconda tornata elettorale, si è finalmente sfatata l'idea imperante da un ventennio ovvero che le forze della sinistra radicale debbano essere votate alla minoritarietà e alla testiomianza e non possano ambire alla battaglia per essere partiti maggioritari (anche se in termini relativi) nei rispettivi contesti nazionali. In questo senso è interessante evidenziare che:

  • Syriza si pone come coalizione di partiti e movimenti e non come partito unico. Ciò sta a dimostrare l'attuale impossibilità della creazione di un partito unico della sinistra ove questo non tenga conto della profonda eterogeneità della proposta delle forze politiche e sociali riconducibili all'area della sinistra;
  • Syriza ha una dialettica interna anche alle stesse forze tra riformismo di sinistra antiliberista (Synaspimos) e forze anticapitaliste e comuniste (DEA, KOA). Inoltre garantisce uno spazio di azione autonoma per indipendenti di sinistra e forze civiche di sinistra;
  • questa dialettica, presente nella stessa Linke, non è soffocata dalla presenza del partito unico come nel caso tedesco. Ciò non impedisce che il Synaspimos abbia un ruolo egemonico all'interno di Syriza, pur nel rispetto dei diversi partiti aderenti;
  • il tema del governo è posto come tema dell'alternativa e non dell'alternanza di governo. Questo vuol dire la presenza al governo si determina sulla base dell'affinità programmatica tra le forze e della possibilità di realizzazionedi quel programma;
  • l'unità possibile tra le forze è quella sul terreno dell'antiliberismo: questo presupposto consente di arrivare ad una mediazione tra forze a spinta rivoluzionaria e forze a spinta riformista. Questo è anche il terreno su cui si può cimentare la sinistra italiana per definire un piano di unità;
  • l'adesione ai partiti europei è patrimonio delle forze della coalizione e non della coalizione tout court.


Di fronte all'avanzare dell'ipotesi di organizzazione del partito politico del capitale, riteniamo mantenere fede all'idea della necessità di costruire un Partito del Lavoro (le cui forme verranno in futuro) che abbia la massa critica per opporsi nello scontro che ci attende. Decidiamo di operare in tutti settori delle alleanze indicate per impedire alcune tendenze opposte di futuribili processi aggregativi a sinistra. Per mantenere viva la cultura politica critica di sinistra alternativa anticapitalista, dobbiamo lavorare affinché tali processi unitari non finiscano per definire una tra queste alternative opposte, ma negative:

  1. La nascita e l'egemonia sulla sinistra di un partito neosocialdemocratico, agganciato al socialismo europeo come ipotesi di governance democratica della globalizzazione capitalistica e refrattario al socialismo come alternativa di società (sul modello del Labour Party);

  2. il cartello di partiti o il partitone della sinistra “a sinistra del PD” senza scioglimento delle attuali forze esistenti (sul modello della Sinistra Arcobaleno).

  3. la chiusura in una prospettiva neocomunista di sola matrice marxista-leninista o togliattiana, refrattaria ad alleanze antisistemiche (sul modello del KKE);

  4. la costruzione di un soggetto politico alternativo (apparentemente molto aperto) in rappresentanza della radicalità dei movimenti sociali, votato all'opposizione minoritaria e all'autoreferenzialità (sul modello del NPA)."

Letto 102 volte
Vota questo articolo
Sabato, 07 Luglio 2012 09:17

syriza

La scorsa settimana "Ombre Rosse" ha chiesto alla sinistra politica e sociale e di movimento se la vicenda di Syriza, che ha dimostrato di saper unire la frammentata sinistra greca su di un'ipotesi di uscita dalla crisi che rovescia il paradigma monetarista, possa essere un modello per la sinistra italiana e quale sia il programma per sostenere una profonda trasformazione del Paese. L'interno è aprire un confronto politico e programmatico a sinistra. Come Sinistra XXI vogliamo contribuire, partendo intanto da un'analisi delle posizioni espresse nei singoli interventi.

