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*la Sinistra del XXI secolo*

Alessandro Tedde

Alessandro Tedde

(Sassari, 1988). Avvocato e giurista, Presidente Nazionale di Sinistra XXI e componente della Direzione Nazionale di Sinistra Italiana.
Laurea con lode in diritto costituzionale all'Università di Sassari, diploma post-laurea in Studi e ricerche parlamentari all'Università di Firenze. Ho fondato la Rete degli Studenti Medi (2008) e Sinistra XXI (2012).
Mi occupo di ricerca sui seguenti temi del diritto pubblico: sovranità, globalizzazione, socialismo costituzionale, forme di stato-governo, partiti

La riforma Renzi - Boschi danneggia la Costituzione quanto definirla la più bella del mondo!

Ma se è chiaro che bisogna votare NO al referendum del 4 dicembre, le ragioni per farlo non risiedono nel pregiudizio nazionalista di possedere la carta più bella del mondo. Un'affermazione che non ha senso per un giurista e ormai neppure per chi la coniò: Benigni, infatti, votando Si dimostra di non crederci.

La legge fondamentale dello Stato non è un'opera d'arte e, pertanto, la sua qualità non è la bellezza, bensì l'efficacia normativa.

Risultati dell'Assemblea Costituente del 1946

La più inattuata del mondo.

Una legge, infatti, si valuta in base agli effetti che produce nella società e, in questo senso, potrebbero avere ragione i sostenitori del Si, che ritengono la Carta del '48 inadeguata all'Italia attuale, nella quale nessuna forza dell'arco costituzionale è presente e, anche tra i sostenitori del NO, sono presenti forze palesemente anticostituzionali.

In realtà, è l'Italia attuale ad essere inadeguata rispetto alla sua costituzione, che, proprio perché nessuno in essa si riconosce, rimarrà comunque la più inattuata del mondo: non solo i 139 articoli della Carta, ma anche le poche leggi ordinarie approvate per darle attuazione sono costantemente sfregiate. Basti pensare alla modifica peggiorativa dell'art.18 dello Statuto dei Lavoratori (Legge n. 300 del 1970), che rappresenta anche una modifica della costituzione, pur se avvenuta su di una legge ordinaria, perché ha minato l'intangibile principio costituzionale della preminenza politica dell'interesse dei lavoratori sugli interessi confliggenti.

Difendere la costituzione significa lottare per il socialismo

La nostra carta è un unicum perché pone le basi per costruire il socialismo costituzionale, l'"ideologia comune" di un'assemblea costituente composta per l'80% da forze popolari e per quasi la metà da forze marxiste.

Quella costituzione non è attuata dai primi anni della Repubblica: sono più di sessant'anni che le forze conservatrici e reazionarie combattono una vera e propria lotta contro l'attuazione della costituzione.

Quelle forze conservatrici e reazionarie sono oggi ampiamente rappresentate nel fronte del si e in quello del no: non solo nessuna forza politica, neanche quelle più a sinistra, oggi rivendica il socialismo costituzionale della Carta, ma i sostenitori del SI hanno gioco facile a dire che bisogna cambiare se personaggi come Massimo D'alema hanno il coraggio di fare campagna per il No, dopo aver contribuito in passato a smantellare la Costituzione.

Votare NO con le ragioni di cambiamento di chi si affida al SI

Se è consentita una provocazione, il 4 dicembre bisognerebbe votare NO a partire dalle speranze di cambiamento di chi sostiene il SI: non solo non possiamo permettere che Renzi e Boschi peggiorino la Carta, ma non possiamo permettere che rimanga inattuata, così che le si possano imputare le disfunzioni dell'attuale sistema politico, che invece sono il prodotto di una inattuazione intenzionale del programma di trasformazione sociale previsto dai costituenti.

Votare NO come primo passo per costruire il socialismo costituzionale!

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All'interno della sinistra italiana è in auge la tendenza a ricondurre il dibattito politico e culturale italiano a ciò che avviene nella Capitale: sul piano politico, abbiamo visto la nascita di formazioni politiche a partire dai gruppi parlamentari, come nello Stato liberale, anziché dalle masse sul territorio.