Partiamo dalla Sinistra Sociale e di movimento:

  1. Nicoletta Dosio - NO TAV: Serve l'unità, ma senza cadere nel politicismo

Un programma per il futuro? A causa anche di una sinistra tesa a smorzare le lotte ed a cogestire il modello di sviluppo attuale, serve un mutamento radicale, non riforme, ma conflitto e rivoluzione. Quando ci chiederemo finalmente che cosa, come, perché, per chi produrre? Un'unità grande ed autentica sarebbe indispensabile, ma è sul piano delle lotte reali che si possono trovare compagni, chiarezza di obiettivi, forza, prospettive per il futuro, programmi non semplicemente elettorali.

L'insufficienza delle mobilitazioni sociali rispetto allo scontro in atto è evidente; l'Italia è densa di rivendicazioni collettive, ma frammentate. Prima della rappresentanza, occorre costruire la precondizione di una forte, radicale, unitaria e inclusiva mobilitazione sociale su obiettivi chiari e comunicabili, per tessere relazioni sociali e ribaltare l'agenda politica. In mancanza di un'adeguata mobilitazione sociale, la scorciatoia della rappresentanza verrebbe ancora una volta dai più percorsa nell'illusione di costruire dall'alto ciò che è complicato far emergere dal basso.

Per un nuovo progetto serve un pensiero nuovo, che critichi l'illusione di mitigare il liberismo e contenerne gli effetti sociali, causa della più grande sconfitta della sinistra. La domanda di cambiamento non trova risposte adeguate e solo rinnovando la politica potrà avere uno sbocco positivo. C'è grande spazio per la sinistra se rappresenterà in modo credibile un'altra idea di economia, società, democrazia. I i partiti non facciano di nuovo l'errore di confidare nella propria autosufficienza e prendano atto della loro crisi. Non servono scorciatoie leaderistiche o alchimie tattiche, ma ricostruire il rapporto con la società, coinvolgere i soggetti sociali, dare dignità alle diverse forme della rappresentanza. Dal basso può crescere l'alternativa: dai territori, dall'iniziativa civica diffusa che riconquista lo spazio pubblico e ridà senso a un'idea della politica che non gestisce l'esistente ma collettivamente lo trasforma.

Ora le opinioni della Sinistra politica:

  1. Cesare Salvi - Movimento per il Partito del Lavoro (Federazione della Sinistra): Syriza è un bell'esempio, ma l'Italia non è la Grecia

Syriza è una sinistra unita (ma senza i comunisti e Sinistra democratica) per un antiliberismo non antieuropeista, contro il patto Nuova Democrazia - Pasok subalterno alla tecnocrazia europea e alla Merkel. In l'Italia la sinistra contro Monti è divisa e non c'è una forte mobilitazione sociale per dare massa critica, prevale l'"antipolitica". Il PD è diviso tra il centro sinistra "francese" e la continuità con Monti in un'alleanza col centro. In Germania Linke riduce i suoi consensi per la contraddizione tra chi vuole interloquire con SPD e chi no (molti voti ai Pirati, simili a 5 Stelle). In Francia il fronte della sinistra, eccellente risultato alle presidenziali, significativo alle legislative, deve incalzare il governo socialista perché mantenga gli impegni. In Spagna la sinistra unita ha un risultato soddisfacente, penalizzato dalla legge elettorale, e governa con i socialisti in Andalusia. La crisi offre grandi possibilità a una sinistra di alternativa, radicalmente antiliberista e critica dell'Europa delle finanze e delle banche, ma il problema è lo sbocco da dare al consenso e il rapporto con le socialdemocrazie. Brancaccio dice che Syriza non ha vinto le elezioni per la poca chiarezza sul che fare al governo. Syriza piace perché è unita, forte elettoralmente e in raccordo con un'importante mobilitazione sociale, alternativa alle politiche dominanti. Per realizzarla in Italia si parte dalla nostra realtà.

  1. Massimo Rossi - Portavoce Federazione della Sinistra: Costruire un polo autonomo della sinistra. Dal basso.

L'incapacità della sinistra italiana di farsi percepire come alternativa al sistema dominante, assumendo responsabilità, ne tarpato il successo. E' giusta la finalità della FDS data nel documento congressuale: «costruire un polo autonomo della sinistra e non una componente del centrosinistra interna alla logica del bipolarismo». FdS, Sel, ALBA, sinistra sindacale e formazioni politiche di opposizione al governo, debbono concorrere in forme nuove nel dar vita, insieme alla sinistra europea, ad una ampia aggregazione alternativa che alleandosi con l'IDV metta in campo un programma di governo. La FDS va reinterpretata in modo più aperto, unitario ed innovativo: grande capacità inclusiva, pratiche sociali con soggettività diffuse, individuali e collettive. Uno spazio politico aperto: partire da reali contenuti di trasformazione anziché da politicismo e autoreferenzialità, da movimenti, associazioni, "popolo dell'acqua", comitati locali. Il fine è mettere insieme forze e massa critica per rafforzare l'opposizione al liberismo e mettere a frutto aspirazioni e competenze su beni comuni, ambiente, riconversione industriale verso l'utilità sociale.

  1. Piero Maestri e Franco Turigliatto - Portavoce di Sinistra Critica:Per fare Syriza serve un movimento unitario contro la crisi

Il risultato di Syriza deriva anche dalla generosa lotta di resistenza che ha appoggiato (scioperi, manifestazioni, conflitto diffuso). Syriza, formula politica tipicamente greca, ha indicato un'alternativa alle politiche della Troika, distante e alternativa dal socialismo moderato e liberale del Pasok e di gran parte della socialdemocrazia europea. In Italia, sul piano del programma: rifiuto delle politiche di austerità, annullamento del debito illegittimo, riforma fiscale o nazionalizzazione delle banche; sul piano politico: un progetto che spazzi il liberalismo temperato di Bersani e proponga altro. II centrosinistra, Cgil compresa, si allinea alla vittoria dell'unità nazionale a Atene. Syriza non è modello, ma esempio di unità fra forze diverse, di rinnovamento e radicalità dei contenuti. Sindacati di classe, comitati territoriali contro devastazioni ambientali, centri sociali, studenti, precari, donne, movimento dei Pride, associazioni, collettivi, forze politiche disponibili devono lavorare a una Coalizione sociale e politica che costruisca un movimento unitario e plurale, autorganizzato e democratico, radicale e combattivo. Una priorità assoluta per uscire dalla stasi della resistenza all'austerità. Una coalizione non identitaria, né settaria, che parli a tutto il mondo del lavoro, del precariato, di chi è colpito dalla crisi e realizzi un contrasto efficace e duraturo a Monti e alla Troika e discuta della possibilità di rappresentare un'alternativa elettorale. Una Coalizione in Italia è il modo più efficace per sostenere la lotta di Syriza.

  1. Paolo Ferrero - Rifondazione Comunista:Come in Grecia costruiamo un polo unitario della sinistra antiliberista

Syriza è in intransigente contrarietà alle politiche neoliberiste europee. L'Italia è solo formalmente divisa tra centro destra e centro sinistra: in realtà lo è tra forze che accettano i dictat europei e che si oppongono. Syriza non è disponibile ad una maggioranza che non rifiuti di applicare il memorandum imposto dall'Europa. Pasok e Sinistra Democratica governano con Nuova Democrazia per applicare i dictat. In Italia Monti che è sostenuto da ABC bipartisan per applicare le imposizioni dell'Europa. Serve costruire un polo della sinistra antiliberista e anticapitalista, autonomo dalle forze socialiste e con un progetto politico economico e sociale contrapposto alle ricette di centro destra e centro sinistra. Una Syriza italiana alleata al PD è una mistificazione del solito trasformismo italiano. Il Front de Gauche non vota la fiducia al governo Hollande, ritenendo il programma inadeguato alla crisi e più moderato rispetto alle elezioni. Monti è un governo costituente per gli assetti sociali, la costruzione politica centrista e gli effetti politici di lungo periodo. Occorre subito un polo della sinistra alle elezioni con un proprio profilo politico e programmatico. Per costruirlo è utile l'esperienza greca e francese: il problema non è fare un nuovo partito ma costruire uno spazio pubblico unitario della sinistra in cui ognuno ci stia a partire dai propri convincimenti e dalle proprie pratiche sociali. Occorre un'aggregazione a base democratica, secondo la democrazia partecipata e il principio "una testa un voto". La crisi della sinistra è crisi politica e di legittimità democratica. La costruzione della sinistra unita dev'essere un percorso di chiarificazione politica e di rivoluzione nelle forme organizzative. Il modello della federazione, della costruzione comune delle scelte politiche e del parallelo rispetto delle specificità culturali, politiche ed organizzative è il modello più vicino alle esigenze. Nei prossimi mesi una discussione pubblica su programma e forme di organizzazione dell'aggregazione politica.