Far coincidere l'idea di una "sinistra italiana" con quella di una "sinistra romanocentrica" è una lettura fuorviante - regressiva rispetto alla nostra Costituzione - che svilisce il concetto di "sovranità popolare repubblicana" sancito dalle importanti sentenze del 2002, nn. 106 e 306, della Corte Costituzionale (rel. Carlo Mezzanotte).

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E' possibile fuoriuscire dalla crisi della sovranità in via non extra-legale?

Lo squilibrio tra libertà ed uguaglianza è una costante della storia delle costituzioni, ma negli ultimi tempi lo sbilanciamento a favore del primo termine è stato ancor più accentuato dalla fuga della componente economica dei diritti liberali dal controllo democratico del circuito politico – rappresentativo.

Oggi, l’intero sistema democratico nazionale è costretto a muoversi entro compatibilità economiche e giuridiche esterne a quel circuito e lontane dal conflitto sociale, che restringono i margini delle politiche di redistribuzione e garantiscono alla proprietà di sottrarsi dal perimetro della sovranità nazionale.

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Ormai da tempo il mercato reclama per sé alcune funzioni secolari delle istituzioni politiche e statali.

La dottrina prevalente, ancora legata al punto di vista statocentrico ereditato dal cd. modello di Westfalia e fondato sui dogmi dell’unicità della sovranità e dell’indivisibilità dei requisiti dell’indipendenza e dell’effettività dell’ordinamento sovrano, ha finora letto il fenomeno secondo lo schema dell’erosione delle sovranità statali da parte della Ue e, in subordine, della sovranità della Ue da parte del mercato.

In realtà, la vicenda dello sviluppo dell’Unione Europea mostra una duplicazione della sovranità conseguente alla duplicazione delle constituencies: l’UE, infatti, si presenta come un iperstato che assume i connotati di sovranità e statualità secondo modalità compatibili con un ordinamento sovranazionale, che cioè si pone al di sopra della comunità degli stati nazionali (dai quali sussume i caratteri fondamentali della statualità), ma al di sotto dell’iperspazio pubblico globale, dominato dal sentiment dei mercati finanziari.

La sovranità dell’Ue è dunque duplice e derivata: essa attinge la propria autorità dalla sfera globale del mercato e la esercita mediante la rara prerogativa di poter “bucare” la sovranità degli Stati membri con norme direttamente applicabili ai loro cittadini. Il requisito statuale dell’indipendenza le è garantito dalla dipendenza dalla constituency economica del mercato (che superiorem non recognoscens), mentre quello dell’effettività è integrato direttamente dalla constituency politica rappresentata dalla recognitional community degli stati membri che le hanno trasferito parte della loro sovranità.

Questa configurazione corrisponde al nucleo fondamentale dell’ipotesi teorica della postdemocrazia, cioè di una forma statuale postmoderna in cui ai profili esterno ed interno della sovranità corrispondono due constituencies differenti (e non più una sola come nel modello moderno, democratico e nazionale), secondo un paradigma precedente all’affermazione degli ordinamenti fondati sul principio di sovranità popolare.

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«La parola ‘sinistra’ è segnata dal marchio dell’insufficienza, condannata da un destino inscritto nella sua stessa etimologia latina: sinisteritas significa inettitudine, goffaggine».

M. Cacciari, Il concetto di sinistra, Roma, 1981.

Il concetto di politico si sviluppa secondo l’opposizione amico-nemico, come delineato da Carl Schmitt e restituitoci da Mario Tronti, e ciò ci dice che una forza politica della sinistra non può nascere se non come opposizione a ciò che oggi è destra. Da tale premessa deriva un elenco di proposizioni valevoli come principi costitutivi della sinistra del XXI secolo:

  1. La primazia logico-temporale del lavoro sulla libertà, cioè del principio lavorista su quello liberale. Una concezione per la quale è il lavoro che emancipa l’uomo e che, pertanto, l’emancipazione dal lavoro, cioè la libertà assoluta dell’individuo, sia nient’altro che una conseguenza dell’emancipazione del Lavoro, cioè del soggetto collettivo di contraddizione al Capitale, come individuato da Karl Marx.