  1. Marco Ferrando - Partito Comunista dei Lavoratori:Per un programma di rivoluzione, nelle lotte e alle elezioni

"Fare Syriza anche in Italia": lo dicono Sinistra Critica, FDS, SEL, gli innamorati delusi di Monti (Revelli), ma si allude a intenti e proposte più "a destra". SEL e molta FDS la evocano per negoziare col PD; PRC, scaricato nazionalmente dal PD, per proporre il "blocco progressista" con l'IDV i sindaci di centrosinistra; ALBA e parte di Sinistra Critica come "sintesi" tra "sociale e politico" o marchio elettorale "antipartito" competitivo col grillismo. Syriza non sfonda per il programma o la forma federativa, ma per l'ascesa del movimento di massa greco. In Italia la crisi del movimento di massa e la subalternità delle sinistre al PD hanno spianato la strada al grillismo. Però Syriza respinge il memorandum della Troika, ma difende l'UE; rivendica la "rinegoziazione del debito" verso le banche, non la sua abolizione; propone il "controllo pubblico" sulle banche private (come il Front de Gauche) e non la nazionalizzazione senza indennizzo; vuole la Grecia nella Nato. Raccoglie il vento della ribellione e rassicura le classi dirigenti sulla propria compatibilità di sistema. Una contraddizione di fondo che i comunisti rivoluzionari greci (EEK) -legati al PCL - incalzano nell'azione di massa: fuori dal settarismo stalinista del KKE, contro adattamenti a una nuova socialdemocrazia di sinistra. Non è la crisi del "modello liberista", è il fallimento del capitalismo: non compromessi riformatori all'orizzonte, non borghesie "buone" e democratiche con cui realizzare "equilibri più avanzati", non un'"Europa sociale e democratica" dentro l'UE e il capitalismo europeo. Queste illusioni disarmano l'alternativa e la resistenza sociale e predispongono nuove corresponsabilità di governo contro i lavoratori. Solo una rottura anticapitalistica e rivoluzionaria può liberare i lavoratori e le masse: governi dei lavoratori e Stati Uniti Socialisti d'Europa, unica prospettiva di progresso. Una mancata soluzione anticapitalista della crisi sociale può liberare cupi fantasmi passati. Rivoluzione o reazione è il futuro dell'Europa. Serve costruire una sinistra rivoluzionaria all'altezza del nuovo livello di scontro, confrontarci su come realizzare una svolta unitaria del movimento operaio italiano (forme di lotta, forme organizzative, programmi); confrontarci su come connettere ogni lotta alla prospettiva della rivoluzione sociale e di un governo dei lavoratori. Se la proposta più "radicale" è un blocco con IDV il messaggio non è incoraggiante, tanto più se si resta nelle giunte locali col PD e l'UDC (come in Liguria). Il PCL è disponibile incondizionatamente alla massima unità d'azione nelle lotte, non a sacrificare il programma anticapitalista del governo dei lavoratori e la sua libera presentazione nelle mobilitazioni e nelle elezioni.

  1. Oliviero Diliberto - Partito dei Comunisti Italiani (Federazione della Sinistra):Unità è la parola chiave

L'Europa aveva visto il patto sociale di progresso con un originale modello basato sul welfare, alti livelli di diritti e garanzie del lavoro, un patto di democrazia, d'inclusione delle masse popolari e dei lavoratori, per fermare i partiti comunisti. Oggi non c'è più il campo socialista; la lotta di classe la fanno i padroni; le sinistre – comuniste o socialdemocratiche – sono sconfitte. La sinistra in Europa non ha il suo Foro di San Paolo, luogo plurale di elaborazione e costruzione della nuova sinistra. E' un'altalena di successi parziali: ieri la speranza era Linke, poi Front de Gauche, Izquierda Unida, i comunisti di Cipro. Troppo spesso alle avanzate seguono inesorabili battute d'arresto: non siamo ancora all'inversione di tendenza. L'Italia non ha più possibilità di altri di vedere una vittoria delle sinistre d'alternativa. Non esistono modelli da replicare. L'unità è lo snodo del problema: tra i partiti della sinistra, internazionalista tra le sinistre europee, tra i movimenti di progresso del mondo. Tutti i partiti comunisti e di sinistra, con sfumature diverse, sono contro questa Europa tecno-liberista. Ciò non basta a realizzare processi unitari o successi duraturi. Non ce la facciamo da soli: ci rassegniamo a consegnare le socialdemocrazie alla compatibilità mercatiste e monetariste del tecno-liberismo? Smettiamo di scavare nelle contraddizioni del socialismo europeo? È possibile un patto contro l'austerità, consegnando alla sovranità popolare le scelte europee, espungendo la tecnocrazia e la dittatura dei mercati, rimettendo al centro il pubblico e i beni comuni? Le sinistre hanno questo compito, la loro ragione fondativa rimane la radicale critica all'economia politica del capitalismo.

  1. Andrea Bagni - ALBA:In Italia non basta mettere assieme delle sigle, serve un rinnovamento radicale

La sinistra ha senso e ruolo se non si perde in una sterile discussione su alleanze, tutte istituzionali. Bisogna farsi carico della crisi della democrazia che si risolve con la democrazia: spazio e rappresentanza a ciò che è fuori dalle istituzioni. Siamo in una fase costituente, aperta dal capitale, per liberarsi della mediazione col lavoro e della democrazia. La democrazia costituzionale si salva se si costruiscono relazioni nella società, corpi intermedi, spazi pubblici allargati e domande radicali di senso. Si ragiona di un centro-sinistra che tutto contiene, di primarie fra il neoliberismo di Renzi e l'antiliberismo etico ed estetico di Vendola. Se il popolo decide fra opzioni radicalmente diverse, lo fa alle elezioni politiche, non alle primarie che prevederebbero un'appartenenza comune sui contenuti. Syriza è insufficiente per l'Italia se somma le forze politiche in una federazione che riconosce le differenze, libere di consolidarsi nel patriottismo di sigla e di lettura della realtà. La soluzione non è la somma dell'esistente (stessi protagonisti dei disastri di questi anni, chiusi nei gruppi dirigenti, nei modelli organizzativi novecenteschi, gelosi di tradizioni e sconfitte): la parte ancora viva della società italiana chiede un cambiamento radicale di forme e contenuti della politica. Non semplicemente aggiungere su di un comune denominatore minimo ciò che esiste, frammentato in tante sigle, non semplicemente costituire liste civiche per rendere più attraente l'offerta elettorale. Occorre un rinnovamento radicale delle forme politiche, una rivoluzione democratica nei soggetti, anche rischiosa, per aprire spazi e tempi di partecipazione alla società italiana.