  2. Da ciò discende che il rivendicato potere popolare è quello di un popolo ben connotato e precisamente di quella frazione dell’insieme dei cittadini che lavora per rendersi libero e, così facendo, libera la società intera. È il popolo lavoratore, quello e nessun altro, il popolo per cui la sinistra rivendica il potere. Non è dunque un popolo indistinto e scevro dalla connotazione di classe, bensì è il popolo composto da tutti coloro i quali sono “soggetti del lavoro” in quanto “soggetti al lavoro” (secondo una delle tre condizioni servili che da esso discendono: di assenza, di precarietà, di obbligo). La loro liberazione individuale, non potendo avvenire attraverso il Capitale che non possiedono né in forma finanziaria, né reale, non può appunto che avverarsi per via del lavoro, il quale, dunque, costituisce il vero dominus delle loro vite, poiché è l’unico elemento che determina la loro libertà. In ultima analisi, la libertà del cittadino uti singulus è nient’altro che il potere di decidere del e sul proprio lavoro.

  3. Per decidere del lavoro, bisogna avere la meglio sull’altro polo della dicotomia e cioè sul Capitale: bisogna dunque decidere della politica economica e per fare questo, al minimo, bisogna conquistare lo Stato. Ma conquistare lo Stato, cioè governarlo, non basta: serve una prospettiva di rivoluzionamento generale. Perché il Lavoro (soggetto) comandi sul lavoro (oggetto), è necessario annientare ciò che si contrappone alla sua liberazione e cioè il secondo polo dicotomico: il Capitale. L’affermazione del potere del popolo lavoratore è l’annientamento del sistema in cui prospera il suo nemico. Il programma del governo lavorista e popolare dello Stato o è socialista, cioè opposto al capitalismo, oppure non può essere la coerente espressione del movimento popolare del lavoro.

  4. Il socialismo, come oggetto di una politica generale, non può negare il soggetto che lo pone, cioè il popolo lavoratore in quel determinato luogo ed in quella determinata fase storica: pertanto, il programma del popolo lavoratore, affinché esso sia sovrano della e sulla fase storica di governo dello Stato, deve essere coerente con le premesse della propria sovranità. Il socialismo del popolo lavoratore è conforme al nocciolo duro dei principi fondamentali della Costituzione che riconosce la sovranità al popolo del lavoro su cui si fonda la Repubblica democratica (cioè in cui governa il popolo), che è più dello Stato-apparato, è Stato-comunità, cioè è l’unione sovrana delle autonomie del popolo, non solo territoriali (come le Regioni) ma anche funzionali (come le comunità scolastiche e gli organi di autogoverno operaio)

La sinistra, oggi, affinché non rischi di diventare goffamente una destra deve essere tutto questo: un partito lavorista e popolare con un programma di fase orientato al governo democratico della Repubblica verso un Socialismo che esalti i fondamenti della sua Costituzione.

* Contributo inviato a Cosmopolitica (Roma, 19-21 febbraio 2016) in qualità di Presidente di Sinistra XXI.

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Venerdì, 09 Gennaio 2015 08:12

Non siamo Charlie.

Diciamo la verità: fino alla tragedia di Parigi, la maggior parte dei commentatori ignorava l'esistenza del settimanale satirico francese "Charlie Hebdo". Sui social network e nelle tv, tutti però rimpiangono gli scomparsi vignettisti, non al grido di "Io sono  Charlie" perché ormai nessuno scende più in piazza a gridare, bensì con l'hashtag #jesuischarlie.

Je suis Charlie. Forse qualcuno che lo ha scritto, effettivamente era un lettore della rivista. I più, io credo, non lo erano (non lo sono e non lo saranno), eppure vivevano bene lo stesso. Dobbiamo diventare ora dei Charlisti? Non credo.

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