Letto 216 volte
Vota questo articolo
Abito in Piemonte e la lotta No TAV è uno dei fronti di lotta che vivo da anni. Questa va anti da vent'anni, da quando se ne parlava poco e l'opera riguardava per lo più il solo Piemonte. Con il passar del tempo, mentre altre zone vivevano poco la lotta (come i paesi sulla tratta Torino-Milano dove già a fine anni ottanta essa era residuale) la Valle di Susa non ha mai molltato, anche quando la rilevanza mediatica era molto inferiore. La resistenza No Tav si è fatta sempre più partecipata: i vari comitati locali si sono coordinati mentre la lotta contro un opera - mai discussa nel merito e decisa sulla testa della gente - diventava sempre più impegnativa per l'ingente quantitativo di forze di polizia adoperate per sedare il movimento. Coordinandosi, i comitati si sono dati dei meccanismi di decisione come le assemblee popolari, strumenti che sono sempre stati all'insegna della più vasta democraticità e partecipazione (luoghi molto utili al lavoro di una sinistra capace di agire).
Ecco, veniamo al punto nodale: la sinistra e la sua capacità d'azione. Mi soffermerò principalmente sulla sinistra anticapitalista in cui milito, ma quanto segue vale un po' per tutte le sinistre. Nessuna di tali forze ha saputo cogliere l'occasione di democraticità e partecipazione fornita da questi meccanismi decisionali, mettendo in pratica la teoria dell'egemonia gramsciana. Ad esempio, era possibile ricondurre la lotta No Tav nel più corretto contesto di lotta al capitalismo, quel sistema che proprio come la TAV passa sopra la testa delle popolazioni, non valuta i rischi ambientali e sfrutta i lavoratori allo scopo di massimizzare il profitto (penso che queste considerazioni dovrebbero mettere d'accordo qualsiasi comunista ed anticapitalista di buon senso).
Ciò non è stato fatto. Il movimentismo che in quegli anni ha contraddistinto i partiti comunisti ed anticapitalisti, i centri sociali ed i collettivi autenticamente di sinistra, ha fatto sì che progressivamente si abbandonasse il tentativo di egemonia culturale e si diventasse permeabili all'egemonia culturale altrui. Infatti, specie in questi ultimi anni (dall'ultimo governo Prodi in poi) le forze comuniste ed anticapitaliste hanno gradualmente e per motivi diversi intrapreso questa via.
Non solo: si è creata al loro interno una spaccatura. Esistono forze che continuano a farsi egemonizzare da altre parti di movimento, che in val Susa si ricollegano a due matrici fondamentali: una ambientalista-radicale e non violenta che discute dell'impatto dell'opera sulla Valle ed al massimo del Tav in generale ed una più anarchica che dalla lotta no tav vuole far emergere un modello di società futura basato sull'assemblearismo diffuso ed un'apparente mancanza di leaders. Quest'ultimo filone non esclude l'uso della violenza e proclama apertamente di essere contro lo Stato (distruttore della Val Susa) considerato istituzione dannosa e repressiva in generale. Le forze egemonizzate alternativamente da queste matrici, combinano gli atti dimostrativi di spettacolarizzazione delle lotte alla difesa di comportamenti indifendibili, ma finiscono con l'essere tacciati di incoerenza al primo comportamento che esuli dalla linea del modello no tav, cambiamento normale ed accettabile in una forza autonoma, visto come incoerenza in una forza subalterna. Vi è poi invece, un secondo schieramento di forze comuniste ed anticapitaliste che hanno proprio deciso di abbandonare la lotta no tav, poichè, analizzando il movimento, hanno assunto la determinazione che questo non è più modificabile. Tralasciando di sottolineare la totale negatività delle forze che ancora oggi sono subalterne, vorrei invece soffermarmi sull'atteggiamento di questi ultimi compagni. Alcune domande vengono spontanee: davvero un comunista o un anticapitalista possono permettersi di giudicare un movimento non più modificabile, non implica questa affermazione una resa al sistema e quindi una dichiarazione di fallimento che dovrebbe portare allo scioglimento dell'organizzazione? Davvero c'è un momento x in cui un movimento non è più modificabile, oppure si dovrebbe cercare di creare i rapporti di forza perchè la situazione cambi? Terza ed ultima donda: davvero si può affermare l'immodificabilità di un movimento senza fare una seria autocritica sul perchè si è creata questa situazione? Doande che abbiamo posto e continueremo a porre a questi compagni, intanto diamo le nostre risposte. Io penso che il movimento No Tav, per la sua stessa natura appunto di movimento, sia in continuo divenire, ritengo che ci sia non solo lo spazio, ma anche il tempo, perchè questo assuma una prospettiva anticapitalista, non violenta e pronta sul piano della pratica e della teoria rivoluzionaria, consapevole della necessità di una resistenza detrminata, con gli argomenti e con le azioni, in grado di maturare e di marginalizzare le componenti, ora maggioritarie, che desiderano incanalare il movimento su altri binari. Ciò non per una mia fede nel movimento, ma per fatti concreti. Si moltiplicano gli esponenti del movimento che rispondono, con studi, nel merito a chi asserisce l'utilità dell'opera, si moltiplicano gli esponenti del movimento che mettono in collegamento la lotta no tav e quella contro Monti, oppure quella contro questa Europa plutocratica e antipopolare, certo sono azioni ancora minotritarie ed embrionali ma sono posizioni che possono e debbono maturare, con la giusta prassi Gramsciana dell'egemonia culturale e politica del movimento. Oggi si può stare nel movimento, oserei dire si deve stare nel movimento, affermando che la Tav è dannosa in Val Susa, ma ad esempio è da accogliere con favore in zone del sud dove le ferrovie vivono un arretramento ancora spaventoso e dove sarebbe la ben venuta dalle popolazioni. Si può stare nel movimento dicendo che è sbagliata la Tav in Val Susa, perchè antieconomica, perchè è una decisione ademocratica, perchè è incompatibile con l'ecosistema locale, portando prove a ciò che si afferma. Si può stare nel movimento, affermando che la lotta no tav deve incanalarsi nella lotta contro il capitalismo e per un alternativa di governo e di società. Ci si può stare marginalizzando i violenti, interagendo e difendendo i lavoratori, compresi gli operai  e le forze dell'ordine, parlando con loro e facendo, anche con loro, soprattutto direi, un opera di convincimento culturale e politico.
Antonino Martino Sinistra 21.
Letto 484 volte
Vota questo articolo
Lunedì, 18 Giugno 2012 08:37

Le unità della sinistra

Sinistra XXI è una forza di classe che punta ad organizzare la classe, promuovendo lacostituzione politica del Partito del Lavoro in opposizione al Partito del Capitale anche mediante una politica di alleanze opposta alle attuali tendenze aggregative della sinistra:

  1. del cartello dei partiti “alla sinistra del PD” senza scioglimenti;
  2. della chiusura in una prospettiva neocomunista di sola matrice marxista-leninista o togliattiana, refrattaria ad alleanze antisistemiche;
  3. della costruzione di un soggetto politico alternativo (apparentemente molto aperto) che rappresenti la radicalità dei movimenti sociali, ma votato all'opposizione minoritaria e all'autoreferenzialità;

e che, invece, persegua quattro piani diversi di unità:

1. Anticapitalista

Per ricostruire una teoria generale di transizione al socialismo, fondata sull'analisi marxista e sul pensiero gramsciano, a partire dai luoghi del conflitto capitale-lavoro (nodi associativi nei luoghi della produzione).

2. Antiliberista

Per il radicamento sociale di una iniziativa politica maggioritaria per un modello alternativo di società. Nei Forum per l'alternativa di società realizziamo la mediazione dialettica tra forze a spinta rivoluzionaria (comuniste o anticapitaliste) e forze a spinta riformista (antiliberiste) entro una coalizione che garantisca autonomia a indipendenti e civici di sinistra.

3. Programmatica del lavoro

Per riaffermare la centralità del lavoro (e del sindacato di classe) contro l'equidistanza con il Capitale all'interno di un'alternativa maggioritaria di governo, definita secondo predeterminate affinità programmatiche e obiettivi concreti di realizzazione del programma.

4. Costituzionale e democratica

Contro le destre eversive.

Letto 1055 volte
Vota questo articolo

Autori